domenica 19 febbraio 2017

Caro Papa Francesco, lei si sbaglia: il terrorismo islamico esiste, eccome!

Non è la prima volta che Papa Francesco scende in campo per assolvere l'islam dalla responsabilità del terrorismo di chi sgozza, decapita, massacra e si fa esplodere urlando «Allah è il più grande».
L'ha fatto all'indomani della strage dei vignettisti di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 a Parigi, arrivando a giustificare l'atrocità dell'Isis per avere rappresentato in modo irriverente Maometto. L'ha fatto all'indomani del barbaro sgozzamento il 26 luglio 2016 in una chiesa a Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, dell'anziano sacerdote cattolico Jacques Hamel da parte di due giovani terroristi islamici francesi. Cinque giorni dopo, domenica 31 luglio, quasi fosse la Chiesa a doversi discolpare e quasi fosse la cristianità a dovere tendere la mano all'islam, fu consentito agli imam di entrare nelle chiese in Italia e in Francia, di salire sugli altari affiancati dal sacerdote e di recitare i versetti del Corano in arabo. Fu la prima volta in assoluto che accadde in 1.400 anni di storia dell'islam. La Chiesa per 1.400 anni ha sempre condannato l'islam, ha sempre condannato il Corano, ha sempre condannato Maometto. Non c'era mai stata una così formale e plateale legittimazione dell'islam come religione.
L'affermazione di Papa Francesco fatta ieri all'università Roma Tre, «non esiste il terrorismo cristiano, non esiste il terrorismo ebraico e non esiste il terrorismo islamico», è un passo ulteriore nell'accreditare il relativismo religioso. Mettere sullo stesso piano ebraismo, cristianesimo e islam, assolvendoli indistintamente e acriticamente perché sarebbero le «tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche», sostenendo che tutte e tre adorerebbero lo stesso Dio «clemente e misericordioso», ci impone la conclusione che l'islam è una religione legittima a prescindere dai suoi contenuti e dai comportamenti violenti dei suoi adepti.
Papa Francesco sbaglia nel sovrapporre in modo automatico la dimensione della persona con la dimensione della religione. Il cristianesimo si fonda sull'amore del prossimo, il cristiano è tenuto ad amare cristianamente il musulmano a prescindere dalla sua fede, ma non a legittimare la sua religione anche se i suoi contenuti sono del tutto incompatibili con la fede cristiana, perché l'islam condanna l'ebraismo e il cristianesimo di miscredenza e legittima l'uccisione dei miscredenti.
Sarebbe sufficiente che Papa Francesco ascoltasse più attentamente i sacerdoti e i vescovi cristiani e cattolici d'Oriente, che conoscono bene l'arabo e il Corano, che hanno subito la discriminazione e patito la persecuzione islamica per il semplice fatto di essere cristiani.
Papa Francesco sbaglia facendo propria la tesi che ha prevalso in seno ai vertici della Chiesa, secondo cui il nemico da combattere è la secolarizzazione della società e la diffusione dell'ateismo, specie tra i giovani. In questo contesto si è giunti alla conclusione che l'islam sarebbe un alleato perché mantiene comunque in piedi l'idea di Dio. Si tratta di un tragico errore perché non è lo stesso Dio. Non c'è nulla che accomuna il Dio Padre della cristianità con l'Allah islamico che nei versetti 12-17 della Sura 8 del Corano tuona «getterò il terrore nel cuore dei miscredenti. Colpiteli tra capo e collo (...) Non siete certo voi che li avete uccisi, è Allah che li ha uccisi».
Papa Francesco sbaglia promuovendo un immigrazionismo che sta auto-invadendo l'Europa di milioni di giovanotti islamici. Come può immaginare che la rigenerazione della vita e la rivitalizzazione della spiritualità in questa Europa decadente possa realizzarsi con la sostituzione della nostra popolazione con una umanità meticcia e con l'avvento dell'islam? Il continuo riferimento storico sulle contaminazioni etniche che hanno connotato la storia dell'Europa è sbagliato, sia perché si è trattato di popolazioni cristiane o che hanno aderito al cristianesimo, sia soprattutto perché l'Europa e la Chiesa hanno potuto salvaguardare la propria identità e la propria civiltà solo perché hanno combattuto e sconfitto gli eserciti invasori islamici a Poiters (732), con la Reconquista (1492), a Lepanto (1571), a Vienna (1683).
Papa Francesco si ricordi che tutto il Mediterraneo era cristiano fino al Settimo secolo. E che in meno di 200 anni dopo la morte di Maometto nel 632 le popolazioni cristiane al 98% che popolavano la sponda orientale e meridionale del Mediterraneo furono violentemente sottomesse all'islam. Per averlo evocato nella sua Lectio Magistralis a Ratisbona il 12 settembre 2006 Benedetto XVI fu messo in croce fino a quando fu costretto a rassegnare le dimissioni.
Papa Francesco probabilmente sa già tutto ciò e pertanto non possiamo continuare a dire che sbaglia. Dobbiamo avere l'onestà intellettuale e il coraggio umano di dire che Papa Francesco sta consapevolmente ottemperando a una strategia finalizzata alla legittimazione dell'islam come religione costi quel che costi, anche se culminerà nel suicidio della Chiesa.

(Fonte: Magdi Cristiano Allam, Il Giornale, 18 febbraio 2017)



