martedì 10 aprile 2018

GAUDETE ET EXSULTATE. Ma non se siete contemplativi o di clausura


In cinque righe il Pontefice regnante liquida un paio di millenni di monachesimo contemplativo, maschile e femminile. Al N. 26 della sua esortazione apostolica Gaudete ed Exsultate scrive: “Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione”.
Saranno felici le suore di clausura e i religiosi contemplativi.
Per il resto, il lungo documento tratta in forma lievemente diversa dei soliti rimproveri e chiodi fissi del Pontefice. Parla di Gnostici e Pelagiani, facendo capire che in realtà sono sempre loro, i rigidi, quelli che amano troppo il culto, ecc. ecc. i colpevoli, sotto diverse forme.
Critica le chiacchiere, in una noticina:
“La diffamazione e la calunnia sono come un atto terroristico: si lancia la bomba, si distrugge, e l’attentatore se ne va felice e tranquillo. Questo è molto diverso dalla nobiltà di chi si avvicina per parlare faccia a faccia, con serena sincerità, pensando al bene dell’altro. In certe occasioni può essere necessario parlare delle difficoltà di qualche fratello. In questi casi può succedere che si trasmetta un’interpretazione invece di un fatto obiettivo. La passione deforma la realtà concreta del fatto, lo trasforma in interpretazione e alla fine la trasmette carica di soggettività. Così si distrugge la realtà e non si rispetta la verità dell’altro”.
A sorpresa difende la predicazione ossessiva su accoglienza e migranti, quasi contrapponendola alla difesa della vita:
“Nocivo e ideologico è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto”. 
È interessante la lunga parte finale dedicata al demonio, alla sua realtà, alle sue opere e all’influenza che ha nel mondo. Mentre l’interpretazione quasi esclusivamente sociale della beatitudine di chi ha fame e sete di giustizia sottolinea l’impianto orizzontale, secolare e immanente di gran parte della predicazione del Pontefice. Così come fanno alzare le sopracciglia le parti dedicate alla mitezza e al giudizio degli altri da parte di qualcuno che mite certamente non sembra, e quanto a giudicare sembra che pratichi spesso e volentieri il giudizio: compreso questo documento stesso.

Per chi non volesse leggere tutto il documento, abbiamo raccolto qualche paragrafo che ci sembrava interessante. Buona lettura.

7. Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”.
Tra le diverse forme, voglio sottolineare che anche il “genio femminile” si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo. E proprio anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa. Possiamo menzionare santa Ildegarda di Bingen, santa Brigida, santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila o Santa Teresa di Lisieux. Ma mi preme ricordare tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza.

14. Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.

16. Questa santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti. Per esempio: una signora va al mercato a fare la spesa, incontra una vicina e inizia a parlare, e vengono le critiche. Ma questa donna dice dentro di sé: “No, non parlerò male di nessuno”. Questo è un passo verso la santità. Poi, a casa, suo figlio le chiede di parlare delle sue fantasie e, anche se è stanca, si siede accanto a lui e ascolta con pazienza e affetto. Ecco un’altra offerta che santifica. Quindi sperimenta un momento di angoscia, ma ricorda l’amore della Vergine Maria, prende il rosario e prega con fede. Questa è un’altra via di santità. Poi esce per strada, incontra un povero e si ferma a conversare con lui con affetto. Anche questo è un passo avanti.

22. Per riconoscere quale sia quella parola che il Signore vuole dire mediante un santo, non conviene soffermarsi sui particolari, perché lì possono esserci anche errori e cadute. Non tutto quello che dice un santo è pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa è autentico e perfetto. Ciò che bisogna contemplare è l’insieme della sua vita, il suo intero cammino di santificazione, quella figura che riflette qualcosa di Gesù Cristo e che emerge quando si riesce a comporre il senso della totalità della sua persona.

25. Poiché non si può capire Cristo senza il Regno che Egli è venuto a portare, la tua stessa missione è inseparabile dalla costruzione del Regno: «Cercate innanzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33). La tua identificazione con Cristo e i suoi desideri implica l’impegno a costruire, con Lui, questo Regno di amore, di giustizia e di pace per tutti. Cristo stesso vuole viverlo con te, in tutti gli sforzi e le rinunce necessari, e anche nelle gioie e nella fecondità che ti potrà offrire. Pertanto non ti santificherai senza consegnarti corpo e anima per dare il meglio di te in tale impegno.

26. Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione.

Gnosticismo:
39. Facciamo però attenzione. Non mi riferisco ai razionalisti nemici della fede cristiana. Questo può accadere dentro la Chiesa, tanto tra i laici delle parrocchie quanto tra coloro che insegnano filosofia o teologia in centri di formazione. Perché è anche tipico degli gnostici credere che con le loro spiegazioni possono rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo. Assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti. Una cosa è un sano e umile uso della ragione per riflettere sull’insegnamento teologico e morale del Vangelo; altra cosa è pretendere di ridurre l’insegnamento di Gesù a una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto.

39. In realtà, la dottrina, o meglio, la nostra comprensione ed espressione di essa, «non è un sistema chiuso, privo di dinamiche capaci di generare domande, dubbi, interrogativi», e «le domande del nostro popolo, le sue pene, le sue battaglie, i suoi sogni, le sue lotte, le sue preoccupazioni, possiedono un valore ermeneutico che non possiamo ignorare se vogliamo prendere sul serio il principio dell’incarnazione. Le sue domande ci aiutano a domandarci, i suoi interrogativi ci interrogano».

