venerdì 19 agosto 2016

La lobby LGBT esiste: George Soros finanzia Arcigay

Che esista una lobby LGBT lo diciamo da tempo. Ora però ne abbiamo la prova.
Dopo l’operazione di hackeraggio delle mail del magnate George Soros avvenuta pochi giorni fa, infatti, è possibile vedere chiaramente chi guida il mondo e verso quale direzione.

Non è questa la sede per entrare nel merito dei singoli documenti rubati. Basti solo mettere in evidenza che lo scopo di Soros è “supportare la società civile nel mondo”. E, dai database della sua Open Society Foundation – con cellule e società affiliate in tutto il mondo -, emerge nitidamente che la crisi economica è considerata positivamente: «L’avversità in campo economico stimola apatia perché i cittadini sono più preoccupati a risolvere i propri affari privati». Dunque avranno meno tempo e meno voglia di lottare per la dimensione valoriale. Capite bene?Ci vogliono tenere affamati in modo da impedirci ogni forma di ribellione alla dittatura che intendono instaurare. Non è un caso quindi se proprio ora cercano di farci digerire ideologia gender, pseudo-matrimoni omosessuali, adozioni gay e utero in affitto. Sanno che questo è il momento favorevole.
E arriviamo allora al rapporto del miliardario con le associazioni LGBT, che è il tema per noi più interessante. Osserviamo l’immagine qui sotto:
Notiamo che tra il 2013 e il 2014 – in pratica in vista delle elezioni europee – Soros si è occupato dell’Italia e ha dato ben 100.000 dollari (per l’esattezza 99.690$) all’Arcigay, nel contesto del progetto “LGBT Mob-Watch Italy-Europe 2014“.
«Questo progetto – è scritto – punta a mobilitare, canalizzare ed amplificare la voce e le richieste delle persone LGBT italiane e dei loro alleati alle elezioni europee 2014, costruendo uno strumento permanente per monitorare, fare campagne, mobilitare e fare lobby in queste e nelle prossime elezioni. Arcigay punta a informare, mobilitare e incanalare la voce degli elettori LGBT – e di quelli che simpatizzano per la loro causa – in modo da ridurre la distanza tra gli standard italiani e quelli della UE riguardo la protezione delle persone LGBT, evidenziando il ruolo positivo della UE nel campo dei diritti umani e dei diritti LGBT».
Dietro l’agenda LGBT c’è il grande capitale (si veda ad esempio quiqui e qui). Lo stesso – detto per inciso – che finanzia e sostiene Hillary Clinton, la candidata legata alle lobby Lgbt e dichiaratamente abortista.
Quanto accaduto con il furto delle mail, però, dimostra che, nonostante la sua potenza, Soros è un gigante coi piedi d’argilla, che può essere sconfitto. Se non avesse paura del popolo, infatti, non sprecherebbe tutte queste energie e risorse per tenerlo fuori dalle decisioni e imporgli determinate ideologie.
Pertanto, dobbiamo tenere duro e avere coraggio: c’è ancora speranza. Il buon senso dei più vincerà.

(Fonte: Redazionale, Notizie ProVita, 18 agosto 2016)



L’ultimo testamento. La parola "fine" di Benedetto XVI alla sua vita

Tra tanti primati papali il record, non solo editoriale, lo vincerà lui. Per la prima volta nella storia, non solo della Chiesa cattolica, ma del mondo, Benedetto XVI uscirà in libreria con un inedito assoluto che non ha neppure un minimo lontano precedente: il primo libro intervista di un Papa emerito. A scriverlo insieme con Ratzinger anche questa volta è stato il suo biografo, il giornalista tedesco Peter Seewald. Quello che uscirà in contemporanea mondiale l’8 settembre prossimo sarà il quarto della serie: due scritti con l’allora cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (Il sale della terra, e Dio e il mondo), uno con il Papa felicemente regnante nel quale si parlava anche della possibilità delle dimissioni dalla cattedra di Pietro (Luce del mondo) e, infine, uno con il Pontefice emerito che nella versione italiana si intitola Ultime conversazioni ed è edito da Garzanti, mentre in quella inglese è certo che avrà un titolo molto più accattivante: L’ultimo testamento.
Un volume con il quale Benedetto XVI metterà la parola fine alla sua vita e soprattutto al suo controverso pontificato, oggetto di attacchi spregiudicati dentro e fuori la Curia romana che ricordano quelli di cui erano vittime i Pontefici medioevali. Un testo tutt’altro che edulcorato o spirituale come qualcuno potrebbe immaginare e men che mai revisionista che, da una prospettiva unica nel suo genere, quella del Papa emerito, ovvero di chi può guardare e commentare la successione al proprio pontificato, ripercorre gli otto anni che lo hanno visto guidare la barca di Pietro in un mare a dir poco in tempesta. Si spazia a partire dalla presenza di una “lobby gay” in Vaticano, composta da quattro o cinque persone che Ratzinger afferma di essere riuscito a sciogliere.
Benedetto XVI si spinge ancora più avanti ripercorrendo i suoi tentativi di riformare lo Ior e la sua politica della tolleranza zero per debellare definitivamente la piaga della pedofilia, sottolineando le difficoltà che un Papa incontra quando cerca di intervenire sulla “sporcizia nella Chiesa” che lui stesso aveva denunciato con forza pubblicamente da cardinale. A Seewald che lo incalza con le domande, Ratzinger racconta anche di come ha preparato in gran segreto la rinuncia e ammette di aver appreso “con sorpresa” il nome del suo successore: aveva pensato a dei nomi, “ma non a lui”, Jorge Mario Bergoglio. Così come confessa la sua “gioia” nel vedere in televisione come il Papa appena eletto pregava e comunicava con la folla nella sua prima apparizione pubblica subito dopo la fumata bianca e descrive la figura di Francesco evidenziando sia ciò che lo accomuna a lui, sia ciò che lo differenzia.
Non ho mai percepito il potere – afferma Ratzinger in Ultime conversazioni  – come una posizione di forza, ma sempre come responsabilità, come un compito pesante e gravoso. Un compito che costringe ogni giorno a chiedersi: ne sono stato all’altezza?”. Il volume, spiega l’editore italiano Garzanti, rappresenta “il testamento spirituale, il lascito intimo e personale del Papa che più di ogni altro è riuscito ad attirare l’attenzione sia dei fedeli sia dei non credenti sul ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo. Indimenticabile resta la scelta di abbandonare il pontificato e di rinunciare al potere: un gesto senza precedenti e destinato a cambiare per sempre il corso della storia. In questa lunga intervista con Seewald il Papa affronta per la prima volta i tormenti, la commozione e i duri momenti che hanno preceduto le sue dimissioni; ma risponde anche, con sorprendente sincerità, alle tante domande sulla sua vita pubblica e privata: la carriera di teologo di successo e l’amicizia con san Giovanni Paolo II, i giorni del Concilio Vaticano II e l’elezione al papato, gli scandali degli abusi sessuali del clero e i complotti di Vatileaks. Benedetto XVI si racconta con estremo coraggio e candore, alternando ricordi personali a parole profonde e cariche di speranza sul futuro della fede e della cristianità. Leggere oggi le sue ultime riflessioni è un’occasione privilegiata per rivivere e riascoltare i pensieri e gli insegnamenti di un uomo straordinario capace di amare e di stupire il mondo”.
Congedandosi per sempre dal mondo il 28 febbraio 2013 sul balcone del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, Ratzinger aveva detto: “Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità. E mi sento molto appoggiato dalla vostra simpatia. Andiamo avanti insieme con il Signore per il bene della Chiesa e del mondo”.
Un pellegrino che, trasferitosi stabilmente all’interno del “recinto di Pietro”, nel Monastero Mater Ecclesiae nei giardini vaticani, ha rotto poche volte il suo silenzio. Lo ha fatto ultimamente il 28 giugno scorso ritornando per la prima volta dopo le dimissioni nel Palazzo Apostolico che negli anni del pontificato era stato la sua casa. Francesco ha voluto festeggiare con lui nella sala Clementina il suo 65esimo anniversario di sacerdozio in una cerimonia semplice e commovente nella quale è emersa in modo trasparente l’amicizia autentica che lega Ratzinger al suo successore: “Grazie soprattutto a lei, Santo Padre: la sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente più che nei giardini vaticani, con la bellezza, la Sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, per tutto. E speriamo che lei potrà andare avanti con noi tutti con questa via della misericordia divina, mostrando la strada di Gesù, a Gesù, a Dio”.
Parole che saranno riprese e sviluppate nel libro intervista destinato a diventare un bestseller mondiale. Un ulteriore segno di ciò che Benedetto XVI aveva spiegato ai fedeli nella sua ultima udienza generale, il 27 febbraio 2013:  “Chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per cosi’ dire,totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona”. In questi tre anni e mezzo di pontificato alla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, sapientemente guidata dal presidente monsignor Giuseppe Antonio Scotti che ha recentemente passato il testimone a padre Federico Lombardi, è toccato il ruolo di tenere vivo il magistero del Papa tedesco. Tantissime sono state le iniziative con un successo a dir poco sorprendente che ne hanno favorito la conoscenza e lo studio su scala mondiale: dai numerosi convegni internazionali, al prestigioso Premio Ratzinger, alla biblioteca intitolata al successore di Francesco all’interno del complesso del Campo Santo Teutonico in Vaticano, alla pagina Facebook della Fondazione che ha letteralmente sbancato sul social network. Una testimonianza preziosa alla quale oggi si associa lo stesso Papa emerito con il suo ultimo testamento.