sabato 18 febbraio 2017

Il Papa all’Università “Roma Tre”: due commenti

1) DUE PAPI, DUE UNIVERSITA', DUE CLIMI DIVERSI. Con una sensazione
La visita di papa Francesco all’Università Roma Tre, in un clima di festa e di grande affetto verso il pontefice, mi ha fatto tornare alla memoria un episodio ben diverso.
Come qualcuno ricorderà, nel gennaio 2008 papa Benedetto XVI venne invitato a tenere un discorso all’Università La Sapienza di Roma. La visita, prevista per il giorno 17, fu però annullata due giorni prima. Era stato il rettore di allora, Renato Guarini, a invitare il papa per l’inaugurazione dell’anno accademico, naturalmente dopo aver interpellato il senato accademico, che si disse felice di ricevere il vescovo di Roma, come era già successo con Paolo VI nel 1964 e con Giovanni Paolo II a Roma Tre nel 2002.
Alcuni docenti però manifestarono la loro opposizione, prima con un intervento, pubblicato dal «Manifesto», del professor Marcello Cini, poi con una lettera firmata da una settantina di professori della facoltà di Fisica (per la precisione, sessantasette docenti, su un totale di 4500) e sottoscritta in seguito da altri settecento docenti italiani e stranieri di vari atenei.
Il caso deflagrò quando, il 10 gennaio, la lettera fu rilanciata dal quotidiano «La Repubblica». Fu così che, in un clima di polemiche, Benedetto XVI comunicò a malincuore la sua decisione di rinunciare alla visita, per non alimentare un fuoco che minacciava di avere serie conseguenze.  Alla vigilia dell’evento ci furono infatti manifestazioni studentesche contrarie all’invito, culminate con l’occupazione della sede del senato accademico e del rettorato.
Chi scrive visse quei giorni da cronista, intervistando i giovani e i professori contrari all’arrivo del papa, a incominciare da Cini (poi scomparso nel 2012 a ottantanove anni), che andai a trovare nella sua casa. Mi fu così possibile toccare con mano la miscela di pregiudizio, furore ideologico e, spiace dirlo, ignoranza che portò alla contestazione e all’annullamento della visita.
Per sbarrare l’ingresso a Ratzinger venne fatta, fra l’altro, una lettura distorta della lectio tenuta da Benedetto XVI nel 2006 all’Università di Ratisbona su «Fede, ragione e università»  (il famoso discorso nel quale il papa affrontò anche il problema del rapporto della religione islamica con la violenza) e si manipolò un discorso tenuto alla Sapienza dal cardinale Ratzinger nel 1990.
La vicenda, rievocata ora in un libro («Sapienza e libertà. Come e perché papa Ratzinger non parlò all’Università di Roma», scritto dal giornalista Pier Luigi De Lauro ed edito da Donzelli), fu molto triste da ogni punto di vista. Di fatto al vescovo di Roma fu impedito di parlare nell’università più grande e più importante della sua diocesi, un ateneo fondato, fra l’altro, proprio da un pontefice: Bonifacio VIII. Anche se il rettore, e gliene va dato atto, volle poi che il discorso del papa fosse letto nel corso della cerimonia, si trattò di un’occasione persa, una sconfitta per tutti.
In quella brutta storia ebbero un ruolo decisivo i mass media. Furono loro in gran parte a fomentare gli studenti e amplificare il caso. Il primo ad ammetterlo è Gianluca Senatore, allora rappresentante degli studenti. La chiusura di Cini e degli altri suoi colleghi, spiega oggi Senatore, non nacque in realtà dalla preoccupazione di difendere la laicità dell’istituzione universitaria, ma dalla paura di fare i conti con un papa teologo che metteva seriamente in crisi la pretesa di dominio delle scienze naturali ed empiriche sulla conoscenza.
Lo stesso Senatore rivela che all’epoca non aveva letto nulla di Ratzinger, ma in seguito cercò di approfondirne la conoscenza, scoprendo insospettabili punti di contatto tra le preoccupazioni del papa e quelle dello stesso professor Cini, per esempio a proposito delle terribili derive assunte dalla scienza e della tecnica nel corso dell’ultimo mezzo secolo.
Purtroppo, dice Senatore, vinse l’intolleranza, ma quella storia almeno un effetto positivo lo ebbe: lo studente di allora, incominciando a leggere Ratzinger, arrivò alla conclusione, confermata oggi, che il papa tedesco ha rappresentato uno dei momenti più alti della tradizione culturale della Chiesa cattolica.
Ma che cosa avrebbe detto Ratzinger se avesse avuto la possibilità di parlare? Raramente si ricorda che il papa aveva preparato un testo tanto umile nella forma quanto di alto livello nei contenuti, un contributo che almeno per sommi capi merita di essere ricordato, sia per dimostrare quanto fossero infondati i timori dei contestatori sia per ricordare la finezza di quel pontefice.
Il discorso si apriva così: «È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della Sapienza – Università di Roma in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere».
La Chiesa, sottolineava il papa, ha sempre guardato «con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni».
Poi Ratzinger, riaffermando l’assoluta autonomia dell’università e chiedendosi che cosa possa dire un papa rivolgendosi a un ateneo statale che opera nella sua diocesi, allargava il discorso ponendosi due questioni di fondo: «Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell’università?».
Alla prima domanda Benedetto XVI rispondeva che certamente il papa «non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà». Al di là del suo ministero pastorale, è comunque suo compito, precisava,  «mantenere desta la sensibilità per la verità» e «invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio». E qui Benedetto XVI non temeva di rivendicare il «patrimonio di sapienza» di cui la comunità dei credenti è depositaria in quanto  custode  di «un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche che risulta importante per l’intera umanità».
Insomma, spiegava Benedetto XVI concedendosi una punta di provocazione, «la sapienza delle grandi tradizioni religiose è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee».
Quanto alla seconda domanda, la risposta preparata dal papa suonava così: «Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. […]. L’uomo vuole conoscere, vuole verità. […] Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: qual è quel bene che ci rende veri?».
Come si può ben vedere, da parte di Benedetto XVI nessuna invasione di campo, nessuna supponenza. Al contrario, il contributo profondo di un uomo, un docente, un teologo, sincero nel proporre il proprio punto di vista (con la questione della verità in primo piano), schietto nel chiedere di meditare sul fatto che verità significa di più che sapere e trasparente nell’interrogarsi su alcune grandi questioni che, dopo tutto, riguardano tutti, credenti e non credenti, e toccano da vicino soprattutto chi opera in un santuario del sapere quale è un’università.
Ma a quell’uomo, a quel docente, a quel teologo, a quel papa, con un atto di inaudita prevaricazione giacobina, fu sbarrata la strada.
Ora, il fatto che un altro papa, Francesco, sia stato invitato da un altro ateneo romano, l’Università Roma Tre, e non solo abbia potuto intervenire ma sia stato accolto con grande simpatia ed entusiasmo,  non può che far piacere a tutte le persone che amano il confronto libero delle idee.
Resta però un certo retrogusto amaro se si pensa che Francesco, rispondendo alle domande di alcuni studenti, non ha toccato nemmeno uno dei grandi temi riguardanti la verità e il rapporto tra ragione e fede. Francesco in effetti, più che da papa, più che da vescovo, più che da religioso, ha scelto di parlare da sociologo e da economista. Ha affrontato le questioni legate alla disoccupazione giovanile, alle migrazioni, alla globalizzazione. Ha chiesto, anche con accenti accorati, di cercare l’unità salvaguardando le differenze e non l’uniformità. Questioni importanti, sia chiaro. Ma colpisce il fatto che mai una volta ha nominato Dio o la fede.
È pur vero che nel testo scritto e poi non letto, perché il papa ha preferito rispondere ai giovani improvvisando, c’è un passaggio molto bello, nel quale Bergoglio con umiltà ma anche con efficacia dice così: «Mi professo cristiano e la trascendenza alla quale mi apro e guardo ha un nome: Gesù. Sono convinto che il suo Vangelo è una forza di vero rinnovamento personale e sociale. Parlando così non vi propongo illusioni o teorie filosofiche o ideologiche, neppure voglio fare proselitismo. Vi parlo di una Persona che mi è venuta incontro, quando avevo più o meno la vostra età, mi ha aperto orizzonti e mi ha cambiato la vita». Altrettanto vero è che il discorso scritto, sebbene non pronunciato, resta agli atti. Tuttavia, nel confronto diretto con gli studenti, e di conseguenza in tutte le cronache della giornata, i riferimenti alla trascendenza e alla fede in Gesù sono spariti.
Sarebbe folle pensare che il papa si sia autocensurato. Sicuramente, scegliendo di mettere da parte il discorso preparato a tavolino, ha semplicemente voluto farsi più vicino ai giovani e dimostrare meglio, con maggiore intensità emotiva, la sua partecipazione ai loro problemi, alle loro preoccupazioni. D’altra parte sono convinto che docenti e studenti di Roma Tre lo avrebbero applaudito anche nel caso in cui Francesco avesse fatto riferimento all’esperienza religiosa.
Tuttavia, osservando gli elogi e la simpatia riservati a Francesco e ripensando al divieto posto a Benedetto XVI nel 2008, è difficile sottrarsi all’impressione che l’uomo di fede, perfino quando è il papa in persona, sia oggi più apprezzato nel dibattito pubblico quando non affronta la questione di Dio e della verità. Quando, cioè, non è troppo papa e non troppo cattolico.

(Fonte: Aldo Maria Valli, Blog, 17 febbraio 2017)

Resta un certo retrogusto amaro se si pensa che Francesco, rispondendo alle domande di alcuni studenti, non ha toccato nemmeno uno dei grandi temi riguardanti la verità e il rapporto tra ragione e fede. Francesco in effetti, più che da papa, più che da vescovo, più che da religioso, ha scelto di parlare da sociologo e da economista. Ha affrontato le questioni legate alla disoccupazione giovanile, alle migrazioni, alla globalizzazione. Ha chiesto, anche con accenti accorati, di cercare l’unità salvaguardando le differenze e non l’uniformità. Questioni importanti, sia chiaro. Ma colpisce il fatto che mai una volta ha nominato Dio o la fede. 
Qui Valli offre una “generosa” spiegazione sul perché Bergoglio abbia lasciato da parte il discorso scritto, nel quale erano almeno accennati i temi di Cristo, trascendenza e fede.
  

2) DISCORSO LAICO: disoccupazione, “linguaggio violento” della politica, migrazioni...
Poi vogliono farci credere che non sia cambiato niente!
Ci sarà un motivo nell'abissale differenza e contrasto tra un rifiuto aspro e inappellabile opposto a Benedetto XVI ad un'accoglienza calorosa, tra cori e applausi. Scrive la nostra Luisa.
Tante cose sono cambiate, è cambiato il papa. Vi ricordate quando Benedetto XVI dovette rinunciare a parlare alla Sapienza? C'è da ricordare anche il perché: il rifiuto vergognoso della sua lectio magistralis di Ratisbona!!!
Ebbene il suo successore è accolto con entusiasmo nella stessa università romana, un papa che non parla da papa ma come un uomo politico, un leader politico per di più perfettamente in linea con l`ideologia suicidaria del multiculturalismo, del rispetto delle differenze per non discriminare le minoranze, i migranti ecc., il suo abituale e molto costruito "linguaggio semplice che parla al cuore", i soliti facili psicologismi da manuale, tante generalizzazioni e banalità sul dialogo ecc., il rifiuto di dire che se, come dice, siamo in guerra, chi ci sta facendo al guerra vuole imporre la sharia e non certo dialogare, e mi sia permesso di dire tanta ignoranza o ideologia sulla storia dell`Europa, sulla situazione della Svezia che non è affatto quella rosea da lui descritta, Svezia che conosce una crisi molto grave legata all`immigrazione di massa, oltre che alla secolarizzazione. [vedi].