Pelagiani:
49. Quelli che rispondono a questa mentalità pelagiana o semipelagiana, benché parlino della grazia di Dio con discorsi edulcorati, «in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico».46 Quando alcuni di loro si rivolgono ai deboli dicendo che con la grazia di Dio tutto è possibile, in fondo sono soliti trasmettere l’idea che tutto si può fare con la volontà umana, come se essa fosse qualcosa di puro, perfetto, onnipotente, a cui si aggiunge la grazia. Si pretende di ignorare che «non tutti possono tutto»47 e che in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente e una volta per tutte dalla grazia.

51. In ultima analisi, la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti è ciò che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poiché non le lascia spazio per provocare quel bene possibile che si integra in un cammino sincero e reale di crescita. La grazia, proprio perché suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini. Pretenderlo sarebbe confidare troppo in noi stessi. In questo caso, dietro l’ortodossia, i nostri atteggiamenti possono non corrispondere a quello che affermiamo sulla necessità della grazia, e nei fatti finiamo per fidarci poco di essa. Infatti, se non riconosciamo la nostra realtà concreta e limitata, neppure potremo vedere i passi reali e possibili che il Signore ci chiede in ogni momento, dopo averci attratti e resi idonei col suo dono. La grazia agisce storicamente e, ordinariamente, ci prende e ci trasforma in modo progressivo. Perciò, se rifiutiamo questa modalità storica e progressiva, di fatto possiamo arrivare a negarla e bloccarla, anche se con le nostre parole la esaltiamo.

52. Ci sono ancora dei cristiani che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore. Si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e del prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale. In questo alcuni cristiani spendono le loro energie e il loro tempo, invece di lasciarsi condurre dallo Spirito sulla via dell’amore, invece di appassionarsi per comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo e di cercare i lontani nelle immense moltitudini assetate di Cristo.

58. Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in un possesso di pochi. Questo accade quando alcuni gruppi cristiani danno eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili. In questo modo, spesso si riduce e si reprime il Vangelo, togliendogli la sua affascinante semplicità e il suo sapore. E’ forse una forma sottile di pelagianesimo, perché sembra sottomettere la vita della grazia a certe strutture umane. Questo riguarda gruppi, movimenti e comunità, ed è ciò che spiega perché tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, ma poi finiscono fossilizzati… o corrotti.

73. Paolo menziona la mitezza come un frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,23). Propone che, se qualche volta ci preoccupano le cattive azioni del fratello, ci avviciniamo per correggerle, ma «con spirito di dolcezza» (Gal 6,1), e ricorda: «e tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (ibid.). Anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza (cfr 1 Pt 3,16), e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza (cfr 2 Tm 2,25). Nella Chiesa tante volte abbiamo sbagliato per non aver accolto questo appello della Parola divina.

74. La mitezza è un’altra espressione della povertà interiore, di chi ripone la propria fiducia solamente in Dio. Di fatto nella Bibbia si usa spesso la medesima parola anawim per riferirsi ai poveri e ai miti. Qualcuno potrebbe obiettare: “Se sono troppo mite, penseranno che sono uno sciocco, che sono stupido o debole”. Forse sarà così, ma lasciamo che gli altri lo pensino. E’ meglio essere sempre miti, e si realizzeranno le nostre più grandi aspirazioni: i miti «avranno in eredità la terra», ovvero, vedranno compiute nella loro vita le promesse di Dio. Perché i miti, al di là di ciò che dicono le circostanze, sperano nel Signore e quelli che sperano nel Signore possederanno la terra e godranno di grande pace (cfr Sal 37,9.11). Nello stesso tempo, il Signore confida in loro: «Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola» (Is 66,2).

Reagire con umile mitezza, questo è santità.
79. Tale giustizia incomincia a realizzarsi nella vita di ciascuno quando si è giusti nelle proprie decisioni, e si esprime poi nel cercare la giustizia per i poveri e i deboli. Certo la parola “giustizia” può essere sinonimo di fedeltà alla volontà di Dio con tutta la nostra vita, ma se le diamo un senso molto generale dimentichiamo che si manifesta specialmente nella giustizia con gli indifesi: «Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,17).

Cercare la giustizia con fame e sete, questo è santità..
100. Purtroppo a volte le ideologie ci portano a due errori nocivi. Da una parte, quello dei cristiani che separano queste esigenze del Vangelo dalla propria relazione personale con il Signore, dall’unione interiore con Lui, dalla grazia. Così si trasforma il cristianesimo in una sorta di ONG, privandolo di quella luminosa spiritualità che così bene hanno vissuto e manifestato san Francesco d’Assisi, san Vincenzo de Paoli, santa Teresa di Calcutta e molti altri. A questi grandi santi né la preghiera, né l’amore di Dio, né la lettura del Vangelo diminuirono la passione e l’efficacia della loro dedizione al prossimo, ma tutto il contrario.

101. Nocivo e ideologico è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista. O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono. La difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto. Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo, dove alcuni festeggiano, spendono allegramente e riducono la propria vita alle novità del consumo, mentre altri guardano solo da fuori e intanto la loro vita passa e finisce miseramente.