(Fonte: Francesco Antonio Grana, Faro di Roma, 18 agosto 2016)



venerdì 12 agosto 2016

Francesco il ribelle. Contro la "colonizzazione ideologica"

È quella, dice, di chi insegna "che il sesso ognuno lo può scegliere". E intanto i vescovi australiani documentano come avanza ovunque l'ideologia del "gender", a scapito del matrimonio tra uomo e donna.
  
Rompendo l'iniziale consegna del silenzio, la Santa Sede ha resa pubblica qualche giorno fa la trascrizione del colloquio a porte chiuse avvenuto tra papa Francesco e i vescovi della Polonia nel primo giorno della sua trasferta in quel paese, il 27 luglio a Cracovia:
Una ragione di questa insolita pubblicazione "ex post" è stata probabilmente la volontà di troncare le indiscrezioni che circolavano sui contenuti di quel colloquio, in particolare riguardo alla comunione ai divorziati risposati, vista la compatta contrarietà dei vescovi polacchi a qualsiasi cedimento in proposito.
In realtà, a leggere la trascrizione del lungo colloquio, non vi si trova alcun accenno alla "Amoris laetitia" e alle relative controversie.
Vi si scopre invece, verso la fine, una vibrante arringa del papa contro l'ideologia del "gender", da lui bollata come una "vera colonizzazione ideologica" su scala mondiale.
Ecco qui di seguito le sue parole testuali:
"In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni Paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste – lo dico chiaramente con nome e cognome – è il 'gender'! Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile. Parlando con papa Benedetto, che sta bene e ha un pensiero chiaro, mi diceva: 'Santità, questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore!'. È intelligente! Dio ha creato l’uomo e la donna; Dio ha creato il mondo così, così, così… e noi stiamo facendo il contrario. Dio ci ha dato uno stato 'incolto', perché noi lo facessimo diventare cultura; e poi, con questa cultura, facciamo cose che ci riportano allo stato 'incolto'! Quello che ha detto papa Benedetto dobbiamo pensarlo: 'È l’epoca del peccato contro Dio Creatore!'”.
Il circuito dei grandi media ha praticamente ignorato queste parole di Francesco, per di più arricchite da una citazione di peso del papa emerito. E non c'è da stupirsi, perché è questo che capita ogni volta che Francesco dice qualcosa che stride con la sua immagine mediatica dominante, di papa aperto alla modernità.
Intanto però quelle cose le ha dette, come già altre volte in passato. E si può presumere che non siano state bene accolte da quei settori della Chiesa che propugnano un drastico ammodernamento della dottrina cattolica in materia di "gender", di omosessualità, di "matrimonio" tra persone dello stesso sesso.
Sono settori ecclesiali, questi, ben presenti ed attivi soprattutto nel centro Europa, con tanto di vescovi e teologi in prima fila.
Ma è anche vero che queste tendenze moderniste incontrano l'opposizione di settori molto ampi della Chiesa mondiale, per i quali invece sono musica le parole dette da papa Francesco a Cracovia contro l'ideologia del "gender".
Un esempio tra tanti di questo fronte di resistenza è la lettera pastorale pubblicata a fine novembre del 2015 – cioè dopo la fine del sinodo sulla famiglia – dai vescovi dell'Australia, rivolta non solo ai cattolici ma a tutti i cittadini di quel paese.
In questa lettera, i vescovi australiani difendono vigorosamente la visione originaria del matrimonio tra uomo e donna dalla "confusione" ingenerata dal cosiddetto "matrimonio omosessuale".
(Ecco il testo integrale della lettera pastorale dei vescovi dell'Australia: > Non fare confusione sul matrimonio)
E non si limitano a denunciare tale insidia. La documentano elencando una serie di episodi avvenuti in vari paesi dell'Occidente che testimoniano l'aggressività della nuova ideologia, tale da far diventare il matrimonio tra uomo e donna "una verità che non si può più dire", se non a prezzo di punizioni e di umiliazioni.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 8 agosto 2016)