(Fonte: Chiesa e Postconcilio, 17 febbraio 2017)

“Mentre i socialisti in Francia mettono fuorilegge i Siti Pro Life e il Parlamento Europeo approva un Provvedimento (sempre della Sinistra) con cui ci chiede di finanziare le fabbriche di aborti a cui Trump ha tolto i finanziamenti, Bergoglio oggi è' andato all'università senza sfiorare nemmeno lontanamente questi avvenimenti, senza parlare mai di Gesù Cristo e di Dio, ma facendo un comizio politico di Sinistra (peraltro molto banale e da bar)” (Antonio Socci).



giovedì 9 febbraio 2017

Antonio Socci: Stop alla “guerra civile” cattolica

Non mi interessa sapere, detto francamente, perché Socci abbia scritto quel post in cui dice in buona sostanza di voler deporre le armi della polemica antibergogliana e, soprattutto, ciò che nessuno mi sembra abbia notato, torna a chiamare papa colui di cui ha messo chiaramente in dubbio il fatto che sia papa (e continua a chiamare papa anche Ratizinger, dando così per scontato che vi siano due papi nella Chiesa).
Non mi interessa perché, se Socci è forse colui che più lucidamente di ogni altro è stato capace di intuire tutto quanto non andava e non va, dall'altro è colui che più ciecamente di ogni altro si ostina a far finta che tutto questo che non va non abbia alcun collegamento con il passato, quasi si trattasse di un meteorite piovuto dal cielo.
Insomma, lucidissimamente intuitivo e psicologicamente fragilissimo, per la paura di fare i conti veri con se stesso e il proprio passato e presente. E' come un nuovo PItagora che intuisce un teorema, ma poi è come un bambino di prima elementare che rifiuta di studiare le tabelline.
Per questo, che l'abbia fatto perché costretto sotto pressione o per scrupolo di coscienza e altro, francamente, non mi interessa. In fin dei conti, sono affari suoi.
Mi interessa invece un altro aspetto. Ed è il fatto che parli apertamente di guerra civile tra cattolici.
Perdonate la mia sfrontatezza, ma qualcuno forse ricorderà che io l'ho scritto più volte negli anni passati, usando proprio questo termine. E, negare oggi questa lapalissiana evidenza, è veramente da bugiardi senza ritegno.
Siamo in guerra civile, amici. Una guerra grazie a Dio fatta con le tastiere e le parole, a volte violente. Ma sempre guerra è.
Basta guardare facebook o leggere articoli su internet di ogni giorno per rendersene conto.
Ma se siamo in guerra civile... una ragione ci dovrà pur essere. Non si può immaginare che una parte del mondo cattolico è impazzita completamente tutta insieme oppure che l'altra sia composta solo da bugiardi patentati.
Qualcosa non quadra. Questo, veramente, è innegabile. Qualcosa... ci spinge alla guerra, alla divisione. Ed è inutile e ridicolo incolpare il demonio, il divisore. Egli agisce, è vero, ma agisce in funzione delle possibilità concrete che gli si offrono. Ovvero, approfitta della realtà, può anche forgiare demiurgicamente la realtà, ma non crea la realtà. Questa, esiste per frutto delle azioni e scelte degli uomini.
Qualcosa è cambiato e sta cambiando nella Chiesa odierna. E non da oggi. Negare questa semplicissima verità, è negare l'evidenza delle cose, ed è un grave peccato, come insegna il catechismo.
Solo per rimanere agli ultimi tre giorni, si parla di sacerdozio femminile, vespri in S. Pietro con gli anglicani eretici, messa ecumenica con chi non crede alla Transustanziazione. E qualcuno pure bestemmia Maria Santissima. Ovvero, si distrugge completamente la nostra fede. Dinanzi a questo, si entra in guerra civile inevitabilmente, tra chi accetta tutto - per le più svariate ragioni, a partire da un sentimentalismo idolatrico - e chi invece ragiona ancora con la ragione e al servizio della verità teologica cattolica. E' inevitabile. E Socci non può farci nulla.
Più lucidamente di lui, lo hanno capito coloro che si sono schierati con il cambiamento, anche tra i laici. Basti pensare a vaticanisti noti, fino ad arrivare a pietosi esempi di ossessione da rinnnegato, di intellettuale decaduto che passa il proprio tempo a minacciare e offendere volgarmente, tipico di chi comprende la propria fine e l'esito drammatico del proprio tradimento.
Basti pensare a personaggi equivoci che vengono fuori all'improvviso con le idee più futurisriche possibili, chiara evidenza del loro cedimento alle lusinghe del mondo.
Altri cercano ancora di salvare capra e cavoli, alcuni in buona fede, altri per interesse, altri per mancanza di capacità di giudizio.
Ho appena letto un ottimo post di Costanza Miriano sul punto del sacerdozio femminile, in cui dice giustamente che le donne cattoliche non sentono questa necessità. Splendida verità. Il problema però che sfugge alla Miriano - e non mi interessa ovviamente se le sfugge in toto e se semplicemente evita di approfondire il tema - è che a chi ha iniziato l'opera sottile per arrivare a questa meta non gliene frega assolutamente nulla di quello che volgiono o non vogliono le donne cattoliche. Loro lo fanno per distruggere la Chiesa e la fede. Questo è il punto su cui cade l'asino, in questa tematica come in altre.
L'ecumenismo, i riti pluriconfessionali, il dialogo, il sacerdozio femminile, ecc., sono passi successivi della distruzione dei sette sacramenti, a partire ovviamente dal fodnamentale per arrivare al sacerdozio stesso. Esattamente come la progressiva furbesca dissoluzione delle verità morali e familiari, come possiamo ben costatare oggi.
Il nostro problema, ormai, oggi, non è come si tenterà di distruggere la Chiesa, la fede, i sacramenti, la morale, la famiglia, la retta sessualità. Questo è dinanzi ai nostri occhi.
Il vero problema, oggi, è che siamo in guerra civile. E' che siamo in scisma operativo. Non dico in Germania o all'estero, dove lo scisma è operativo da decenni. Dico in Italia. Siamo in scisma.
E tutti coloro - e provo per loro una profonda pena, anche per persone stimabilissime che vedo qui ogni giorno giocare come funamboli con la verità solo per tentare di rimandare i conti con la realtà o per irresistibile femmineo sentimentalismo - che tentano disperatamente di mantenere le gambe sui due dirupi, sono destinati a cadere prima o poi. Perché i due dirupi non sono una mia invenzione, né un'invenzione di quelli che invece chiaramente si sono schierati con il cambiamento.
I due dirupi ci sono a basta. E si allargano ogni giorno di più.
Basti pensare, un esempio tra mille, alla Conferenza Episcopale tedesca, vera signora della Chiesa odierna, che ci dice che il matrimonio tra persone omosessuali ha la sua sacralità rituale. O basti pensare al disprezzo che lo stesso clero del cambiamento dimostra ogni giorno verso chi rimane fedele alla verità di sempre. O basti vedere come costoro interpretano l'Amoris Laetitiae, ovvero ne danno il senso profondo senza remore, mentre altri continuano a far finta di non capire e non sentire...
Fino a quando continuerete amici miei a far finta che tutto questo non incida nella Chiesa odierna? E cosa farete se putacaso i dubia dovessero procedere?
Su una cosa ha ragione Socci. Siamo in guerra civile.
Una ragione ci sarà e non è perché ci sono i pazzi fanatici. Quelli che voi chiamate pazzi fanatici sono coloro che soffrono profondamente nell'anima per amore della Chiesa e della Verità.
E, ricordate, prima di accusare e offendere... Dio vede i cuori di ognuno. E Dio non cambia.

(Fonte: Massimo Viglione, Pagina FB, 9 febbraio 2017)



mercoledì 8 febbraio 2017

I Gesuiti di "Civiltà Cattolica": Porte aperte alle donne sacerdote

Il 2 agosto del 2016 papa Francesco ha istituito una commissione per studiare la storia del diaconato femminile, ai fini di un suo eventuale ripristino. E alcuni hanno visto in questo un primo passo verso il sacerdozio delle donne, nonostante lo stesso Francesco sembri averlo escluso tassativamente, rispondendo così a una domanda sull'aereo di ritorno dal suo viaggio in Svezia, lo scorso 1 novembre (nella foto il suo abbraccio con l'arcivescovo luterano svedese Antje Jackelen):
"Sull’ordinazione di donne nella Chiesa cattolica, l'ultima parola chiara è stata data da San Giovanni Paolo II, e questa rimane".
A leggere però l'ultimo numero de "La Civiltà Cattolica", la questione delle donne sacerdote appare tutt'altro che chiusa. Anzi, apertissima.
"La Civiltà Cattolica" non è una rivista qualsiasi. Per statuto ogni sua riga è stampata con il previo controllo della Santa Sede. Ma in più c'è lo strettissimo rapporto confidenziale che intercorre tra Jorge Mario Bergoglio e il direttore della rivista, il gesuita Antonio Spadaro.
Il quale a sua volta ha il suo collaboratore più fidato nel vicedirettore Giancarlo Pani, anche lui gesuita come tutti gli scrittori della rivista.
Ebbene, nell'articolo a sua firma che apre l'ultimo numero de "La Civiltà Cattolica" padre Pani fa tranquillamente a pezzi proprio "l'ultima parola chiara" – cioè il no tondo tondo – che Giovanni Paolo II ha pronunciato contro il sacerdozio delle donne.
Per vedere come, non resta che rileggere questo passaggio dell'articolo, propriamente dedicato alla questione delle donne diacono, ma che da lì prende spunto per auspicare anche delle donne sacerdote.