102. Spesso si sente dire che, di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale, per esempio, la situazione dei migranti. Alcuni cattolici affermano che è un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli. Possiamo riconoscere che è precisamente quello che ci chiede Gesù quando ci dice che accogliamo Lui stesso in ogni forestiero (cfr Mt 25,35)? San Benedetto lo aveva accettato senza riserve e, anche se ciò avrebbe potuto “complicare” la vita dei monaci, stabilì che tutti gli ospiti che si presentassero al monastero li si accogliesse «come Cristo» (85), esprimendolo perfino con gesti di adorazione (86) e che i poveri pellegrini li si trattasse «con la massima cura e sollecitudine» (87).

117. Non ci fa bene guardare dall’alto in basso, assumere il ruolo di giudici spietati, considerare gli altri come indegni e pretendere continuamente di dare lezioni. Questa è una sottile forma di violenza.
(noticina: 95) Ci sono parecchie forme di bullismo che, pur apparendo eleganti e rispettose e addirittura molto spirituali, provocano tanta sofferenza nell’autostima degli altri.

Qualcosa di più di un mito
160. Non ammetteremo l’esistenza del diavolo se ci ostiniamo a guardare la vita solo con criteri empirici e senza una prospettiva soprannaturale. Proprio la convinzione che questo potere maligno è in mezzo a noi, è ciò che ci permette di capire perché a volte il male ha tanta forza distruttiva. È vero che gli autori biblici avevano un bagaglio concettuale limitato per esprimere alcune realtà e che ai tempi di Gesù si poteva confondere, ad esempio, un’epilessia con la possessione demoniaca. Tuttavia, questo non deve portarci a semplificare troppo la realtà affermando che tutti i casi narrati nei vangeli erano malattie psichiche e che in definitiva il demonio non esiste o non agisce. La sua presenza si trova nella prima pagina delle Scritture, che terminano con la vittoria di Dio sul demonio.120 Di fatto, quando Gesù ci ha lasciato il “Padre Nostro” ha voluto che terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno. L’espressione che lì si utilizza non si riferisce al male in astratto e la sua traduzione più precisa è «il Maligno». Indica un essere personale che ci tormenta. Gesù ci ha insegnato a chiedere ogni giorno questa liberazione perché il suo potere non ci domini.

161. Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea (121). Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché «come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (1 Pt 5,8).

Svegli e fiduciosi
162. La Parola di Dio ci invita esplicitamente a «resistere alle insidie del diavolo» (Ef 6,11) e a fermare «tutte le frecce infuocate del maligno» (Ef 6,16). Non sono parole poetiche, perché anche il nostro cammino verso la santità è una lotta costante. Chi non voglia riconoscerlo si vedrà esposto al fallimento o alla mediocrità. Per il combattimento abbiamo le potenti armi che il Signore ci dà: la fede che si esprime nella preghiera, la meditazione della Parola di Dio, la celebrazione della Messa, l’adorazione eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, la vita comunitaria, l’impegno missionario. Se ci trascuriamo ci sedurranno facilmente le false promesse del male, perché, come diceva il santo sacerdote Brochero: «Che importa che Lucifero prometta di liberarvi e anzi vi getti in mezzo a tutti i suoi beni, se sono beni ingannevoli, se sono beni avvelenati?».

(Fonte: Marco Tosatti, Stilum Curiae, 9 aprile 2018)
http://www.marcotosatti.com/2018/04/09/gaudete-et-exsultate-ma-non-se-siete-contemplativi-o-di-clausura/




lunedì 26 marzo 2018

Benedetto XVI, un pontefice impossibile da "taroccare"