martedì 2 agosto 2016

Musulmani a Messa: un atto insensato

Dai media nazionali e internazionali apprendiamo dei fatti – in una certa misura indiscutibili nella loro fattualità – ma ascoltiamo anche un accavallarsi di opinioni, molte delle quali presentate a loro volta come fatti; si tratta però di fatti di secondo livello, ossia di notizie riguardanti le “reazioni” delle istituzioni (Chiesa cattolica, rappresentanti delle altre comunità religiose, parlamenti nazionali, capi di Stato e di governo) ai fatti di primo livello. Questa breve premessa massmediologica serve per ragionare da cattolici sull’evento tragico dell’irruzione di due terroristi islamici nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, nei pressi di Rouen, e dell’assassinio brutale dell’abbé Jacques Hamel che stava celebrando la Santa Messa.
Le “reazioni” a questo fatto sono state tante, e alcune corrispondono in pieno alla logica della coscienza cristiana: esecrazione di fronte a un sacrilegio così orribile (profanazione di un luogo sacro e aggressione di una persona sacra nel momento stesso in cui svolgeva il rito più sacro), preghiera e opere di riparazione e al sentimento di venerazione di fronte alla vittima innocente della violenza anticristiana. Il professor Roberto de Mattei, per esempio, ha subito pubblicato un editoriale nella sua agenzia “Corrispondenza romana” onorando «il primo martire  dell’islam in Europa».
Altre “reazioni” sono invece dissennate. I media di ieri hanno parlato di una decisione che dovrebbe attuarsi già oggi: invitare i musulmani a partecipare alla Messa domenicale assieme ai fedeli cattolici, nelle chiese cattoliche. La proposta, inizialmente avanzata dal mondo musulmano e sposata dal parroco di Saint Etienne, è stata poi approvata (sembra) dall’intero episcopato francese, e per ultimo anche dall’episcopato italiano, il cui portavoce ha detto (e la frase a effetto ha ottenuto il suo scopo, quello cioè di essere citata da tutte le radio, le televisioni, Internet  e i giornali) che «si tratta di un gesto enorme!».
Di “enorme” in questa uscita del portavoce, c’è solo l’insensatezza (che spero non sia davvero di tutta intera la Conferenza Episcopale Italiana) e la stupidità di esprimersi in questo modo di fronte a eventi come quello di cui si sta parlando. Queste dichiarazioni rispondono evidentemente al dettato di una legge non scritta, ma rigorosamente applicata all’unisono da tutti i poteri forti del nostro mondo occidentale, siano essi poteri ecclesiastici che civili (politica, finanza, informazione).
La legge è che non bisogna condannare nulla, ma proprio nulla, se la condanna deve mettere in cattiva luce la religione dell’islam, senza troppo distinguere tra islam considerato moderato e il cosiddetto islam radicalizzato, e senza sottilizzare troppo sulle intenzioni di guerra santa professate dall’autoproclamato Stato islamico. Non bisogna parlare male dell’islam e non bisogna presentare le vittime cristiane dell’islam come vittime e/o come  cristiane. Bisogna parlare d’altro. Meglio tornare a parlare un’altra volta, come da anni, dell’uguaglianza di tutte le religioni, che sono tutte per la pace e non usano mai la violenza per imporsi le une sulle altre. In questa linea di retorica pacifista, l’idea di invitate i musulmani a Messa costituisce una trovata geniale. Così almeno dice (non so se lo pensa davvero) il portavoce della Cei.
Ma c’è un problema. Oltre alla responsabilità istituzionale che obbliga in un certo grado ed entro certi limiti la Chiesa gerarchica a occuparsi di diplomazia inter-religiosa (buon vicinato, rispetto incondizionato per l’altro, silenzio sulle colpe altrui e richiesta di perdono per la proprie colpe, vere o presunte che siano, non importa), c’è anche – ed è la più importante, anzi è quella essenziale, tanto che se manca quella non c’è proprio più Chiesa – la responsabilità di dare a Cristo Gesù, realmente presente «in corpo, sangue, anima e divinità» nell’Eucaristia, il dovuto culto adorazione.
Nelle chiese cattoliche questo culto si dà con la santa Messa e con la “riserva” eucaristica  nel Tabernacolo. Per questo le chiese cattoliche non sono un semplice luogo di incontro della comunità, e quindi non sono qualcosa di analogo alle sinagoghe e alle moschee: sono – in senso proprio, cioè in senso teologico e soprannaturale – la “casa di Dio”. Sono un “luogo sacro”, e la profanazione di un luogo sacro è un orrendo peccato agli occhi di Dio, perché è esattamente il contrario di ciò che Dio ordina nel primo comandamento del Decalogo. Anche il sacerdote cattolico è una “persona sacra”, come la Chiesa ha sempre riconosciuto; è una “persona sacra” per effetto della consacrazione sacerdotale ricevuta nel momento in cui un vescovo gli ha conferito il sacramento dell’Ordine, che imprime nell’anima del soggetto un “carattere” indelebile, come il Battesimo.
E’ vero che il mondo contemporaneo è dominato, nella sua cultura apparentemente egemone, dall’ideologia del secolarismo e dal processo sociale della secolarizzazione, quindi anche dalla smania di dimenticare, anzi di rimuovere ogni forma di presenza del Sacro. E’ vero che molti pensatori protestanti (a cominciare da Paul Tillich) pretendono che anche i cristiani di oggi sappiano accettare la secolarizzazione come un fatto positivo, che addirittura risponderebbe al messaggio cristiano originario; è vero che Martin Lutero ha abolito il sacramento dell’Ordine sacro e che per i luterani i preti cattolici, considerati alla stregua dei “pastori” protestanti, non hanno alcun carattere sacro. 
Ma tutto ciò non toglie che la nostra condizione di cattolici ci impone in termini assoluti (cioè, non in termini relativi a qualche convenienza politica del momento) di professare in ogni luogo e in ogni tempo la nostra santa fede, il cui nucleo fondamentale è il mistero della Santissima Trinità e il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che è Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. Professare questi misteri della fede non è compatibile con l’invito, rivolto ai musulmani, di riunirsi con i  cattolici nelle chiese cattoliche per manifestare i propri sentimenti di pace. 
Fare opera di pacificazione, di perdono e di ricerca di un’intesa su qualche valore condivisibile è legittimo, anzi doveroso, in quanto corrisponde a quel dialogo inter-religioso che è stato promosso dal Vaticano II con il decreto Nostra Aetate. Ma fare questa opera di pacificazione nel modo che è stato ora prospettato è assurdo. E’ un «gesto enorme», nel senso che è un’enorme (e abnorme) testimonianza di fede al contrario. Alla fine risulta una vera e propria profanazione, la seconda per quanto riguarda la chiesa di Saint Etienne a Rouen, già orribilmente profanata dall’assassinio rituale di un sacerdote cattolico mentre celebrava la Santa Messa.
E’ inutile far finta di non sapere (lo sanno tutti) che i musulmani che si vogliono invitare a partecipare alla santa Messa professano una fede religiosa che è non solo diversa ma esplicitamente contraria alla fede cattolica. I musulmani non accettano in alcun modo quelli che sono i fondamentali misteri della fede cattolica che nella Messa si celebrano, anzi, li considerano bestemmie contro l’unico Dio, e sono sempre in qualche modo ostili a noi che siamo, ai loro occhi, gli infedeli, gli idolatri.
Che cosa si spera dunque di ottenere dall’ingresso dei musulmani nelle nostre chiese quando viene celebrata la Messa? Nessuno di loro penserà di entrare in luogo sacro, dove si svolge una funzione sacra e si adora il vero Dio in tre Persone, dove si celebra sacramentalmente il sacrificio redentore del Figlio di Dio per la remissione dei nostri peccati. Nessuno di loro, entrando in chiesa, si farà il segno della Croce con l’acqua benedetta (un sacramentale che prepara i fedeli all’atto penitenziale e alla degna ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia). Nessuno di loro si inginocchierà al momento della consacrazione per adorare il Santissimo Sacramento dell’Altare. Soprattutto, nessuno di loro ascolterà l’omelia del sacerdote celebrata come commento liturgico al Vangelo di Gesù Cristo proclamato nella Messa: al massimo, la potranno considerare come qualcosa di analogo (e di contrario) ai sermoni del loro imam.
A che pro tutto questo? Per il bene del dialogo inter-religioso? Per la pace nel mondo? Sono tutti risultati che corrispondono a una pia illusione irenista. Quello che realmente ne risulterà è un’empia profanazione della Santa Messa, del luogo sacro dove essa viene celebrata e della persona sacra del celebrante, che sull’altare è Cristo stesso, in quanto presta la voce e i gesti a Cristo sommo ed eterno Sacerdote, che si fa Vittima perla nostra salvezza.
E se qualcuno, leggendo queste poche righe, penserà che qui si dà troppa importanza al dogma e che quello che conta è la pastorale e l’azione ecumenica, ebbene, sappia che è vittima di accecamento prodotto dalla falsa teologia e dai cattivi pastori. La fede della Chiesa è quella che ho ricordato; nessun Concilio e nessun papa l’ha voluta cambiare, né avrebbe potuto. E sappia che nessuna pastorale e nessuna iniziativa ecumenica raggiunge i suoi veri scopi se ignora o contraddice il dogma.

(Fonte: Antonio Livi, La nuova bussola quotidiana, 31 luglio 2016)



lunedì 1 agosto 2016

Qualcosa non torna se nelle chiese si legge il Corano

Che nella chiesa dove è stato sgozzato padre Jacques siano andati dei musulmani in segno di solidarietà, è sicuramente apprezzabile. Che l’iniziativa sia stata estesa a tutta la Francia, dove gli attacchi del terrorismo islamico si sono moltiplicati, ci sta. Ma vedere che in Italia, a Bari, nella cattedrale di San Sabino è stato letto il Corano (in arabo) in cattedrale; vedere in un video che a Santa Maria in Trastevere addirittura un Imam canta un versetto del Corano; vedere la distribuzione di pane ai musulmani durante la messa, a Ventimiglia (perché? Se non era una "simil-comunione", cos’era: la merenda di metà mattina?) mi lascia, a dir poco, profondamente a disagio, a prescindere dalle intenzioni di chi l’ha fatto.
Sono gesti di grande ambiguità, perché se è vero che nelle nostre chiese può entrare chiunque, e chiunque, singolarmente e personalmente, può mettersi a pregare, è lapalissiano che moschee, sinagoghe e chiese servono fedi differenti, perché è diverso il Dio che vi si prega. Non è vero che abbiamo lo stesso Dio. La chiesa cattolica in particolare non è semplicemente uno spazio dedicato alla preghiera, dove leggere antichi testi sacri, come per altre religioni, ma è il luogo dove viene custodito il corpo di Gesù (e la Messa è la celebrazione dell'Eucarestia, Mistero della Fede), il luogo dei sacramenti; non puoi farci qualunque cosa. 
Gli incontri interreligiosi non si possono improvvisare ma vanno preparati con cura: per difendere la nostra identità, dobbiamo innanzitutto riconoscerla ed affermarla piuttosto che annegarla in un mare di indifferenziata spiritualità. Le intenzioni di chi vuole manifestare la propria abissale distanza dai terroristi sono lodevoli, persino commoventi, e manifestamente sincere, ma che un imam reciti versetti del Corano durante la messa dà l’idea che alla fin fine quel testo non sia poi così diverso dall’Antico e Nuovo Testamento. E allo stesso tempo, un conto può essere il gesto simbolico di un imam, in una chiesa specifica e significativa – come ad esempio quella francese dove è stato ucciso il sacerdote – un altro è una partecipazione corale di musulmani alla messa. Che poi quanto corale sia stata, non è dato sapere, visto che le cifre vengono solo da una organizzazione (la Comai, le Comunità del Mondo arabo in Italia). Insomma, io resto perplessa, e almeno aspetterei prima di parlare di "evento epocale", come hanno fatto in tanti, probabilmente per il sollievo di assistere a un primo gesto significativo della comunità islamica. Per esempio aspetterei di vedere se questa, pur con le sue ombre, è la prima di una serie di iniziative a favore della libertà religiosa, sempre da parte dei musulmani.
Aspetterei di vedere se ne seguiranno altre per dire pubblicamente che anche i cristiani (come tutti i credenti diversi dai musulmani) hanno diritto di costruire chiese nei paesi islamici, hanno diritto di pregare in pubblico e di educare nella propria fede i propri figli, in terra islamica. Aspetterei, insomma, perché a mio personalissimo avviso “la domenica andando alla messa” è solo il titolo di una vecchia canzone, e ho molti dubbi possa essere, di per sé e da solo, la bandiera dell’Islam moderato.