NON SI PUÒ SOLO RICORRERE AL PASSATO
di Giancarlo Pani S.I.
[…] Nella Pentecoste del 1994 papa Giovanni Paolo II ha riassunto, nella Lettera apostolica "Ordinatio sacerdotalis", il punto di arrivo di una serie di precedenti interventi magisteriali (tra cui l’"Inter insigniores"), concludendo che Gesù ha scelto solo uomini per il ministero sacerdotale. Quindi «la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale. Questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».
Il pronunciamento era una parola chiara per quanti ritenevano di poter discutere il rifiuto dell’ordinazione sacerdotale alle donne. Tuttavia, […] qualche tempo dopo, in seguito ai problemi suscitati non tanto dalla dottrina quanto dalla forza con cui essa era presentata, veniva posto alla Congregazione per la Dottrina della Fede un quesito: l’"ordinatio sacerdotalis" può «considerarsi appartenente al deposito della fede?». La risposta è stata «affermativa», e la dottrina è stata qualificata "infallibiliter proposita", cioè che «si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli».
Le difficoltà di recezione della risposta ha creato «tensioni» nei rapporti tra Magistero e Teologia per i problemi connessi. Essi sono pertinenti alla teologia fondamentale circa l’infallibilità. È la prima volta nella storia che la Congregazione si appella esplicitamente alla Costituzione "Lumen gentium", n. 25, dove si proclama l’infallibilità di una dottrina perché insegnata come da ritenersi in modo definitivo dai vescovi dispersi nel mondo ma in comunione fra loro e con il successore di Pietro.
Inoltre, la questione tocca la teologia dei sacramenti, perché riguarda il soggetto del sacramento dell’Ordine, che tradizionalmente è appunto l’uomo, ma non tiene conto degli sviluppi che nel XXI secolo hanno avuto la presenza e il ruolo della donna nella famiglia e nella società. Si tratta di dignità, di responsabilità e di partecipazione ecclesiale.
Il fatto storico dell’esclusione della donna dal sacerdozio per l’"impedimentum sexus" è innegabile. Tuttavia già nel 1948, e quindi molto prima delle contestazioni degli anni Sessanta, p. Congar faceva presente che «l’assenza di un fatto non è criterio decisivo per concludere sempre prudentemente che la Chiesa non può farlo e non lo farà mai».
Inoltre, aggiunge un altro teologo, «il “consensus fidelium” di tanti secoli è stato chiamato in causa nel XX secolo soprattutto a motivo dei profondi cambiamenti socio-culturali che hanno interessato la donna. Non avrebbe senso sostenere che la Chiesa deve cambiare solo perché i tempi sono cambiati, ma resta vero che una dottrina proposta dalla Chiesa chiede di essere compresa dall’intelligenza credente. La disputa sulle donne prete potrebbe essere messa in parallelo con altri momenti della storia della Chiesa; in ogni caso oggi nella questione del sacerdozio femminile sono chiare le "auctoritates", cioè le posizioni ufficiali del Magistero, ma tanti cattolici fanno fatica a comprendere le "rationes" di scelte che, più che espressione di autorità, paiono significare autoritarismo. Oggi c’è un disagio tra chi non riesce a comprendere come l’esclusione della donna dal ministero della Chiesa possa coesistere con l’affermazione e la valorizzazione della sua pari dignità». […]

A giudizio de "La Civiltà Cattolica", quindi, non solo vanno messe in dubbio l'infallibilità e la definitività del "no" di Giovanni Paolo II alle donna sacerdote, ma più di questo "no" valgono "gli sviluppi che nel XXI secolo hanno avuto la presenza e il ruolo della donna nella famiglia e nella società".
Questi sviluppi – prosegue il ragionamento della rivista – rendono ormai incomprensibili le "rationes" di divieti "che, più che espressione di autorità, paiono significare autoritarismo".
In altre parole, il fatto che la Chiesa cattolica non abbia mai avuto donne sacerdote non impedisce che ne abbia in futuro:
"Non si può sempre ricorrere al passato, quasi che solo nel passato vi siano indicazioni dello Spirito. Anche oggi il Signore guida la Chiesa e suggerisce di assumere con coraggio prospettive nuove".
E Francesco per primo "non si limita a ciò che già si conosce, ma vuole addentrarsi in un campo complesso e attuale, perché sia lo Spirito a guidare la Chiesa", conclude "La Civiltà Cattolica", evidentemente con l'imprimatur del papa.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 7 febbraio 2017)



venerdì 3 febbraio 2017

Che problemi ha l'Avvenire con Donald Trump?

“I gesti di Trump, un incubo che torna. Infame è il marchio.” (Marco Tarquinio, Avvenire, sabato 28 gennaio 2017).