Nella vicenda Viganò c’è molto più di Viganò.
Riccardo Cascioli nella Nuova Bussola sostiene che dietro la vicenda Viganò c’è un attacco a Benedetto XVI, non solo una strumentalizzazione della sua persona, il che sarebbe ovviamente già molto grave, ma al suo pensiero e al suo magistero, nel tentativo di “strattonarlo” e di fargli dire ciò che non ha detto, allocandolo su posizioni da esso mai occupate. Il taroccamento mediatico sarebbe stato funzionale ad un taroccamento teologico o addirittura magisteriale, nel tentativo di cambiare i connotati percepiti del magistero di Benedetto e di trascinarlo verso altre interpretazioni.
Benedetto XVI, durante il suo pontificato, fu chiamato da “La Civiltà Cattolica” il “Papa scomodo”. Da Papa emerito, Benedetto continua, evidentemente, ad essere scomodo se, strattonandolo, lo si vuole normalizzare. Ma è difficile farlo in modo corretto, dato che il suo magistero sta lì davanti a tutti nella sua chiarezza. Quali sono, allora, gli aspetti “scomodi” di Benedetto XVI che la vicenda Viganò voleva accomodare?
In primo luogo l’impostazione della sua teologia e del suo insegnamento sulla Verità del Cristo-Logos, sull’incontro provvidenziale del cristianesimo col pensiero greco e quindi sulla conferma dell'importanza della metafisica e sul suo rilancio in teologia, conformemente anche alla Fides et ratio di Giovanni Paolo II.
Si tratta di una direttrice che taglia fuori molta parte della teologia progressista di ieri e di oggi, che invece ha ormai da molto tempo abbandonato la metafisica, optando per il paradigma ermeneutico. Alla conoscenza dell’essere ha sostituito l’interpretazione dell’esistenza. Questa linea di Benedetto XVI è molto scomoda anche perché impone il recupero della Sapienza creatrice e, quindi, della difesa del Creato secondo modalità non ideologiche, nonché l’assunzione piena della legge morale naturale e del diritto naturale. Cose che fanno accapponare la pelle a cardinali, vescovi e teologi ligi seguaci dei segni dei tempi.
Sul primo dei due punti, Benedetto XVI ha impegnato la Chiesa nella difesa del Creato non solo nella versione riduzionista dell’ONU e del movimentismo ecologista e popolare, ma nel senso dell’ecologia umana e sociale. Anche l’uomo e la società sono frutto della Sapienza creatrice e possiedono quindi un ordine. La vita, il matrimonio e la famiglia vanno difesi per questo. Anche altri lo fanno, si dirà. Sì, ma solo la Chiesa è in grado di tutelare fino in fondo il diritto naturale, riconoscendogli la sua autonomia, come Benedetto XVI spiegò al Parlamento tedesco, ma nello stesso tempo candidandosi a sua prima protettrice perché solo essa è capace di collegare il creato al Creatore, ponendolo così in sicurezza. La teologia della creazione è molto in disuso nelle scuole teologiche di oggi, viene considerata troppo fissista e metafisica, e proprio per questo è un discorso “scomodo”.
Quanto alla legge morale naturale, sono innumerevoli gli insegnamenti di Benedetto XVI sul tema, che è alla base degli insegnamenti della Humanae vitae di Paolo VI, della Familiaris concortio, Evangelium vitae e Veritatis splendor di Giovanni Paolo II. E’ difficile sostenere nella Chiesa novità in campo morale senza mettere in questione il concetto stesso di legge morale naturale e la teologia morale che lo assume in sé nel rapporto con la legge nuova. E’ evidente che anche questo è un insegnamento scomodo. Ne deriva immediatamente la scomodissima dottrina dei “principi non negoziabili”, insegnata da Benedetto, contestata fin da subito dalla teologia progressista ed oggi definitivamente messa da parte.
La corretta impostazione del rapporto di purificazione tra la ragione e la fede, che è stato senz’altro uno degli argomenti centrali nell’insegnamento di Benedetto XVI, era anche finalizzato a superare i molti errori dell’epoca postconciliare e a riconsiderare nella sua autentica realtà il Concilio stesso, restituendolo alla Chiesa dopo che molti teologi ne avevano permesso la strumentalizzazione da parte del mondo. Ciò perché rimetteva a posto il rapporto tra dottrina e pastorale, richiedeva implicitamente di rivedere la cosiddetta “svolta pastorale” e ricominciava ad insegnare che la verità precede la prassi. Non va dimenticato che il corretto rapporto tra fede e ragione è di importanza fondamentale affinché l’esegesi biblica possa andare oltre il metodo storico critico che Benedetto XVI rimise al suo posto.
Forse il punto più acuto della “scomodità” di Benedetto XVI è stato la pubblicazione del motu proprioSummorum pontificum” con il quale si ripristinava il vetus ordo nella celebrazione della Santa Messa, considerandolo una forma straordinaria dell’unico rito della Chiesa cattolica. Erano note le numerose critiche del cardinale Ratzinger all’origine e alla evoluzione della riforma liturgica postconciliare e le profonde riflessioni liturgiche del teologo Ratzinger. Così quel motu proprio voleva fare delle liturgia nuovamente un punto di rinnovamento generale della Chiesa nella fedeltà alla tradizione. Si è trattato senz’altro della disposizione più osteggiata di tutto il suo pontificato.
Benedetto XVI impostò il rapporto tra la Chiesa e il mondo senza cedimenti al secolarismo o alla confusione tra sacro e profano. Lavorò per ripristinare la centralità di Dio anche nella costruzione della società degli uomini, “Quaerere Deum” era la cosa più importante da cui sarebbero scaturiti anche benefici umani, le cose ultime illuminano anche le cose penultime. Egli insegnò con chiarezza l’impossibilità della neutralità rispetto a Dio e che un mondo senza Dio è un mondo contro Dio. Aiutò quindi a comprendere correttamente la secolarizzazione e la laicità. Questi insegnamenti contrastavano con le molte interpretazioni del Vaticano II come pariteticità tra il mondo e la Chiesa o con molte correnti teologiche contemporanee che tendono a ridurre la Chiesa a mondo.
Il pontificato di Benedetto XVI rimane “incompiuto”, ma ciò non significa che non sia stato chiaro e coerente nel combattere la gnosi anche dentro la Chiesa. Certamente un pontificato impossibile da strattonare senza taroccamenti.

(Fonte: Stefano Fontana, La nuova Bussola Quotidiana, 23 marzo 2018)
 http://www.lanuovabq.it/it/benedetto-xvi-un-pontefice-impossibile-da-taroccare




Viganò si dimette, ma niente scuse a Benedetto XVI


Dopo lo scandalo della lettera di Benedetto XVI manipolata, monsignor Dario Viganò si dimette ma il Papa gli chiede di affiancare il nuovo prefetto per la Comunicazione. E intanto il cerchio magico arriva in soccorso sparando su papa Ratzinger.