(Fonte: Assuntina Morresi, L’Occidentale, 1 agosto 2016)


mercoledì 27 luglio 2016

Ora la linea morbida del Vaticano mette a disagio il mondo cattolico

I malumori per le posizioni delle gerarchie ecclesiali: "Ingenue e buoniste, serve verità"

La parola disagio stava già stretta prima. Figurarsi oggi dopo la mattanza in una chiesetta della Normandia. Una parte del mondo cattolico fatica a riconoscersi nelle perifrasi delle gerarchie, nel pastoralismo di tante prediche, nel buonismo spalmato sui massacri sempre più frequenti.
Non si tratta di iscriversi al partito degli anti Bergoglio, formuletta frusta e un po' semplicistica, e però diverse voci segnalano un malessere crescente dentro il corpo, vasto e trasversale, della Chiesa italiana che troppo spesso usa un linguaggio politicamente corretto, inadeguato davanti ai drammi della nostra epoca. «La Chiesa - punge Sandro Magister, storico vaticanista dell'Espresso e autore di un blog, Settimo cielo, molto seguito - ha il dovere della verità e invece continua a non chiamare le cose con il loro nome. Nessuno che ai piani alti della Cei metta il terrorismo in relazione con l'Islam. Si utilizzano giri di parole per non dire quel che il fedele vorrebbe sentire. Nessuno che alzi il velo della reticenza: il terrore non è figlio della povertà o della mancata integrazione. In Germania l'integrazione era andata avanti, ma è successo quel che è successo e invece tutti, anche i vescovi, se la cavano parlando di follia, di psichiatria, di emarginazione. La Chiesa - conclude Magister - dovrebbe tornare a Ratzinger e ai suoi ragionamenti sul rapporto fra cristianesimo e illuminismo. Benedetto sosteneva che il cristianesimo ha avuto benefici dall'incontro, pure aspro, con l' illuminismo mentre l'Islam questo confronto non l'ha neanche iniziato. Ma la lezione di Ratzinger è stata oscurata».
La requisitoria di Magister coincide per molti aspetti con quella di Riccardo Cascioli, direttore del foglio on-line La Nuova bussola quotidiana e del mensile Il timone, punti di riferimento per molti laici inquieti e disorientati. «Qui si fanno grandi teorie sull'accoglienza senza distinguere - spiega Cascioli - non si è capito che siamo in guerra, non si è compreso che il Medio Oriente è arrivato qui da noi. Ho appena letto un discorso di monsignor Galantino, voce unica dei vescovi italiani, che dice di non capire chi prega e poi frena sulla politica delle porte aperte a tutti. Ma no, sono io che non capisco lui, come si fa a non misurarsi con quello che sta accadendo?».
Cascioli va all'attacco: «Siamo davanti a una Chiesa ingenua e buonista che ha tradito il realismo cristiano. Ci si balocca con slogan vuoti, si dialoga con l'Islam presunto moderato che pure è una finzione e così si accreditano i fanatici dell'ideologia travestiti da agnelli. E non si distingue fra profugo, rifugiato, immigrato, clandestino perdendo concetti preziosi che sono nel diritto internazionale». Dunque, niente dubbi: «La melassa dei buoni sentimenti non aiuta a capire la complessità delle sfide che dobbiamo fronteggiare e nello stesso tempo annacqua pericolosamente la profondità del messaggio cristiano».
Siamo all'origine, secondo i critici, della malattia. «Guardi - riprende Cascioli - la diagnosi l'aveva già fatta il cardinal Biffi quando diceva che o l'Europa ritrova il suo spirito cristiano, le sue radici, oppure verrà spazzata via dall'Islam. Sarà un'immagine forte ma ora, dopo quello che è successo in Francia, è ancora più vera». E di immagine in immagine, anche il polemista cattolico finisce per recuperare il magistero di Ratzinger e del Benedetto più urticante, quello di Ratisbona: «Il Papa sosteneva che l'Occidente ha come suo
pilastro la ragione ma dimentica la fede, l'Islam al contrario privilegia la fede ma mette in un angolo la ragione. È un discorso scomodissimo ma non per questo meno attuale».
Un tema variegato, con molte suggestioni. L' ultimo tratto lo accenna Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio internazionale cardinale Van Thuan: «La dottrina sociale della Chiesa ci dice che le nazioni hanno il diritto a non perdere la loro identità. E invece dopo Giovanni Paolo II in questa sottolineatura è andata persa in un universalismo zuccheroso e incolore». E il gregge è sempre più confuso.

(Fonte: Stefano Zurlo, Il Giornale, 27 luglio 2016)
http://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-linea-morbida-mette-disagio-mondo-cattolico-1289762.html


sabato 23 luglio 2016

Don Georg non va in vacanza e dice la sua su papa Francesco

In luglio papa Francesco sospende le udienze e questa vacanza varrebbe anche per il prefetto della casa pontificia, l’arcivescovo Georg Gänswein, che nello stesse tempo continua ad essere il segretario del “papa emerito” Joseph Ratzinger.
Vacanza non inoperosa, a giudicare dalla fiammeggiante intervista rilasciata da Gänswein a Hendrik Groth della Schwäbische Zeitung, che l’ha pubblicata il 17 luglio:
Ecco qui di seguito un florilegio che invoglia a leggere anche tutto il resto.

“AMORIS LAETITIA” CAMPIONE DI OSCURITÀ
“Quando un papa vuole cambiare qualcosa nella dottrina, allora deve dirlo con chiarezza, in modo che sia vincolante. Importanti concetti dottrinali non possono essere cambiati da mezze frasi o da qualche nota a piè di pagina formulata in modo generico. La metodologia teologica ha criteri chiari a riguardo. Una legge che non è chiara in se stessa, non può obbligare. Lo stesso vale per la teologia. Le dichiarazioni magisteriali devono essere chiare, affinché siano vincolanti. Dichiarazioni che aprono a diverse interpretazioni sono rischiose… Alcuni vescovi hanno davvero la preoccupazione che l’edificio della dottrina possa subire delle perdite a motivo di un linguaggio non cristallino”.
IL GESUITA DI BUENOS AIRES
“Papa Francesco è fortemente influenzato dalla sua esperienza come provinciale dei gesuiti e soprattutto come arcivescovo di Buenos Aires… Già in quella grande città e mega-diocesi si era capito che ciò di cui lui è convinto, lo fa e lo porta fino in fondo senza scrupoli. Questo vale anche adesso come vescovo di Roma e come papa. Che nei discorsi, rispetto ai suoi predecessori, di tanto in tanto sia un po’ impreciso, e addirittura irrispettoso, si deve solo accettare. Ogni papa ha il suo stile personale. È il suo modo di parlare, anche correndo il rischio che ciò possa dar adito ad equivoci, a volte anche a interpretazioni avventurose”.
PIETRA CHE VACILLA
“La certezza che il papa sia una roccia nei marosi, ritenuto come l’ultima ancora, ha iniziato in effetti a vacillare. Se questa percezione corrisponda alla realtà e se riproduca correttamente l’immagine di papa Francesco, o se sia piuttosto un’immagine dei media, non posso giudicarlo”.
“EFFETTO FRANCESCO”, TUTTO FUMO
“Un vescovo, pochi mesi dopo l’elezione di papa Francesco, ha parlato di ‘effetto-Francesco’ e, tutto impettito, ha aggiunto che adesso era di nuovo bello essere cattolici. si poteva percepire di nuovo pubblicamente uno slancio nella fede e nella Chiesa. Ma questo accade davvero? Non dovrebbe esserci una vita cattolica più viva, le messe più frequentate, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa aumentate, e un maggior ritorno degli uomini che hanno lasciato la Chiesa? Cosa significa ‘effetto-Francesco’ concretamente per la vita della fede nella nostra patria [Germania, n.d.t.]? Dall’esterno non si percepisce un nuovo inizio. La mia impressione è che papa Francesco goda di grande simpatia come uomo più di tutti gli altri leader del mondo. Ma riguardo alla vita e all’identità della fede, però, questa sua simpatia non sembra avere grande influenza. I dati statistici, se non mentono, mi danno purtroppo ragione”.
CASSE PIENE E CHIESE VUOTE
“Come reagisce la Chiesa cattolica in Germania ad un’uscita dalla Chiesa [per chi non paga la tassa per la Chiesa n.d.t.]? Con l’automatica esclusione dalla comunità ecclesiale, il che significa: scomunica. Ciò è eccessivo, incomprensibile. Si possono mettere in dubbio i dogmi e nessuno viene cacciato fuori. Forse che il non pagamento della Kirchensteuer è un’infrazione più grave contro la fede che non le trasgressioni contro le verità di fede? L’impressione è che, finché c’è in gioco la fede, non sia così tragico, quando però entra in gioco il denaro, allora non si scherza più”.