C’è davvero qualcosa che non torna se, di fronte al terrorismo islamico che giura guerra (e la fa) all’America e all’Europa, un presidente che cerca di regolare l’accesso alle frontiere viene additato come xenofobo dal direttore del giornale dei vescovi in un editoriale di martedì. C’è certamente qualcosa che non quadra se chi chiude temporaneamente le entrate ad alcuni paesi dove le ambasciate Usa (come ha spiegato sulla NBQ Stefano Magni) non hanno la possibilità di controllare le identità dei richiedenti asilo, mentre la nostra gente viene uccisa a suon di Kamikaze, viene praticamente additato da Marco Tarquinio come un senza cuore. Peggio, come un mostro paragonabile al capo dei Jihadisti al Bagdadi che ha posto sulle case dei cristiani la “N” di Nazareno per dare il via a una carneficina. Soprattutto c’è qualcosa di sospetto, dato che il direttore di Avvenire non può non sapere che Trump ha promesso di proteggere i cristiani, concedendo loro asili speciali e chiamandone parecchi nella sua squadra di governo. Ancor più difficile credere che sia all'oscuro del fatto che nel 2013 Obama restrinse gli accessi a questi paesi, non per tre, come ha chiesto Trump, ma per ben sei mesi.
D’accordo la critiche sull’opportunità o meno di certe politiche. Come, ad esempio, quella del patriarca iracheno Louis Sako, che ha sconsigliato la corsia preferenziale per i cristiani preoccupato di ulteriori ritorsioni sulla comunità locale (colpa di Trump che li vuole accogliere o delle polemiche incendiate dalla stampa?), ma il livello di livore sulle pagine di quelli che demonizzano i muri in nome del dialogo appare davvero ingiustificabile. Soprattutto se si pensa, anche se si preferisce tacerlo, che la guerra all'Occidente è stata dichiarata ed è solo all'inizio. Dentro un quadro simile si comprende dunque il successivo imbarazzo di fronte a un "al Bagdadi come Trump", che il giorno successivo all’editoriale di Tarquinio ha chiesto la nomina alla Corte Suprema di Neil Gorsuch, uno strenuo difensore della legge naturale:“Un giudice conservatore per la Corte suprema”, ha titolato Avvenire sottolineando le critiche anticlericali e femministe sul fatto che Gorsuch sarebbe “contro i lavoratori” e “ostile ai diritti delle donne”, piuttosto che ricordare la sua difesa della libertà religiosa in diverse cause, tra cui quella delle Little Sister of the Poor. L’ordine di suore che assistono la popolazione americana più bisognosa e che Obama voleva bloccare nella loro attività solo perché contrarie all’aborto e alla contraccezione. Ad aggravare lo smarrimento è lo spazio esiguo dato alla notizia dei provvedimenti del presidente contrari all’aborto e quella dell’invio storico, per la prima volta da quando l’aborto è legale in Usa, del suo vice Mike Pence alla Marcia per la Vita di Washigton, per dire “a nome del Presidente degli Stati Uniti (…) Siate certi, ma certi, che insieme a voi, noi non ci stancheremo, non avremo pace finché non avremo ripristinato una cultura della vita in America”.
A questo punto, però, è inevitabile chiedersi cosa rappresenta di così pericoloso Trump, per suscitare in chi ama parlare di “ponti” un astio tanto irrazionale da falsificare la realtà? L’editoriale di Tarquinio descrive, usando i termini irenisti e semplicisti dell’ideologia globale, del sogno di una “casa comune” che vieta di ergere “muri” , accusando Trump di disinteresse per i “poveri” . Ora, a parte il fatto che il direttore di Avvenire non può non sapere che la classe media americana è scomparsa sotto la presidenza del liberal Obama, e non può nemmeno non porsi qualche domanda davanti all’odio che nutrono per le ricette del neo eletto presidente le multinazionali e i "big" della Silicon Valley (che si arricchiscono con fatturati miliardari dando lavoro a un numero esiguo di persone, come spiega Baldini sulla Verità di ieri), in questo modo la voce dei vescovi viene ridotta a politica. Un quotidiano espressione dell’episcopato dovrebbe infatti preoccuparsi più che altro di evangelizzare, leggendo i fatti alla luce della fede in Gesù Cristo e del suo Magistero, che ha il compito di difendere l’uomo da un potere che odia i princìpi della vita e della famiglia. Quelli che la Chiesa ha sempre riconosciuto come gli unici non negoziabili nel valutare la politica, perché strettamente legati alla difesa della fede e perché unico antidoto al potere mondano.
Assumere invece il linguaggio della globalizzazione, dell’ideologia multiculturale, significa servire queste due filosofie diaboliche che mirano a livellare tutte le identità a una, quella dell’Occidente laico che vuole appiattire l’uomo ai suoi istinti per farne uno schiavo. E sì che la dottrina sociale della Chiesa mette in guardia dal pacifismo e dall’egualitarismo ricordando che non c’è uguaglianza senza riconoscimento di situazioni differenti, che non esiste dialogo senza identità forti, che non c’è prosperità senza valorizzazione della propria economia. Che non si ottiene stabilità senza difesa dei confini, anche quando non piacesse alla Germania che fa da bandiera alla globalizzazione per soggiogare gli altri paesi europei, come ha denunciato martedì il consigliere economico di Trump, Peter Navarro. Ma si sa che svelare certe cose spaventa quanti strizzano l’occhio a chi è espressione di quel potere e a chi, come Gentiloni, ha twittato contro Trump: “Società aperta, identità plurale, nessuna discriminazione”. Proprio secondo l’utopia descritta che ha ben poco a che fare con il realismo cristiano di una pace sofferta e che si ottiene anche combattendo. 
Solo un cristianesimo che perde l’orizzonte verticale e che mira ad espandersi attraverso la tattica fatta di silenzi sulla verità, nell’illusione di allargare la sua cerchia di consensi, può arrivare all'odio di sé e di chiunque gli ricordi la sua vera identità. Eppure questa pare la mentalità che va per la maggioranza fra i vertici della Chiesa che, mentre accusano quanti difendono i princìpi non negoziabili di tentazione egemonica (peccato che non ci sia nulla di più socialmente invalidante oggi), dimenticano la fede nell’Aldilà per un piatto di lenticchie servito da chi usa l’umanitarismo per distruggere i popoli. Siamo dunque al paradosso di una fetta di cristiani pro Trump che, combattendo per un posto lassù, si sente più rappresentata da un presidente che promette di arginare l’ideologia dei nemici della fede (si può ancora usare questa parola e chiedere di essere difesi senza accuse di integrismo tipico delle personalità deboli?), che dai loro pastori "accoglienti". E attualmente più indaffarati a fare politica e schierarsi contro un presidente americano che, ridando speranza alla Chiesa militante messa all'angolo, mette in crisi il loro piano mondano di assicurarsi un posto quaggiù.

(Fonte: Benedetta Frigerio, La Nuova BQ, 2 febbraio 2017)



Viaggio nella “Catholica” del disorientamento pastorale

Al di là che si sia d’accordo o meno con le modalità di papa Francesco o piuttosto con quella di chi gli pone degli interrogativi, il saggio “Disorientamento Pastorale” di Danilo Quinto (edizioni Leonardo da Vinci, 265 pagine, 20 euro) aiuta a giudicare quanto sta avvenendo all’interno della Chiesa cattolica a partire dalle verità millenarie della fede e del Magistero. 
Spesso infatti i fedeli sono spaesati dalla confusione e non ne sanno uscire per ignoranza. Ad esempio: chi sa quando il papa è infallibile o meno? Chi sa quando la dottrina permette di interpellarle il Santo Padre pubblicamente su determinati temi? Chi sa davvero cosa significa l’obbedienza al pontefice? 
Purtroppo la maggioranza dei fedeli non è più in grado di rispondere a questi interrogativi, anche a causa di una voluta ambiguità di comunicazione della fede, che non è certo cominciata con l’azione pastorale di Francesco ma che fu già assunta da un certo linguaggio adottato dal Concilio Vaticano II.
Ora siamo solo alla radicalizzazione del problema dunque. Questa la tesi del teologo Antonio Livi nell’introduzione al volume di Quinto, che parlando dell’attuale pontefice spiega: “Si tratta del grande mutamento del paradigma pastorale per cui già il Concilio ecumenico Vaticano II (…) ha deciso di privilegiare il linguaggio parenetico su quello dogmatico, il tono conciliante su quello polemico (…) il risultato è stato che in alcuni documenti del Concilio (…) il nuovo linguaggio del Magistero è risultato oggettivamente ambiguo, provocando quella ridda di opposte interpretazioni che tanto hanno diviso la Chiesa”. E sebbene alcuni teologi del Concilio non ne “riconoscono l’autorità propriamente magisteriale”, continua Livi, la deriva anti dogmatica odierna ha assunto comunque proporzioni enormi, tanto da portare a un “ disorientamento pastorale”. Anche perché “dopo la pratica legittimizzazione dell’”ermeneutica della rottura” da parte di papa Francesco con il suo programma di riforme “pastorali” (che contraddicono sostanzialmente i dogmi del Concilio di Trento e gli insegnamenti irreformabili del magistero ordinario anche recente, come quello di Giovanni Paolo II) ciò che obiettivamente è in crisi è l’autorevolezza stessa del magistero ecclesiastico”.
Quinto analizza quindi il Concilio Vaticano II, ricostruendone la traiettoria, sottolineandone le ispirazioni e i danni recati da certe formulazioni visibili oggi con chiarezza. Insieme prende in esame molti passaggi problematici del pontificato attuale circa la dottrina e la fede cattolica, come ad esempio le affermazioni di Francesco su Lutero, la sua prassi nei confronti dei protestanti, le sue esternazioni sull’Islam, sul matrimonio e sul significato di misericordia e di accoglienza. Vengono vagliati anche certi discorsi papali di fatto più vicini al linguaggio umanitarista, piuttosto che a quello legato alla salvezza delle anime. Mentre molte affermazioni del papa di carattere colloquiale (interviste, battute, telefonate), dunque soggette a critiche come spiega sempre Livi, vengono esaminate dal saggio di Quinto alla luce del Vangelo e dei commenti dottrinali di altri teologi.
Quella di Quinto dunque è una battaglia che si può giudicare opportuna o meno, ma non si può affermare che non contribuisca a rimettere al centro le grandi verità immutabili della Chiesa che ogni fedele dovrebbe conoscere. E questo non può che essere un servizio, data l'impossibilità ad uscire dalla confusione per prendere una posizione certa sulla fede senza conoscere le verità immutabili custodite del magistero della Chiesa.
A questo punto ricordiamo le parole di una grande santa (usate da Quinto per mettere in guardia dell’irenismo che piace a chi mira all’instaurazione di un ordine mondiale basato sull’appiattimento delle differenze) per rispondere chi accusa quanti affermano il vero davanti alla confusione di essere dei divisori: “E’ vero che la guerra stessa è crudele (…) ma più crudele è l’intenzione di chi la usa per combattere la santa Fede, portando la guerra dove regna la pace di Cristo, e dove si è costretti a muovere guerra per riportarla. Quelli che fanno le giuste guerre hanno la pace come scopo: essi non sono contrari che alla pace cattiva (…) la pace mondana che non è affatto quella che il Signore volle e venne a portare sulla terra” (S. Caterina da Siena).