Alla fine la lettera di dimissioni di monsignor Dario Edoardo Viganò da prefetto della Segreteria per la Comunicazione è arrivata; ma dopo aver concordato con il Papa stesso (come si evince dalla lettera di Viganò e dalla risposta di Francesco) una exit strategy. Il Papa ha infatti creato ad hoc per monsignor Viganò l’ufficio di Assessore per il Dicastero della Comunicazione così che l’ormai ex prefetto possa «dare il suo contributo umano e professionale al nuovo Prefetto», per portare a termine il progetto di riforma di tutto il sistema dei media vaticani che, dice papa Francesco, è «ormai giunto al tratto conclusivo».
Dunque bisognerà attendere la nomina del nuovo prefetto e le sue prime mosse per capire meglio se si tratta solo di una uscita “morbida” oppure un semplice spostamento per placare le polemiche e rimediare alla figuraccia planetaria ma lasciando monsignor Viganò a dirigere da dietro le quinte. Per ora, il tono delle due lettere fa propendere per la seconda ipotesi. Per spiegare la sua decisione di «farmi in disparte» Viganò fa riferimento alle «molte polemiche per il mio operato», una sintesi decisamente benevola e autoassolutoria.
Tanto per riassumere velocemente, l’operato in questione infatti comprende: tentativo di raggiro ai danni del Papa emerito, truffa nei confronti dell’opinione pubblica, violazione della privacy tramite diffusione di lettera riservata, falsificazione di lettera e foto, menzogne reiterate. A fronte di tutto questo dire che il problema siano le polemiche è a dir poco riduttivo, tanto più che nella lettera non c’è traccia di scuse: solo una lunga lode a papa Francesco e al suo progetto di riforma che non deve essere fermato da contrattempi del genere.
La risposta di papa Francesco è in perfetta sintonia, e subito mette in chiaro che accoglie le dimissioni «non senza qualche fatica», affermazione che si comprende dalle lodi sperticate che riserva a monsignor Viganò. Da qui l’invito a restare a disposizione del Dicastero per la Comunicazione nella nuova posizione di cui sopra.
Insomma, il pasticcio creato aveva provocato nel mondo un così grave danno d’immagine alla Santa Sede che qualcosa andava fatto, ma evidentemente si è scelto per il minimo possibile. Del resto ricordiamo che non è mai stata resa nota la lettera con cui Viganò aveva chiesto a Benedetto XVI un contributo per la collana “La teologia di Francesco”, cosa che farebbe piena luce anche sulla risposta del Papa emerito.
La vicenda personale di monsignor Viganò rischia però di nascondere la vera questione in gioco, che questo scandalo ha rivelato con chiarezza e che riguarda il Magistero della Chiesa. E soprattutto ha ben altri protagonisti oltre a Viganò.
Da cosa nasce infatti tutto l’imbroglio? Dal tentativo di affermare una lettura teologica del pontificato di Francesco in aperta contrapposizione con il magistero di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II facendola sponsorizzare proprio da papa Ratzinger, in nome di una presunta continuità. Un progetto perverso, che il Papa emerito ha immediatamente smascherato rifiutando di prestarsi all'operazione e facendo chiaro riferimento a uno dei protagonisti dei “volumetti” incriminati, quel Peter Hünermann del cui pensiero riferiamo nell’articolo di Luisella Scrosati (clicca qui). Ma certo non è il solo: basti ricordare che tra gli autori chiamati a celebrare il pontificato di Francesco c’è anche l’italiano Aristide Fumagalli, noto per le sue posizioni pro-gender.
Tutto perciò era stato costruito per poter annunciare al mondo che Benedetto non solo è il primo sostenitore di papa Francesco, ma ne condivide le linee teologiche secondo l’interpretazione data dai teologi chiamati a dar vita alla collana di 11 libretti al centro della vicenda. Sarebbe stato il delitto perfetto: Benedetto XVI che supporta una visione della morale e dei sacramenti in aperta contraddizione con quanto aveva sostenuto per decenni, prima da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e poi da Papa. Avesse firmato uno scritto secondo le intenzioni di Viganò, Benedetto XVI si sarebbe screditato da solo.
Si è trattato di un vero e proprio agguato, tanta è la considerazione e il rispetto per il Papa emerito. E infatti, nella lettera di dimissioni di monsignor Viganò neanche una parola di scuse nei confronti di papa Ratzinger, che è stato vergognosamente trascinato contro la sua volontà in questa tempesta mediatica. Al contrario, il “cerchio magico” è subito sceso in campo a sostegno di monsignor Viganò e soprattutto dell’operazione che punta a stravolgere la dottrina. Da Alberto Melloni ad Andrea Grillo (grande estimatore di Hünermann) è stato tutto uno sparare su Benedetto XVI; i puntuali appunti del Papa emerito all’attività anti-magistero di Hünermann ridotti a diatriba teologica, le bugie di Viganò elevate ad atto di carità nei confronti di Benedetto XVI. Una menzogna dopo l’altra. Il problema va ben oltre Viganò.