(Fonte: Sandro Magister, blogautore, 22 luglio 2016


lunedì 4 luglio 2016

Mario Giordano: il Papa che prega Allah mi sembra una resa, non un dialogo


Un articolo che sarà anche datato, ma di grande attualità. Merita di essere riproposto.

Sarà pur stata un’“adorazione silenziosa”, e non una vera e propria preghiera. Sarà pur stato un gesto simile a quello compiuto da Benedetto XVI nel 2006, come s’affanna a precisare il preoccupato portavoce della Santa Sede. Sarà tutto quel che si vuole, ma fa un certo effetto vedere il Papa che si mette a mani giunte verso la Mecca nella Moschea Blu di Istanbul, mentre l’imam recita i versetti del Corano. E fa ancor più effetto pensare che quel Corano è lo stesso che, poco distante da lì, gli islamici usano per eccitare le folle a squartare i cristiani, a impalarli e crocefiggerli. A spazzarli via. C’è un contrasto troppo forte fra il Papa che rispetta fino all’ultimo tutti i riti dell’Islam, si toglie le scarpe e s’inchina al "mihrab", e gli islamici che a pochi chilometri dalla Moschea Blu non rispettano nulla dei cristiani. Non le loro chiese, non le tradizioni, non i riti. E nemmeno la loro vita.
Papa Francesco vuole dialogare con l’Islam, si capisce. Ma come si fa a dialogare con chi non vuole farlo? Come si fa dialogare con chi vuole solo abbatterti? Come si fa a dialogare con chi vuole piantare la bandiera del Califfato in piazza San Pietro? Il dialogo è una parola bellissima, che permette discorsi straordinari, preghiere comuni, gesti esemplari. Ci si toglie le scarpe insieme. Ci si inchina alla Mecca. Ci si trova d’accordo con l’imam e il gran muftì. Ma poi, in realtà, gli islamici non vogliono dialogare. L’hanno dichiarato apertamente: vogliono conquistarci. E distruggerci.
L’Islam buono e l’Islam cattivo? Una favola. Se fosse vero che i terroristi sono pochi fanatici marginali, non li avrebbero forse già messi a tacere? Non li avrebbero combattuti? Non li avrebbero almeno condannati con durezza? Invece no. Non sento dure condanne unite del mondo islamico contro gli orrori dei tagliagole. Non vedo mobilitazioni dei pellegrini della Mecca per fermare le mani dei loro confratelli. Non vedo fremiti di sdegno contro i massacri che vengono perpetrati contro i cristiani. Anzi: vedo silenzio. Quasi compiacimento. E, anzi, vedo fremiti di anti-cristianità che scuotono tutto il mondo arabo e arrivano perfino in Paesi che fino a ieri laici e nostri amici. A cominciare proprio dalla Turchia che sta scivolando sempre di più nell’Islam radicale, che non a caso sostiene sottobanco le milizie dell’Isis. E il cui presidente Erdogan ha appena riunito i 57 Paesi islamici per incitarli alla rivolta contro di noi: «L’Occidente ci sfrutta, vuole le nostre ricchezze - ha detto -. Fino a quando sopporteremo?».
Qualcuno ha cercato di spiegarmi che c’è pure una differenza tra il gesto di Benedetto XVI (che in moschea si fermò in raccoglimento ma non giunse le mani in preghiera) e quello di Francesco (che invece le ha unite, proprio come se stesse pregando). Se fosse vero, sarebbe un motivo in più per rimanere un po’ perplessi. Ma per rimanere perplesso a me basta, per la verità, vedere un Papa che si rivolge alla Mecca insieme con gli islamici proprio mentre molti islamici che si stanno rivolgendo alla Mecca hanno le mani sporche del sangue dei cristiani.
Mi pare che, dopo il famoso discorso Ratzinger a Ratisbona e la furiosa reazione che ne seguì da parte dei musulmani, i cattolici siano stati costretti a piegarsi. Noi facciamo gesti distensivi e loro moltiplicano i massacri. Noi costruiamo per loro moschee e loro distruggono le nostre chiese. Noi ci inchiniamo ai loro simboli nei nostri Paesi e loro non ci permettono di mostrare i nostri nei loro Paesi. Noi ascoltiamo i versetti del Corano con ammirazione e loro minacciano di declamarli dal Cupolone di San Pietro. Che vogliono trasformare all’incirca in un parcheggio dei loro cammelli.
Capisco l’ansia di Papa Francesco, che è un grande comunicatore, di costruire ponti con tutti: con gli islamici e con i non credenti (Eugenio Scalfari). Ma per costruire i ponti ci vogliono due cose. Primo: bisogna che dall’altra parte non ci sia chi ti vuol sgozzare o annientare, altrimenti è un autogol. Secondo: bisogna che i pilastri siano saldi, tutti e due. E il dubbio è proprio questo: il pilastro dell’Islam è saldo, quello dei non credenti pure. Ma il pilastro cattolico? È incerto. Barcollante. Sradicato. In effetti: non abbiamo radici. Le stiamo perdendo. L’Europa non ce le riconosce. Le chiese si svuotano. I preti invecchiano. I ragazzi non vanno più a catechismo. Dopo la cresima c’è la fuga. I valori del matrimonio e della vita sono messi costantemente in discussione. La famiglia tradizionale è massacrata. Come si può dialogare se non si hanno più valori da rappresentare? Come si possono aprire le porte agli altri, se non si è fortemente saldi dei propri principi? Se i propri valori sono stati attaccati, messi in vendita e liquidati?
In queste condizioni il ponte rischia di crollare. Non per il gesto del Papa, non per una preghiera rivolta alla Mecca, non per la Moschea Blu circondata da Paesi rosso sangue. Il ponte rischia di crollare perché lanciamo gittate in avanti senza assicurarci della nostra tenuta. Non perché loro sono violenti, ma perché noi siamo deboli. E perché anziché rafforzare la nostra debolezza, ci esponiamo alla loro forza. Al loro fanatismo. Alla loro violenza. Fino al giorno in cui sarà troppo tardi.
E ci accorgeremo che quello che ci ostiniamo a chiamare dialogo, in realtà è un loro monologo. O, peggio, una loro invasione. La conquista definitiva. E allora addio cattolici: rivolgersi alla Mecca non sarà più un gesto distensivo. Ma un comando del padrone islamico.

(Fonte: Mario Giordano, Libero, 30 novembre 2014)



mercoledì 22 giugno 2016

L’inganno del matrimonio gay

“L’imponente diffusione dell’ideologia gay fa parte di un programma filosofico [il neo-illuminismo nichilistico e incolto, che mira ad instaurare il Regno dell’Uomo] che ha veramente gettato alle ortiche ogni senso comune e ogni senso morale, ogni tradizione autenticamente religiosa e anche la conoscenza della vera psicologia.”  [Johan Huizinga (1872-1945)].