(Fonte: Benedetta Frigerio, La nuova BQ, 30 gennaio 2017)



Femminicidio: quante menzogne in una sola parola

Si sa che rimedi sbagliati vengono da diagnosi sbagliate che possono solo peggiorare i mali. E si capiscono i danni che ne possono conseguire se uno degli esempi più lampanti di questo errore è l’analisi sulle violenze e gli omicidi di coppia sbattuti continuamente sui giornali che li incasellano semplicisticamente con il termine “femmincidio”. Sebbene si tratti di tutto meno che di questo. 
Cominciamo chiarendo che la parola “femmincidio” è stata inventata dalla femminista e comunista messicana Maria Marcela Lagarde, che descrisse i delitti di mafia avvenuti agli inizi degli anni Novanta a Ciudad Jarez, dove furono uccise diverse donne, a suo parere solo per il fatto di essere femmine. A parte il fatto che il narcotraffico cittadino aveva mietuto vittime per l’80 per cento di sesso maschile e che le stesse femmine erano fra i sicari (“Noi donne lo facciamo per il denaro. Mi misi a uccidere a tempo pieno”, confessò Maria del Pilar Narro Lopez al Corriere della Sera nel 2011), è evidente l’errore grossolano con cui si definisce "femmincidio" qualsiasi omicidio di una donna. E’ infatti illogico ritenere che se ad essere uccisa è una femmina significa che il movente dell’omicidio sia per forza il suo sesso di nascita.
Alla luce di questa considerazione bisogna poi guardare ai dati reali e complessivi degli omicidi in Italia. Perché, come ha ricordato lo scorso giugno anche la femminista Paola Tavella, “su molti giornali, blog e comunicati si scrive in questi giorni che dall'inizio del 2016 i femminicidi sarebbero 58. Invece sono 36”. Mentre i dati del Viminale “fanno addirittura pensare che nei primi cinque mesi del 2016 il fenomeno sia sceso del 20 per cento rispetto allo stesso periodo del 2015”. Ma anche in questi casi è imprudente sostenere che in questi delitti l’uomo uccide la donna perché odia la femmina in quanto tale. 
Il problema, infatti, è più complesso e risiede più facilmente, come ha spiegato nel suo libro "Il maschio fragile" lo psichiatra criminologo Alessandro Meluzzi, “nella coppia”. In una violenza e un possessivismo patologico con cui si pretende dall’altro la soddisfazione di tutte le proprie aspirazioni. Non c’entra nulla dunque la natura dell’uomo orco sempre più descritta nell’immaginario come incompatibile con quella della fragile fanciulla. Infatti, a pensare che il femminismo, che ora si batte contro il “femmincidio”, non ha fatto altro che fomentare l’idea della donna oggetto nel momento in cui ha slegato l’atto unitivo da quello procreativo all’interno del matrimonio, è ancor più sconcertante vedere quanto male faccia alla famiglia alimentare l’idea che il sesso maschile, propenso al dominio, abbia qualcosa di bacato in sé per cui deve essere arginato nel suo ruolo di comando.
Non a caso Meluzzi spiega come il “maschio fragile” che uccide la sua donna ha spesso alle spalle un background familiare in cui il legame con la madre è preponderante e patologico a discapito di quello paterno la cui figura è posta in secondo piano. Il problema reale consiste quindi in un ribaltamento dei ruoli e perciò in un’incapacità dell’uomo e della donna di vivere un’alleanza. Il che inasprisce e infragilisce i rapporti fra coniugi, rendendo di conseguenza deboli anche i figli. Perciò l’errore più grave nel cercare di fermare questa spirale di violenza è proprio quello di vittimizzare la donna, come conferma anche Meluzzi. I figli, infatti, imparano ad avere il senso del limite e ad accettare il “no” e le frustrazioni solo nel momento in cui il padre pone dei limiti, a cui la madre è la prima a non doversi “ribellare”, come spesso invece fa in nome dell’emancipazione.
A descrivere perfettamente i danni di questa ribellione, poi alla base della rivoluzione sessuale, fu l’enciclica "Casti Connubii" di Pio XI, il quale mise in guardia dalla falsa “emancipazione sociale, economica, fisiologica; fisiologica in quanto vogliono che la donna, a seconda della sua libera volontà, sia o debba essere sciolta dai pesi coniugali (…)", perché questa è invece corruzione dell’indole muliebre e della dignità materna”. E quindi è “perversione di tutta la famiglia”. 
Di più, perché il pontefice profetizzò che “questa falsa libertà e innaturale eguaglianza con l’uomo” sarebbero tornate “a danno della stessa donna; giacché se la donna scende dalla sede veramente regale, a cui, tra le domestiche pareti, fu dal Vangelo innalzata (...) ridiventerà, come nel paganesimo, un mero strumento dell’uomo”. La stessa Edith Stein, poi santa Benedetta dalla Croce, che in “La donna” descrive la sublimità della creatura femminile, spiega che la femmina, sensibile alla procreazione e all’amore più che l’uomo, è maggiormente tentata nel “cadere in una semplice vita istintiva. E quando ciò avviene essa diventa seduttrice che spinge al male, mentre la sua missione specifica sarebbe la lotta contro il male”. In questa lotta, continua Stein, l’unico rimedio è la devozione a Cristo nella preghiera e nell’Eucarestia che le dona l’amore a cui tanto aspira rendendola docile e amorevole a sua volta, così “poi deve onorare, con libera e amorosa soggezione, l’uomo immagine di Cristo”.
Anche perché la sottomissione, che chiama la donna a servire e ad essere collaboratrice di Dio servendo e sostenendo il marito nella guida della famiglia, realizza pienamente la natura femminile, come spiega bene san Francesco di Sales nell’”Introduzione alla vita devota: “In tutta la Sacra Scrittura si raccomanda insistentemente questa sottomissione (…) non solo perché vi chiede di accettarla con amore, ma perché raccomanda ai vostri mariti di fare la loro parte, con grande amore, tenerezza e dolcezza: Mariti, dice S. Pietro, abbiate un comportamento discreto con le vostre mogli, perché sono fragili come vasi di cristallo; e portate loro onore”. In poche righe si capisce che solo una donna disposta a seguire il marito valorizzandone il ruolo può ottenere una guida amorevole e salda in cui rifugiarsi. Al contrario l'alleanza si spezza con gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti. 

(Fonte: Benedetta Frigerio, La Nuova BQ, 18 gennaio 2017)



domenica 29 gennaio 2017

«L'omosessualità non è normale. Tollerarla è il declino dell'occidente». Parola di un'atea lesbica

FEMMINISTA
Camille Paglia è una delle più originali pensatrici del nostro tempo. Americana di origini italiane, rappresenta una delle intelligenze più libere, contraddittorie e dissacranti della cultura contemporanea.
È femminista ma disprezza il femminismo contemporaneo che definisce “malato, indiscriminato e nevrotico” e lo rincorre con spietata ironia: “lasciare il sesso alle femministe è come andare in vacanza lasciando il tuo cane ad un impagliatore”.
Ammira le donne emancipate degli anni ’20 e ’30 del ‘900 “perché non attaccavano gli uomini, non li insultavano, non li ritenevano la fonte di tutti i loro problemi, mentre al giorno d’oggi le femministe incolpano gli uomini di tutto”.
DI SINISTRA
Camille Paglia è di sinistra ma riconosce che “i Democratici che pretendono di parlare ai poveri e ai diseredati, sono sempre più il partito di un’élite fatta d’intellettuali e accademici”.
Lei, icona di una cultura radical-chic che affonda nel ’68, spiega l’inutilità degli intellettuali che “con tutte le loro fantasie di sinistra, hanno poca conoscenza diretta della vita americana”.
ATEA
Camille Paglia è atea ma guai a chi le tocca il ruolo storico della religione e sopratutto del cristianesimo: “ho un rispetto enorme per la religione, che considero una fonte di valore psicologico, etico e culturale infinitamente più ricca dello sciocco e mortifero post-strutturalismo, che è diventato una religione secolarizzata”.
LESBICA
Camille Paglia è lesbica ed in molte interviste ricorda la sua attitudine giovanile transessuale, eppure ammette che “i codici morali sono la civiltà. Senza di essi saremmo sopraffatti dalla caotica barbarie del sesso, dalla tirannia della natura”.
Detesta la stupidità delle mobilitazioni gay e l’intolleranza degli omosessuali e quando le si domanda: “Perché in questi anni non c’è stato nessun leader gay lontanamente vicino alla statura di Martin Luther King?” Lei risponde: “Perché l’attivismo nero si è ispirato alla profonde tradizioni spirituali della chiesa a cui la retorica politica gay è stata ostile in maniera infantile. Stridulo, egoista e dottrinario, l’attivismo gay è completamente privo di prospettiva filosofica”.
Lei, che rivendica di essere stata la prima studentessa lesbica a fare outing all’università di Yale, riconosce che “l’omosessualità non è normale; al contrario si tratta di una sfida alla norma”.
E sulle nuove frontiere della procreazione assistita, si dice “preoccupata dalla mescolanza perniciosa tra attivismo gay e scienza che produce più propaganda che verità”.
Riconosce che la sua omosessualità e le sue tendenze transgender sono una “forma di disfunzione di genere” perché in natura “ci sono solo due sessi determinati biologicamente”; e i casi di effettiva androginia sono rarissimi, “il resto è frutto di propaganda”.
Verso quei genitori che, grazie a medici compiacenti, cambiano il sesso dei figli a fronte di comportamenti apparentemente transessuali, Camille Paglia non ammette giustificazioni: “È una forma di abuso di minori”.
Sia chiaro: per Camille Paglia, in ballo non c’è il diritto di ogni uomo o donna adulti di vivere la propria sessualità con libertà e amore; né il dovere di uno Stato di riconoscere fondamentali diritti di ogni individuo a raggiungere la propria realizzazione di sé, anche in campo affettivo o sessuale; in ballo c’è il patto mefistofelico che l’Occidente sta facendo con la Tecnica per disarticolare l’ordine naturale: “La natura esiste, piaccia o no; e nella natura, la procreazione è una sola,  regola implacabile”.
TRANSGENDER E DECLINO DELL’OCCIDENTE
Qualche mese fa, davanti alle telecamere di Roda Viva, il famoso format televisivo brasiliano di Tv Cultura, è stata ancora più chiara: “l’aumento dell’omosessualità e del transessualismo sono un segnale del declino di una civiltà”.
Non c’è alcun giudizio morale in questa affermazione (e come potrebbe esserci?) ma un’analisi storica sull’Occidente che interpreta i segni del tempo; “a differenza delle persone che lodano il liberalismo umanitario che permette e incoraggia tutte queste possibilità transgender, io sono preoccupata di come la cultura occidentale viene definita nel mondo, perché questo fenomeno in realtà incoraggia gli irrazionali e, direi, psicotici oppositori dell’Occidente come i jihadisti dell’Isis”.
“Nulla definisce meglio la decadenza dell’Occidente che la nostra tolleranza dell’omosessualità aperta e del transessualismo”.
Parole di una straordinaria e coraggiosa pensatrice lesbica.