(Fonte: Riccardo Cascioli, La nuova Bussola Quotidiana, 22 marzo 2018)
http://lanuovabq.it/it/vigano-si-dimette-ma-niente-scuse-a-benedetto-xvi




sabato 17 marzo 2018

L'inevitabile irrilevanza dei cattolici


Cosa dire di cattolico sui cattolici in politica dopo che di cattolici in politica non ce ne sono più? Con queste elezioni sembrano finite molte cose: finita la seconda repubblica, finita la sinistra, finito il bipolarismo, finito il berlusconismo … finiti i cattolici in politica.  
Prima delle elezioni avevamo scritto (vedi qui) che i cattolici sarebbero andati a votare più sfarinati del solito, nudi e al buio. Purtroppo è andata veramente così. La loro insignificanza politica è ormai un dato acquisito e ha sostanzialmente vinto chi, dentro la Chiesa, la teorizza da tempo: la scomparsa dei cattolici dalla scena politica come esito della (provvidenziale, a loro dire) fine del regime costantiniano.
Oltre ad aver previsto lo sfarinamento della presenza cattolica, avevamo anche scritto che bisognava vivere il momento elettorale in modo disincantato, senza chiedere troppo, e pensare a ricominciare da lontano, prendendosi gli spazi dei tempi lunghi. Il momento politico in generale e quello elettorale in particolare sono il frutto di idee seminate, di culture sedimentate, di educazione dei cittadini e non solo di interessi.
I cattolici in politica non ci sono più per il semplice fatto che da molto tempo hanno cessato di esserci nella società e nella cultura. L’editoria cattolica è morente. La stampa cattolica è priva di identità. Di insegnanti cattolici nella scuola non se ne vedono. Gli intellettuali cattolici si beccano tra loro come i polli di Renzo, e chi dice che la legge sulle DAT è giusta e chi dice che è ingiusta. I movimenti cattolici non formano i loro aderenti ad una mentalità cattolica comprendente anche l’impegno politico e quando lo fanno sarebbe meglio che non lo facessero. Ben venga che Gianluigi Gigli, dopo aver sostenuto il governo Renzi nella passata legislatura, scopra che alle regionali del Lazio Parisi è meglio di Zingaretti, ma contemporaneamente Andrea Riccardi registra un video in appoggio ad un candidato della stessa giunta Zingaretti, quella che aveva bandito un concorso riservato a medici abortisti. E stiamo parlando nientemeno che di Movimento per la Vita e Comunità di Sant’Egidio.
Stante questa situazione ci si chiede perché mai i cattolici dovrebbero avere dei risultati in politica.
Queste elezioni hanno dimostrato che in politica vince chi semina idee e forma le menti. Vince chi prima delle elezioni ha educato, anche diseducando. Possono cambiare i candidati e i simboli dei partiti, ma le correnti culturali e ideologiche rimangono e si travestono in forme politicamente nuove.
La sinistra esce largamente sconfitta dalle elezioni politiche, ma quanti elementi della cultura della sinistra, e addirittura della cultura comunista, sono transitati nell’ideologia del Movimento 5 stelle, un partito statalista, centralista e collettivista? Vogliono requisire la terza casa, non vogliono più dare i soldi alle scuole cattoliche, vogliono il gender obbligatorio in tutte le scuole, hanno promesso il reddito di cittadinanza garantito senza lavorare … si potrebbe parlare di un comunismo pentastellato. Se gli uomini e perfino i partiti passano, le idee rimangono, si adattano alla nuova situazione e transitano sotto altre bandiere. L’importante è “informare” la società e la mentalità, poi verranno anche i risultati politici. Ed è ciò che i cattolici non fanno più ormai da molto tempo.
Anche Emma Bonino, pur essendo eletta ugualmente grazie alla coalizione, si può dire che abbia perduto in questa occasione elettorale: il suo partito non ha superato nemmeno la soglia del tre per cento. Eppure molte delle sue idee sono presenti ampiamente in tanti partiti usciti più o meno bene dalle elezioni: Forza Italia è piena di personaggi che la pensano come la Bonino e i Cinque Stelle pure, con perfino qualche posizione ancora più spinta. Se domani ci fosse una maggioranza 5 Stelle–Partito Democratico, la Bonino avrebbe vinto, anche se il 4 marzo ha perso, perché a vincere sarebbero state le sue idee. Solo chi semina raccoglie, in proprio o tramite altri. 
La stessa Lega ha ottenuto il suo successo dopo aver seminato a lungo. Seminato a suo modo, ma comunque seminato. I cattolici cosa hanno seminato? E perché ora dovrebbero raccogliere? Chi non lavora non mangi. Se non ci sono più in politica è perché non ci sono più in tanti altri settori della vita sociale e culturale e talvolta non ci sono nemmeno nelle proprie istituzioni, quelle che magari contengono ancora nella denominazione l’aggettivo cattolico.
La scomparsa dei cattolici dal parlamento è segno della fine del cattolicesimo sociale e culturale con presa sulla comunità. Quando la Chiesa non educa più – e proprio questo sta avvenendo in campo politico – succede che i laici cattolici spariscano dai parlamenti e che siano allora i vescovi a trattare direttamente con i partiti e i governi. È il nuovo clericalismo, che si limita ad ottenere risultati per patteggiamento, senza avere investito. È il contrario di quanto sta facendo la rete di Scuole di Dottrina sociale della Chiesa che anche la NBQ appoggia e sostiene. Se cinque anni fa si fosse iniziato un chiaro cammino in questo senso si poteva sperare qualcosa di meglio. Se a formare le teste sono solo gli altri non si possono pretendere risultati.