Il naufragio della filosofia illuministica nelle acque di quel delirio americano/onusiano, che giustifica e approva gli atti dell’immondo vizio contro natura, è l’oggetto di una puntuale, convincente introduzione dell’autorevole Paolo Pasqualucci al saggio “La scienza dice No. L’inganno del matrimonio gay. Il testo in questione è stato scritto da un influente psicoterapeuta olandese, Gerard J. M. Van Den Aardweg e magistralmente commentato da Paolo Pasqualucci, al fine di confutare l’opinione pseudo scientifica ma squisitamente democratica e progressista, che nell’omosessualità contempla e quasi venera un orientamento sessuale naturale e innato e non una deviazione libertina, trattabile e riducibile con le terapie suggerite dalla scienza medica (purtroppo minoritaria e silenziata) che non è asservita alla rumoreggiante utopia postmoderna.
La benda americana, posata sugli occhi dell’umanità democratica, impedisce di vedere il delirio sodomitico in corsa rovinosa e squillante nei cortei, che esibiscono le vittime di una patologia non soccorsa ma approvata e incentivata  dalla medicina e dalla politica d’ispirazione progressista.
Il testo pubblicato da Marco Solfanelli, irriducibile editore in Chieti, affronta risolutamente la mitologia diffusa dalla rumorosa/fantasiosa subcultura gay ossia la surreale tesi sulla naturalità e normalità del vizio contro natura.
Il riconoscimento della normalità e quindi l’attribuzione del perfetto decoro al sesso contro natura hanno origine da un’opinione senza serio fondamento, una favola che ha purtroppo ottenuto il consenso del giornalismo filosofante, della teologia conformistica/postconciliare e la condivisione invincibile del vasto pubblico appartenente alla disarmata/manipolata/asservita folla delle persone di mezza cultura.
E’ doveroso rammentare che la popolarità della sodomia – oltre che da ipotesi pseudo scientifiche  sulla dipendenza della struttura sessuale da una libera scelta – è nutrita dalla memoria della persecuzione messa in atto dai nazisti contro gli omosessuali.
La giustificata indignazione suscitata dalla discesa del moralismo nazista nell’odioso sadismo concentrazionario, ha turbato e alterato il pensiero dell’Occidente, ispirando un sillogismo irresistibile e fulminante: i malvagi perseguitavano gli omosessuali, dunque gli omosessuali sono buoni e meritano la incondizionata approvazione degli umanisti e dei sinceri democratici.
Dalla rotazione della morale democratica intorno al convincimento secondo cui il nemico del mio nemico sarebbe un vero amico ha origine l’identificazione (a tempo debito proposta da Gian Carlo Zonghi Spontini) di sodomia e rivolta contro lo spregevole fascismo.
L’identificazione del persecutore strutturalmente malvagio ha motivato una surrettizia assoluzione e una fulminante approvazione della minoranza dedita alla sessualità contro natura.
I mitografi, in attività scapestrata sulle piste mass-mediatiche del progressismo, nascondono e censurano le statistiche intorno alla passione suicidaria, in corsa sfrenata oltre il radioso orizzonte sodomitico. La buona stampa, ad esempio, occulta la statistica sui suicidi giovanili nella progredita ed esemplarmente malinconica Svezia, dove la percentuale dei suicidi commessi da omosessuali è superiore di venti volte a quella dei loro coetanei non transessuali.
Opportunamente Pasqualucci rammenta che causa della diffusione dell’ideologia omosessualista “è la generale corruzione dei costumi ovvero l’influenza del modo sempre più depravato di vivere che caratterizza le nostre società, giusto il quale si è smarrito il senso del peccato e si mette tutto sullo stesso piano”.
I frutti tossici dell’omosessualità giustificano la diffusa richiesta “di ristabilire la verità a proposito dell’omosessualità, controbattere le distorsioni e le bugie della propaganda gay; poter aiutare con le opportune psicoterapie orientate al cambiamento gli omosessuali che vogliano guarire; ristabilire la libertà d’insegnamento e di pensiero sul tema dei disordini sessuali: abolire l’attuale educazione sessuale neopagana nelle scuole, denunciare la sua immoralità, cancellare le leggi e norme pro gay esistenti a cominciare dal matrimonio gay e favorire il matrimonio e la famiglia, come stabiliti secondo natura”.
Quasi a commento delle tesi esposte nel magnifico saggio in questione sembra doveroso affermare la necessità di un drastico aggiornamento della cultura politica della destra, cioè l’obbligo di una svolta intesa ad aderire a quelle correnti della filosofia sociale, che sono attive nella difesa dei princìpi essenziali al vivere civile.
Una tale scelta contempla il riscatto e l’emancipazione della buona destra dall’ipoteca liberale (e libertina) che, allo stato dell’opera, costituisce, disgraziatamente, il certificato di minorità della vita italiana.
L’incombere di un’immigrazione aliena quando non ostile obbliga la restaurazione di quell’ordine sociale che è stato alterato dall’infelice e disastroso incontro della nuova teologia con il decrepito progressismo.  

(Fonte: Piero Vassallo, Riscossa Cristiana, 21 giugno 2016)



La strage di Orlando fa comodo a chi lotta per la dissoluzione

Si alza sempre più in questi giorni il coro di voci proveniente dal mondo dello spettacolo, che nell’intento ufficiale di rendere omaggio alle vittime della discoteca Pulse di Orlando, strumentalizza a più non posso quanto accaduto.

Primo fra tutti pare proprio essere stato l’ormai ottuagenario Paul McCartney al concerto di Berlino, tenutosi il 14 giugno scorso, dove l’ex Beatles ha omaggiato le vittime presentandosi sul palco con una bandiera arcobaleno avvolta addosso, e postando il tutto sul profilo Facebook con il classico slogan “We stand together with Orlando“.
Ha seguito quasi in concomitanza la voce grossa del massimo esponente gay del mondo musicale, che compra “figli” tramite utero in affitto, pagando profumati quattrini. Si sta ovviamente parlando di Elton John, il quale nel concerto all’ Echo Arena di Liverpool dello scorso martedì, al termine di una canzone, ha voluto esprimere e condividere il proprio dolore con i fans:
“Quando si manifesta un orrore come questo massacro a Orlando, una grande sofferenza investe il mondo come uno tsunami. E un grande lutto. Siamo shockati, arrabbiati e ci sentiamo devastati nel profondo per le vittime e per i loro cari che li piangono.
Ciò che trovo straordinario, e che mi dà davvero forza e speranza, è che immediatamente dietro quell’onda ne è arrivata un’altra, diversa. Un’onda arcobaleno di amore, da Istanbul a Tel Aviv, dalla Opera House di Sydney alla Torre Eiffel, passando per l’Empire State Building e la Casa Bianca… Così, stasera, allo stesso modo in cui vorrei onorare e piangere la perdita della comunità LGBT a Orlando e di tutti coloro che sono stati vittime di odio e stigmatizzati dalla società, vorrei dire che stiamo avendo la meglio sul pregiudizio. L’arcobaleno che si vede in tutto il mondo mi dice che possiamo vincere contro queste persone e lo faremo.”
Durante questo prolungato discorso Elton John ha voluto ricordare anche Lady Gaga – icona gender-fluid delle correnti Lgbt – facendo riferimento al lungo pronunciamento da lei fatto nei giorni scorsi a Los Angeles, durante una veglia in ricordo delle vittime dell’efferata strage. In particolare Elton John ha voluto accennare a  “Love Bravery“,  un progetto sostenuto con lei e che consiste in una collezione di abiti per Macy’s, realizzata per raccogliere fondi per la “Born This Way Foundation” e la “Elton John AIDS Foundation” – progetti dichiaratamente limitati e costruiti su misura per il mondo omosessuale.
Non è mancata all’appello nemmeno la mascotte gender Adele, la cantante pop che veste il figlioletto- maschio di tre anni da principessa, e che fa baciare le coppie gay durante i suoi concerti, inscenando fastidiose richieste di “nozze” tra persone dello stesso sesso.
La cantautrice britannica, che ha dedicato i suoi ultimi concerti alle vittime di Orlando, in quello di Antwerp, in Belgio, ha così parlato al suo pubblico dell’accaduto, scoppiando poi in un pianto inesauribile:
“Dedico l’intero spettacolo di stasera a tutti quelli che erano nel locale gay di Orlando la scorsa notte. La comunità LGBTQ è come se fosse la mia anima gemella da quando ero molto giovane, quindi sono molto toccata da quello che è accaduto. Non so perché sto piangendo! La maggior parte delle persone questa sera è già abbastanza infelice perché le mie canzoni sono fottutamente tristi. Avrò un paio di canzoni che sembrano felici, ma non lo sono!”
Ultima, solo per ordine di elencazione, è stata la cantante Christina Aguilera, già resasi famosa per questi tematiche in tempi non sospetti, quando compose la canzone “Beautiful“, che mostrava la “bellezza” della cosiddetta diversità: nel video si vedevano infatti omosessuali intenti a baciarsi e transessuali in procinto di truccassi, messi lì, in mezzo a tutti i presunti emarginati della società.
Dopo essere sparita di scena per almeno 3 anni, Christina Aguilera se ne esce con l’inedito “Change“, dedicato alle vittime del locale gay:
“Mando amore e preghiere alle vittime e alle loro famiglie” – dice la Aguilera – “io voglio essere parte del cambiamento che deve avvenire in questo mondo per farlo diventare un posto bellissimo dove l’umanità può manifestare il suo amore con passione e libertà”.
In un particolare punto del brano viene detto inoltre:
Waiting on a change to set us free/ Waiting for the day that you can be you and I can be me” (“Aspettando in un cambiamento che ci renda liberi, aspettando per il giorno in cui tu potrai essere tu e io potrò essere me”).
I proventi ricavati dalla vendita del disco verranno devoluti al “National Compassion Fund“, che raccoglie fondi per le vittime e le famiglie della sparatoria al Pulse.
Siamo davanti ad un buffo spettacolo, che farebbe persino ridere, se solo non ci fosse da piangere. Non vi è bisogno di far notare che tutte queste voci “compassionevoli” sono le stesse che – strage o non strage – assecondano, si battono e finanziano le cause LGBT. Sono sempre i medesimi che approfittano perlopiù di queste vicende per urlare ancora più forte, dai bassifondi della loro presunzione, i “diritti” per tutti. Per inventarsi che esiste l’ “omofobia”, che servono leggi di maggior tutela in tutti gli stati, quando poi da oltreoceano si viene a sapere che il fanatico e pazzo killer non si sa per quale preciso movente abbia agito, visto che forse – e lo dice l’ex moglie e chi lo ha conosciuto su ambigue chat-line – era pure omosessuale, o perlomeno con qualche tendenza.
Non si può tacere che, davanti a queste palle al balzo, i fautori della dissoluzione gioiscano quasi, ottengano ciò che vogliono, per poi chiedere ancor più di quanto non abbiano già ottenuto pervertendo il mondo e imbestialendo il genere umano.