(Fonte: Gianpaolo Rossi, Il Timone, 29 gennaio 2017)


venerdì 27 gennaio 2017

Effetto Paglia: alla Pontificia Accademia per la Vita si cancellano le tracce di san Giovanni Paolo II

Era già tutto organizzato nei minimi dettagli, ma il seminario internazionale del 2 marzo per i trenta anni dalla Donum Vitae, è stato prima rinviato, e ora annullato. È solo l’ultimo episodio che racconta dello smantellamento della Pontificia Accademia per la Vita come papa Giovanni Paolo II l'aveva voluta nel 1994 per rispondere all’attacco del mondo contro la vita e la dignità umana. Sono bastati pochi mesi al nuovo presidente monsignor Vincenzo Paglia per imporre una svolta che snatura l’Accademia.
Emblematica questa ultima mossa. Il 22 febbraio prossimo ricorrono i trenta anni dalla promulgazione dell’Istruzione Donum Vitae, a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede e approvata da papa Giovanni Paolo II (clicca qui per una breve spiegazione del documento). Sviluppo dell’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae (1968) - aggiornata alle ultime scoperte scientifiche e alle nuove possibilità offerte dalla tecnologia – e fondamento di successive encicliche, la Donum Vitae è una pietra miliare nella costruzione di quella “cultura della vita” a cui Giovanni Paolo II teneva moltissimo per contrastare quella che lui definiva “cultura della morte”, ormai maggioritaria in Occidente.
Quasi scontato che la Pontificia Accademia pro Vita volesse dedicare a questo documento un grande seminario. Era infatti in calendario per il 2 marzo, con il titolo “Technology and Human Generation”, con un programma già definito da tempo. Poi all’improvviso, prima di Natale, è stato rinviato prendendo a pretesto il «recente rinnovo dello Statuto dell’Accademia» e alcune non meglio specificate «questioni organizzative connesse» (l’avviso è ancora sul sito).
Gli ottimisti pensavano che il rinvio seguisse quello dell’assemblea generale dell’Accademia, spostata a giugno per dare tempo di effettuare le nuove nomine. Era un’illusione, vero obiettivo era far saltare tutto, il tema e l’approccio pro-vita che caratterizzava il “workshop” non sono graditi alla nuova presidenza.
Così, senza farlo sapere pubblicamente, il 13 gennaio scorso i moderatori delle varie sessioni del workshop si sono visti arrivare una lettera in cui il cancelliere dell’Accademia, monsignor Renzo Pegoraro, annuncia la definitiva cancellazione del seminario, con parole da cui si evince che il vero problema è che si preferisce evitare il tema. Dovendo giustificarsi, monsignor Pegoraro afferma infatti da una parte che la nomina dei nuovi membri dell’Accademia «richiederà un certo tempo»: «Saremo in grado di fissare il seminario solo dopo che il processo sarà portato a termine», dice. Ma poi ecco che arriva la vera spiegazione: «Analogamente, nel programmare un nuovo seminario dovremo considerare la nuova direzione e le nuove sfide dell’Accademia». 
In altre parole, scordatevi di concentrarvi ancora su fecondazione artificiale, maternità surrogata e cose di questo genere. La musica è cambiata e gli studi dell’Accademia sono destinati a mutare indirizzo. Monsignor Paglia infatti, ha più volte dimostrato di ritenere troppo stretti i vestiti del Magistero cattolico, ribadito sia nella Humanae Vitae sia nella Donum Vitae, a cui faranno riferimento anche l’enciclica Evangelium Vitae (1995) e l’Istruzione Dignitas Personae (2008).

La conferma del rapporto essenziale e vincolante tra significato unitivo e procreativo dell’atto coniugale è il fondamento che porta alla condanna della contraccezione da una parte e della fecondazione in vitro dall’altra. Pare che nel nuovo corso della Chiesa anche questi siano diventati muri da abbattere, tanto è vero che da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, monsignor Paglia ha chiamato a tenere lezioni e dettare le linee teologico-morali ai membri di quel Consiglio il teologo moralista milanese don Maurizio Chiodi, decisamente più liberal in materia. E si rischia di essere un po’ scontati nel prevedere che proprio don Chiodi sarà uno dei chiamati nella nuova Accademia per la Vita.
E infatti per poter cambiare musica più rapidamente, monsignor Paglia sta mettendo mano anche ai suonatori. Il nuovo Statuto dell’Accademia per la Vita, in vigore dal 1° gennaio scorso, prevede infatti un grande rimescolamento tra i membri ordinari: non più nomine a vita di esperti, basate su competenze scientifiche e accademiche oggettive coniugate alla sincera dedizione a favore della vita, bensì nomine di cinque anni eventualmente rinnovabili. La disposizione ha valore retroattivo, per cui si può già scommettere che nei prossimi mesi si assisterà al “pensionamento” di esperti totalmente in sintonia con la Donum Vitae (tanto per capirsi) e all’ingresso di nuovi membri decisi a superare la lezione di san Giovanni Paolo II. Non per niente il nuovo Statuto ha molto attenuato la necessità di una visione in sintonia con la dottrina della Chiesa per poter entrare nell’Accademia: per i membri ordinari è stata eliminata l’obbligatorietà della sottoscrizione della “Attestazione dei servitori della vita” e sparisce la Congregazione per la dottrina della fede come organismo vaticano di cooperazione con l’Accademia.
Per rendersi maggiormente conto della portata della svolta, bisogna ricordare che l’istruzione Donum Vitae, analogamente a quanto successo con la Humanae Vitae, ha provocato molte reazioni negative da parte di alcuni scienziati ed esperti cattolici già impegnati in ricerche sulle tecniche procreative, ritenute dalla dottrina della Chiesa moralmente illecite. Così ci sono stati anche diversi episodi di aperta ribellione, con Università e ospedali cattolici che hanno proseguito per la loro strada. La situazione era diventata tale che a quasi due anni dalla promulgazione della Donum Vitae, il 21 dicembre 1988 l’Osservatore Romano interviene con una nota (clicca qui)per ribadire che l’Istruzione in questione ha valore dottrinale perché «sulla dignità della persona, il valore della vita umana e la nobiltà dell’amore coniugale» propone un insegnamento che «appare assolutamente essenziale all’espletamento della missione salvifica della Chiesa».
Ora, con Paglia alla guida della Accademia è facile prevedere uno spostamento graduale verso le posizioni delle cliniche universitarie cattoliche ribelli. Uno spostamento che passa anche dalla relativizzazione del problema: è stato lo stesso monsignor Paglia a spiegare che la Pontificia Accademia per la Vita è chiamata ad allargare i propri orizzonti. Non si parlerà soprattutto dell’origine della vita, questione che stava a cuore a Giovanni Paolo II, ma di «tutto quel che concerne la persona umana, nelle diverse età della vita, nel rispetto tra generi e generazioni, nella difesa della persona umana, nella promozione della qualità della vita, che integri “il valore materiale e spirituale”». Si noti anche l’introduzione di una nuova terminologia, come quella di “generi”, decisamente più in linea con lo spirito del mondo.
Ad ogni modo è evidente che l’obiettivo è cancellare ogni traccia dell’insegnamento e dell’azione di san Giovanni Paolo II.