(Fonte: Stefano Fontana, La Nuova Bussola Quotidiana, 6 marzo 2018)
http://www.lanuovabq.it/it/linevitabile-irrilevanza-dei-cattolici




sabato 3 marzo 2018

Il Papa istituisce la festa di Maria madre della Chiesa


Un decreto del cardinale Sarah, prefetto del Culto divino, stabilisce la memoria obbligatoria nel rito romano per il lunedì dopo Pentecoste

«Il Sommo Pontefice Francesco, considerando attentamente quanto la promozione di questa devozione possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei Pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito che la memoria della beata Vergine Maria, madre della Chiesa, sia iscritta nel calendario romano nel lunedì dopo Pentecoste e celebrata ogni anno». È quanto si legge nel decreto pubblicato sabato 3 marzo 2018 e firmato dal cardinale prefetto della Congregazione del Culto divino, Robert Sarah. Il decreto porta la data dello scorso 11 febbraio, centosessantesimo anniversario della prima apparizione di Lourdes.  
Insieme al decreto sono stati pubblicati i relativi testi liturgici, in latino, per la messa, l’Ufficio divino e il Martirologio romano. Le Conferenze episcopali provvederanno ora ad approvare la traduzione dei testi. Il motivo della celebrazione, spiega in una nota di commento alla decisione papale il cardinale Sarah, è legato alla «maturazione della venerazione liturgica riservata a Maria a seguito di una migliore comprensione della sua presenza “nel mistero di Cristo e della Chiesa”, come ha spiegato il capitolo VIII della Lumen gentium del Concilio Vaticano II».  
Nel promulgare la costituzione conciliare sulla Chiesa, il 21 novembre 1964, Paolo VI «volle solennemente riconoscere a Maria il titolo di “Madre della Chiesa”» . Una decisione accolta dall’applauso dell’aula. «Il sentire del popolo cristiano - spiega Sarah - in due millenni di storia, aveva in vario modo colto il legame filiale che unisce strettamente i discepoli di Cristo alla sua santissima Madre».  
«L’acqua e il sangue sgorgati dal cuore di Cristo sulla croce, segno della totalità della sua offerta redentiva - si legge ancora nel commento del porporato Prefetto del Culto - continuano sacramentalmente a dar vita alla Chiesa attraverso il Battesimo e l’Eucaristia. In questa mirabile comunione, sempre da alimentare tra il Redentore e i redenti, Maria santissima ha la sua missione materna da svolgere». Una messa votiva dedicata a Maria madre della Chiesa era stata approvata dalla Congregazione nel 1973, in vista dell’Anno Santo del 1975.  
Durante il pontificato di Giovanni Paolo II vi era stata concessa la possibilità alle Conferenze episcopali di aggiungere il titolo di “Madre della Chiesa” nelle Litanie lauretane che si recitano al termine del Rosario. Inoltre nel corso degli anni era stato anche approvato l’inserimento della celebrazione della “Madre della Chiesa” nel calendario proprio di alcuni Paesi, come la Polonia e l’Argentina, proprio nel lunedì dopo Pentecoste. In altre date si celebrava in luoghi peculiari, come la Basilica di San Pietro, dove era avvenuta la proclamazione da parte di Paolo VI, come pure in alcuni ordini e congregazioni religiose.  
Ora Papa Francesco ha stabilito che, il lunedì dopo Pentecoste, la memoria di Maria Madre della Chiesa diventi obbligatoria per tutta la Chiesa di rito romano. «È evidente - osserva Sarah - il nesso tra la vitalità della Chiesa della Pentecoste e la sollecitudine materna di Maria nei suoi confronti... L’auspicio è che questa celebrazione, estesa a tutta la Chiesa, ricordi a tutti i discepoli di Cristo che, se vogliamo crescere e riempirci dell’amore di Dio, bisogna radicare la nostra vita su tre realtà: la croce, l’ostia e la Vergine». 

(Fonte: Andrea Tornielli, Vatican Insider, 3 marzo 2018)
http://www.lastampa.it/2018/03/03/vaticaninsider/ita/vaticano/il-papa-istituisce-nel-calendario-la-festa-di-maria-madre-della-chiesa-tEhE0tc1l3RxNZOIybTO0N/pagina.html




sabato 3 febbraio 2018

Lezioni di fedeltà per i fidanzati gay. La diocesi: ritiro spirituale in convento


L’iniziativa della diocesi di Torino nasce per rispondere a un vuoto: la legge Cirinnà per l’unione delle coppie dello stesso sesso non prevede, tra diritti e doveri dei nuovi coniugi, l’obbligo di fedeltà.