(Fonte: Cristiano Lugli, Riscossa cristiana, 21 giugno 2016)


giovedì 16 giugno 2016

L’espressione rituale del dono della pace nella Messa

Papa Francesco approva una lettera circolare per eliminare gli abusi durante lo scambio della pace. Abolito il canto per la pace (inesistente nel Rito romano); vietato lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi la pace; il sacerdote non può allontanarsi dall’altare (neppure a matrimoni e funerali); in alcuni casi lo scambio della pace deve essere omesso.

1. La pace, dono del Risorto alla sua Chiesa
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace», sono le parole con le quali Gesù promette ai suoi discepoli riuniti nel cenacolo, prima di affrontare la passione, il dono della pace, per infondere in loro la gioiosa certezza della sua permanente presenza. Dopo la sua risurrezione, il Signore attua la sua promessa presentandosi in mezzo a loro nel luogo dove si trovavano per timore dei Giudei, dicendo: «Pace a voi!». Frutto della redenzione che Cristo ha portato nel mondo con la sua morte e risurrezione, la pace è il dono che il Risorto continua ancora oggi ad offrire alla sua Chiesa riunita per la celebrazione dell’Eucaristia per testimoniarla nella vita di tutti i giorni.

2. Lo scambio della pace prima della comunione
Nella tradizione liturgica romana lo scambio della pace è collocato prima della Comunione con un suo specifico significato teologico. Esso trova il suo punto di riferimento nella contemplazione eucaristica del mistero pasquale – diversamente da come fanno altre famiglie liturgiche che si ispirano al brano evangelico di Matteo (cfr. Mt 5,23) – presentandosi così come il “bacio pasquale” di Cristo risorto presente sull’altare. I riti che preparano alla comunione costituiscono un insieme ben articolato entro il quale ogni elemento ha la sua propria valenza e contribuisce al senso globale della sequenza rituale che converge verso la partecipazione sacramentale al mistero celebrato. Lo scambio della pace, dunque, trova il suo posto tra il Pater noster – al quale si unisce mediante l’embolismo che prepara al gesto della pace – e la frazione del pane – durante la quale si implora l’Agnello di Dio perché ci doni la sua pace -. Con questo gesto, che «ha la funzione di manifestare pace, comunione e carità», la Chiesa «implora la pace e l’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la comunione ecclesiale e l’amore vicendevole, prima di comunicare al Sacramento», cioè al Corpo di Cristo Signore.
3. Necessità di moderare questo gesto
Nell’Esortazione Apostolica post-sinodale Sacramentum caritatis il Papa Benedetto XVI aveva affidato a questa Congregazione il compito di considerare la problematica concernente lo scambio della pace, affinché fosse salvaguardato il senso sacro della celebrazione eucaristica e il senso del mistero nel momento della Comunione sacramentale: «L’Eucaristia è per sua natura Sacramento della pace. Questa dimensione del Mistero eucaristico trova nella Celebrazione liturgica specifica espressione nel rito dello scambio della pace. Si tratta indubbiamente di un segno di grande valore (cfr. Gv 14,27). Nel nostro tempo, così spaventosamente carico di conflitti, questo gesto acquista, anche dal punto di vista della sensibilità comune, un particolare rilievo in quanto la Chiesa avverte sempre più come compito proprio quello di implorare dal Signore il dono della pace e dell’unità per se stessa e per l’intera famiglia umana. […] Da tutto ciò si comprende l’intensità con cui spesso il rito della pace è sentito nella Celebrazione liturgica. A questo proposito, tuttavia, durante il Sinodo dei Vescovi è stata rilevata l’opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell’assemblea proprio prima della Comunione. E’ bene ricordare come non tolga nulla all’alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino».

4. Senso religioso e sobrietà
Il Papa Benedetto XVI, oltre a mettere in luce il vero senso del rito e dello scambio della pace, ne evidenziava il grande valore come contributo dei cristiani, con la loro preghiera e testimonianza a colmare le angosce più profonde e inquietanti dell’umanità contemporanea. Dinanzi a tutto ciò egli rinnovava il suo invito a prendersi cura di questo rito e a compiere questo gesto liturgico con senso religioso e sobrietà.

5. Possibili soluzioni per evitare gli abusi
Il Dicastero, su disposizione del Papa Benedetto XVI, ha già interpellato le Conferenze dei Vescovi nel maggio del 2008 chiedendo un parere se mantenere lo scambio della pace prima della Comunione, dove si trova adesso, o se trasferirlo in un altro momento, al fine di migliorare la comprensione e lo svolgimento di tale gesto. Dopo approfondita riflessione, si è ritenuto conveniente conservare nella liturgia romana il rito della pace nel suo posto tradizionale e non introdurre cambiamenti strutturali nel Messale Romano. Si offrono di seguito alcune disposizioni pratiche per meglio esprimere il contenuto dello scambio della pace e per moderare le sue espressioni eccessive che suscitano confusione nell’assemblea liturgica proprio prima della Comunione.

6. Disposizioni pratiche
Il tema trattato è importante. Se i fedeli non comprendono e non dimostrano di vivere, con i loro gesti rituali, il significato corretto del rito della pace, si indebolisce il concetto cristiano della pace e si pregiudica la loro fruttuosa partecipazione all’Eucaristia. Pertanto, accanto alle precedenti riflessioni che possono costituire il nucleo per una opportuna catechesi al riguardo, per la quale si forniranno alcune linee orientative, si offre alla saggia considerazione delle Conferenze dei Vescovi qualche suggerimento pratico:
A) IL RITO DELLA PACE SI PUÒ OMETTERE E TALORA DEVE ESSERE OMESSO
Va definitivamente chiarito che il rito della pace possiede già il suo profondo significato di preghiera e offerta della pace nel contesto dell’Eucaristia. Uno scambio della pace correttamente compiuto tra i partecipanti alla Messa arricchisce di significato e conferisce espressività al rito stesso. Pertanto, è del tutto legittimo asserire che non si tratta di invitare “meccanicamente” a scambiarsi il segno della pace. Se si prevede che esso non si svolgerà adeguatamente a motivo delle concrete circostanze o si ritiene pedagogicamente sensato non realizzarlo in determinate occasioni, si può omettere e talora deve essere omesso.
Si ricorda che la rubrica del Messale recita: “Deinde, pro opportunitate, diaconus, vel sacerdos, subiungit: Offerte vobis pacem”.
B) SOSTITUIRE CON GESTI PIU’ SPECIFICI
Sulla base delle presenti riflessioni, può essere consigliabile che, in occasione ad esempio della pubblicazione della traduzione della terza edizione tipica del Messale Romano nel proprio Paese o in futuro quando vi saranno nuove edizioni del medesimo Messale, le Conferenze dei Vescovi considerino se non sia il caso di cambiare il modo di darsi la pace stabilito a suo tempo.
Per esempio, in quei luoghi dove si optò per gesti familiari e profani del saluto, dopo l’esperienza di questi anni, essi potrebbero essere sostituiti con altri gesti più specifici.
C) EVITARE GLI ABUSI
Ad ogni modo, sarà necessario che nel momento dello scambio della pace si evitino definitivamente alcuni abusi come:
– L’introduzione di un “canto per la pace”, inesistente nel Rito romano.
– Lo spostamento dei fedeli dal loro posto per scambiarsi il segno della pace tra loro.
– L’allontanamento del sacerdote dall’altare per dare la pace a qualche fedele.
– Che in alcune circostanze, come la solennità di Pasqua e di Natale, o durante le celebrazioni rituali, come il Battesimo, la Prima Comunione, la Confermazione, il Matrimonio, le sacre Ordinazioni, le Professioni religiose e le Esequie, lo scambio della pace sia occasione per esprimere congratulazioni, auguri o condoglianze tra i presenti.
D) CATECHESI LITURGICHE SUL SIGNIFICATO DEL RITO DELLA PACE
Si invitano ugualmente tutte le Conferenze dei Vescovi a preparare delle catechesi liturgiche sul significato del rito della pace nella liturgia romana e sul suo corretto svolgimento nella celebrazione della Santa Messa. A tal riguardo la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti allega alla presente Lettera circolare alcuni spunti orientativi.