(Fonte: Riccardo Cascioli, La nuova Bussola Quotidiana, 23 gennaio 2017)


Cirinnà flop, nessuno si "unisce". Ma a primavera...

Sotto sotto lo ha ammesso anche la parlamentare Pd Monica Cirinnà. Le Unioni civili si sono rivelate un flop. La prima firmataria della legge sulle Unioni civili due giorni fa è stata intervistata da Repubblica la quale passando all’incasso – davvero magro – sbatte sotto il naso della senatrice la cifra impietosa di mille unioni civili in cinque mesi, da quando cioè, a fine luglio, la legge è vigente. Davvero un misero bottino.
Si obietterà. La percentuale delle persone omosessuali è infima rispetto agli etero, in genere tra l’1 e il 2% della popolazione. Quindi ovvio che il numero di unioni civili è assai inferiore ai matrimoni tra sessualmente diversi. Calcolatrice alla mano le persone omosessuali nel nostro Paese, tenendo per buona la percentuale del 2%, dovrebbero essere 1.200.000 (e contiamo pure tra i 60 milioni di Italiani quelli in fasce). Anche tenendo conto di ciò le unioni civili sono percentualmente pochissime: mille su 1.200.000 persone omosessuali . Si obietterà che non tutte le persone omosessuali vivono una relazione di coppia e quindi non tutti vivono una condizione che potrebbe portarli a dire “Sì lo voglio” davanti al sindaco. Anche in questo caso la percentuale si esprimerebbe comunque in millesimi. E inoltre – aspetto ancor più importante – queste obiezioni del fronte gay, che vengono esibite per giustificare l’insuccesso, sono le medesime di chi prima della approvazione della Cirinnà sosteneva che, numeri alla mano,  non c’era nessuna esigenza sociale per approvare la legge, bensì solo un’esigenza ideologica. Tanto meno un’urgenza nata dalla base.
Ma torniamo all’intervista di Repubblica. La giornalista dunque domanda alla madrina della legge 76/2016: “Ma non le sembrano poche quasi mille unioni civili in cinque mesi, dopo trent' anni di attesa?”. Risposta dell’onorevole: “No, il boom arriverà in primavera. È la stagione dei matrimoni”. Avete capito bene. E’ un problema di clima, c’entra sempre lui alla fine. Dai migranti alla denatalità la colpa è comunque del termometro. La Cirinnà rivela che i comuni di mezz’Italia le hanno assicurato che avranno il tutto esaurito in primavera per la celebrazioni delle Unioni civili. Staremo a vedere, comunque la risposta della Cirinnà non è credibile per più motivi. In primis la legge era vigente dal 23 luglio e chi voleva si è già unito civilmente in estate e a inizio autunno, periodi in cui tradizionalmente ci si sposa. Insomma chi voleva celebrare le unioni civili nella stagione appropriata poteva già farlo, se questo fosse stato davvero il vero problema.
La giustificazione di cartavelina della Cirinnà poi non convince perchè, come dimostrano le esperienze degli altri paesi, sono proprio i primi mesi in cui è vigente la legge sulle unioni civili o il “matrimonio” omosex a segnare il picco massimo di richiesta, proprio perché c’è l’effetto accumulo e l’effetto massmediatico. Il primo consiste nel fatto che le coppie che nel tempo precedente all’approvazione della legge avevano in animo di unirsi civilmente lo fanno tutte contemporaneamente appena varata la legge. Il secondo effetto è proprio del marketing: la pubblicità massmediatica ricevuta dalle unioni civili spinge molti a considerare fattibile l’idea di celebrarle. Ma nonostante questi due effetti che dovrebbero agevolare assai il numero di celebrazioni nei primi mesi il flop è stato fragoroso.
L’on. Cirinnà poi se la prende con i decreti attuativi che solo qualche giorno fa sono stati tutti approvati. Ma anche in questo caso chi voleva in punta di diritto contrarre valida unione civile poteva già farlo. Gli ultimi decreti infatti riguardano aspetti che non interessano direttamente la validità del vincolo.
Poi la senatrice Pd tira in ballo alcuni amministratori locali che boicottano la legge. Ma questi amministratori, nella quasi totalità dei casi, non si rifiutano di celebrare le unioni civili. Semplicemente destinano sale e giorni della settimana per la celebrazioni delle unioni civili diverse da quelle scelte per i matrimoni, oppure il celebrante non indossa la fascia tricolore oppure si vieta l’uso della musica. Ma le celebrazioni avvengono comunque e chi trova un primo cittadino un po’ malmostoso è sempre libero di rivolgersi al comune accanto. Però per Repubblica la colpa è sempre dei soliti fascisti ed infatti così titola l’intervista: "Unioni civili, ancora troppi ostacoli dai sindaci della destra".
Ma i veri motivi dell’insuccesso delle unioni civili sono altri e per paradosso vengono rivelati dalla stessa Cirinnà la quale ammette che “fino ad ora si sono sposate le coppie che avevano urgenza, e le coppie più anziane” e più avanti insiste specificando che si tratta di coppie  “in gran parte avanti con gli anni”. La giornalista allora domanda: “E i giovani?” Non erano loro i primi destinatari di questa legge, coloro che avevano aggredito più volte le Sentinelle in piedi, berciato da plurimi siti web le loro offese contro chi criticava il Ddl Cirinnà e interrotto molte volte conferenze e convegni a difesa della famiglia? Tanto livore non poteva che essere segno inequivocabile che i gay ci tenevano tantissimo alle Unioni civili. La senatrice con candore così ribatte: "Ricevo centinaia di lettere. Molti scrivono che l'importante era conquistare un diritto. Poi sceglieranno se e quando celebrare l'unione civile. Del resto è come per le coppie eterosessuali. Chi si sposa più a vent'anni?".
Ecco provato per bocca della stessa on. Cirinnà che le Unioni civili non le vuole nessuno, nemmeno i primi destinatari di questa legge. Esattamente come avviene nel resto del mondo d’altronde. Non le vogliono perché, studi alla mano, le persone omosessuali sono assai più promiscue di quelle etero, cambiano spesso partner, non sono fatte per relazioni durature. Figuriamoci addirittura formalizzare davanti alle autorità un rapporto che si vuole libero, aperto, liquido, quasi vaporoso. Le unioni civili come il matrimonio non fanno per la persona omosessuale.
Ecco poi spiegato il perché si buttano a capofitto solo le coppie anziane. La legge 76/2016 infatti offre loro molte garanzie economiche e previdenziali, in primis ricordiamo la pensione di reversibilità. La legge Cirinnà  in buona sostanza rappresenta una sorta di assicurazione sul futuro, una specie di pensione arcobaleno. L’età avanza, gli acciacchi si fanno sentire e qualche soldino in più fa comodo, soprattutto nella previsione che prima o poi uno dei due compagni verrà a mancare. L’affetto, l’ “amore” c’entrano poco o nulla. E’ mero pragmatismo.
Dunque la battaglia per avere le unioni civili è stata solo ideologica per stessa ammissione della Cirinnà: “Molti [giovani ] scrivono che l'importante era conquistare un diritto”. L’importante era ed è l’aspetto simbolico, affermare cioè che il matrimonio può essere un vincolo che lega in modo indistinto due persone di sesso differente come due persone dello stesso sesso. Poco importa che nessuno usi di questo istituto, l’aspetto fondamentale sta nel fatto che una legge dello Stato ha elevato a bene giuridico l’omosessualità ed ha inferto un colpo mortale al matrimonio. Lo ammise anche Franco Grillini, ora presidente onorario dell’Arcigay, il quale nel libro intervista Gay. Molti modi per dire ti amo, curato da Sabelli Fioretti, dichiarò: “L'esistenza di una legge che consenta alle persone omosessuali di accedere all'istituto del matrimonio o agli istituti equivalenti non implica l'obbligo di usarla. Basta che ci sia. Se poi uno vuole la usa, se non vuole non la usa. L'esistenza di un diritto non obbliga di avvalersi di questo diritto”.
Va da sé poi che le Unioni civili siano solo una tappa della marcia di avvicinamento al vero obiettivo: il “matrimonio egualitario” omosessuale. Così la Cirinnà: "È la prossima meta. Le unioni civili sono state il primo e storico passo. Ma il fine, per quanto mi riguarda, è il matrimonio omosessuale". La logica non fa una piega: se le Unioni civili sono state un insuccesso, il “matrimonio” omo sarà un insuccesso al cubo.

(Fonte: Tommaso Scandroglio, La nuova Bussola Quotidiana, 17 gennaio 2017)