7. Beati gli operatori di pace
La relazione intima tra la lex orandi e la lex credendi deve ovviamente estendersi alla lex vivendi. Raggiungere oggi un serio impegno dei cattolici nella costruzione di un mondo più giusto e più pacifico s’accompagna ad una comprensione più profonda del significato cristiano della pace e questo dipende in gran parte dalla serietà con la quale le nostre Chiese particolari accolgono e invocano il dono della pace e lo esprimono nella celebrazione liturgica. Si insiste e si invita a fare passi efficaci su tale questione perché da ciò dipende la qualità della nostra partecipazione eucaristica e l’efficacia del nostro inserimento, così come espresso nelle beatitudini, tra coloro che sono operatori e costruttori di pace.

8. Opportuna catechesi ai fedeli
Al termine di queste considerazioni, si esortano, pertanto, i Vescovi e, sotto la loro guida, i sacerdoti a voler considerare e approfondire il significato spirituale del rito della pace nella celebrazione della Santa Messa, nella propria formazione liturgica e spirituale e nell’opportuna catechesi ai fedeli. Cristo è la nostra pace, quella pace divina, annunziata dai profeti e dagli angeli, e che Lui ha portato nel mondo con il suo mistero pasquale. Questa pace del Signore Risorto è invocata, annunziata e diffusa nella celebrazione, anche attraverso un gesto umano elevato all’ambito del sacro.

L’APPROVAZIONE DI PAPA FRANCESCO
Il Santo Padre Francesco, il 7 giugno 2014, ha approvato e confermato quanto è contenuto in questa Lettera circolare, preparata dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e ne ha disposto la pubblicazione. (I titoli dei paragrafi sono redazionali).
  
(Fonte: Antonio Canizares, Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 8 giugno 2014).



giovedì 9 giugno 2016

Al vaticanista Valli non piace la Chiesa che sposa la logica del mondo

In occasione del discorso tenuto nel 2014 da papa Francesco al Parlamento ed al Consiglio d’Europa, il vaticanista Aldo Maria Valli disse del Pontefice che aveva saputo portare «una ventata di coraggio» e sottolineò i «tantissimi applausi» e la «standing ovation» riservatigli. Per il Sinodo straordinario sulla Famiglia scrisse con entusiasmo: «Francesco ha già vinto», tessendo l’elogio di un’assise «non ingessata».
Quando il Papa incontrò il fondatore della teologia della liberazione, Gustavo Gutierrez, affermò che il Pontefice non aveva esitato «a recuperare quanto, dal suo punto di vista», ci potesse «essere di buono e di valido» in essa. Non ci sono dubbi dunque sulla collocazione in area “progressista” di Valli, 58 anni, vaticanista prima del Tg 3 e adesso del Tg1, con un curriculum che va dalle collaborazioni a testate come Europa (quotidiano in orbita Margherita prima e Pd dopo), a libri dal titolo inequivocabile quali Difendere il Concilio (scritto a quattro mani con mons. Luigi Bettazzi) e Storia di un uomo, ritratto di Carlo Maria Martini (testo che, si legge sul sito della stessa casa editrice, sarebbe stato seguito «con la consueta discrezione» dal Cardinale «senza nascondere simpatia e affetto per l’autore e la sua ricerca»).
Per questo hanno suscitato stupore e polemiche alcuni interventi sul suo blog decisamente critici nei confronti dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia di papa Francesco. Critiche ancor più rilevanti, perché non provenienti da ambienti legati alla Tradizione, eppure mirate, precise, tecnicamente ineccepibili. Contestano, ad esempio, la «logica del caso per caso, a sua volta figlia dell’etica della situazione» rintracciata nel testo pontificio a proposito della S. Comunione ai divorziati risposati ed ai luterani od a proposito del dialogo interreligioso; contestano la compresenza di due Papi («abbiamo un papa, ma anche due»); contestano persino il “mantra” del «chi sono io per giudicare?» fautore di una sorta di riedizione del dubbio metodico: «Non c’è forse anche lì il germe del relativismo?»; contestano la «logica del “ma anche”» come «pretesa di tenere uniti gli opposti», fonte di confusione, di banalizzazioni, di ambiguità, di compromessi a spese della Dottrina. Però «chi cerca la Verità con la V maiuscola non vuole scorciatoie e parole ambivalenti. Ha desiderio di indicazioni di senso», commenta Valli. Giustissimo.
E prosegue, esemplarmente: «Quando Francesco, prendendo parte a un video interreligioso (nel quale appaiono un musulmano, una buddista, un ebreo e un prete cattolico) ha detto che le persone «trovano Dio in modi diversi» e «in questa moltitudine c’è una sola certezza per noi: siamo tutti figli di Dio», chi eventualmente volesse avere un’altra certezza di un certo spessore (qual è la vera fede?) potrebbe arrivare alla conclusione che è la nostra, ma anche quella degli altri». Non fa una grinza.
Paradigmatica, anzi da manuale la ragione addotta da Valli per spiegare i suoi rilievi: «Ecco che cosa c’è di male: che la Chiesa del “ma anche” sposa esattamente la logica del mondo, non quella del Vangelo di Gesù. E infatti riceve gli applausi del mondo. Ma noi sappiamo che questo non è un buon segno. Il cristiano, quando è coerente, è perseguitato dal mondo, non applaudito». È vero, Gesù del resto aveva ammonito: «Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi» (Lc 6, 26)…
Valli giunge così a chiamar per nome la fonte di tutti i guai: il «soggettivismo», detto anche «relativismo», che, «come il lupo della favola, si traveste e indossa l’abito della coscienza morale e, per giustificarsi, dice con voce suadente “ma io, in coscienza…”», quella coscienza che non è – come dovrebbe invece essere – «capacità di verità», ma è piuttosto quella bollata da Benedetto XVI. «Nel pensiero moderno – disse nel 2010 – la parola “coscienza” significa che, in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l’individuo, costituisce l’ultima istanza della decisione». Il che non va bene. Proprio non va bene. Infatti, spiega Valli, «il primato della coscienza non può essere confuso con l’impossibilità o l’incapacità di giudicare. A rischio è l’autorevolezza stessa del papa, ma soprattutto il destino eterno delle anime».
Ed ancora: «In questa strategia vedo uno squilibrio. L’attenzione posta alla misericordia ed alla tenerezza di Dio, non accompagnata da un impegno altrettanto assiduo nel sottolineare la questione della verità, del vero bene e del modo di attingerlo, espone al rischio dell’indeterminatezza e del sentimentalismo». Anche perché «una pastorale senza dottrina o costruita su una dottrina vaga e ambigua può andare contro la verità evangelica». Il dubbio è più che legittimo e la domanda conseguente: «La Chiesa non dovrebbe forse portare alla luce la condotta di vita improntata al peccato? E non sta forse proprio in questo esercizio la più alta forma di misericordia?»
Insomma tutto appare ormai chiaro a chi voglia interrogarsi, sinceramente e semplicemente da cattolico, sulla rotta impressa alla Barca di Pietro dagli ultimi sviluppi vaticani. Che non riguardano solo il Pontefice, perché, come nota giustamente Valli, «lo scivolamento dalla logica dell’et et a quella del non solum, sed etiam avviene ogni giorno, in modo magari impercettibile, ma inesorabile. E coinvolge persone degnissime e buonissime, convinte in cuor loro di essere al servizio del Vangelo». Non v’è davvero altro da aggiungere.
  
(Fonte: Mauro Faverzani, Corrispondenza Roana, 8 giugno 2016)