La diocesi di Torino dà lezione di fedeltà alle coppie gay. O, meglio, la propone, “perché non vogliamo erigerci troppo a maestri, ma vogliamo dire che anche i gay meritano la fedeltà”.
Don Gianluca Carrega, responsabile della “pastorale degli omosessuali”, racconta di un personale sorpasso negli inviti ricevuti dai suoi amici: l’anno scorso ha partecipato a un solo matrimonio che potremmo definire “tradizionale”, di una coppia etero, e a ben tre unioni civili gay.
“È stato bello, ogni volta una festa: quella legge ha portato molti frutti, io li ho visti e li riconosco”, racconta il sacerdote che ha ricevuto l’investitura ufficiale dall’arcivescovo, monsignor Cesare Nosiglia.
Ma la legge sulle unioni civili aveva, per così dire, una lacuna, un compromesso, su cui s’è consumato un braccio di ferro nei giorni dell’approvazione: la legge sulle unioni civili alla fine non ha previsto, tra i diritti e i doveri della coppia, l’obbligo di fedeltà. Don Gianluca, che insegna Nuovo Testamento alla Facoltà Teologica torinese, lo definisce un paradosso. E per questo la Diocesi di Torino ha dedicato a questo tema un fine settimana di ritiro quaresimale rivolto alle coppie gay, intitolato «Degni di fedeltà».
Si terrà il 24 e il 25 febbraio in un istituto di suore, le Figlie della Sapienza. La due giorni avrà partecipanti singoli e coppie. Alla domanda se ci saranno camere matrimoniali, don Gianluca resta vago: «Non ci siamo ancora posti il problema, essendo un monastero, cercheremo di dare a ciascuno una “cella” singola». Ci saranno momenti di preghiera alternati alla riflessione. Un’iniziativa nuova ma con origini lontane: l’attenzione alla condizione spirituale, e più in generale sociale, di vita, delle persone omosessuali è incominciata a Torino - dove presso il Gruppo Abele di don Luigi Ciotti è attivo anche il Centro Studi e Documentazione Ferruccio Castellano - ormai molti anni fa, durante l’episcopato del cardinale Severino Poletto. Allora era stato incaricato del dialogo don Ermis Segatti, direttore della Pastorale della cultura.
“La legge può anche non prevedere l’obbligo di fedeltà - spiega don Gianluca - ma riflettendo sull’affettività dei gay, possiamo dire che ciascuno merita un amore esclusivo, unico. La legge può decidere quali siano i requisiti minimi, ma noi vogliamo parlare di qualità del rapporto”.
Nell’incontro si discuterà “del valore della fedeltà e dell’amore, alla luce del messaggio biblico”, insieme al padre gesuita Pino Piva. Non ci saranno facili ricette: “Su questi temi dobbiamo affiancare le coppie più che dirigere, d’altra parte non sarebbe onesto per chi, come me, è etero e celibe”.
La diocesi più avanti della Cirinnà? Le aperture di don Gianluca gli sono costate l’accusa, da parte della rivista ultracattolica “Il Timone”, di essere un prete “omoeretico”. Ma lui agisce in nome e per conto della diocesi, è uno dei pochissimi con un incarico ufficiale di questo tipo in Italia. E non ha paura di parlare di “controsenso” nell’insegnamento tradizionale della Chiesa. Se un uomo o una donna omosessuale ha rapporti occasionali, può confessarsi e ricevere i sacramenti. Se ha un’unione stabile e non un amore solo platonico la risposta spesso è no.
“Ma così rischiamo di fare tanti danni, incentivare tra i fedeli la clandestinità e la deresponsabilizzazione, dice. E il weekend di riflessione sulla fedeltà nasce anche per questo: “Una coppia credente che fa un’unione civile dovrà pur portare la sua fede religiosa all’interno della convivenza”. Ma per don Gianluca il discorso è duplice, anche la Chiesa deve “fare una riflessione sul valore dell’affettività omosessuale”. Perché, “come dice il vescovo di Nanterre, Gérard Daucourt, alcuni dei gay che decidono di vivere in coppia vi trovano una maggiore serenità e cercano di restare fedeli. E noi dobbiamo valorizzare ciò che di bello c’è nella loro vita”. 


(Fonte: Maria Teresa Martinengo, Fabrizio Assandri, La Stampa, 3 febbraio 2018)




La lunga marcia vaticana verso la resa alla Cina


È vera la notizia per cui a due vescovi legittimi è stato chiesto dalla delegazione vaticana di dimettersi per fare posto a due vescovi dell’Associazione patriottica. E papa Francesco sa e condivide tutte le mosse dei suoi diplomatici in Cina. È quanto si desume dal secco uno-due della Santa Sede in risposta al vescovo emerito di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen Ze-kiun: prima con il comunicato della sala Stampa il 30 gennaio e poi con la lunga intervista a Vatican Insider del segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin.
La clamorosa notizia della richiesta rimozione dei due vescovi legittimi era stata data dall’agenzia Asia News e poi confermata dal cardinale Zen che, prima alla Nuova BQ e poi nel suo blog, aveva dato conto anche del suo viaggio a Roma per consegnare a papa Francesco la lettera addolorata di uno dei due vescovi, monsignor Zhuang Jianjian di Shantou (Guangdong). Dall’incontro con il Papa il cardinale Zen aveva ricavato la convinzione che egli non avesse alcuna intenzione di procedere nella direzione di una resa totale al regime comunista cinese, come invece l’operato della delegazione vaticana lasciava supporre.
E allora ecco puntuale il comunicato della Sala Stampa a precisare che «il Papa è in costante contatto con i Suoi collaboratori, in particolare della Segreteria di Stato, sulle questioni cinesi, e viene da loro informato in maniera fedele e particolareggiata sulla situazione della Chiesa Cattolica in Cina e sui passi del dialogo in corso tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, che Egli accompagna con speciale sollecitudine». Comunicato che non nasconde la stizza nei confronti del cardinale Zen a cui viene dedicata l’acida chiusura: «Desta sorpresa e rammarico, pertanto, che si affermi il contrario da parte di persone di Chiesa e si alimentino così confusione e polemiche».
Nessun cenno invece alla vicenda dei due vescovi, una conferma indiretta della veridicità dei fatti. Rafforzata dall’intervista del cardinale Parolin che, dietro a tante parole di comprensione e apprezzamento per le sofferenze patite dalla cosiddetta Chiesa clandestina, conferma che sarà questa a dover pagare il prezzo della normalizzazione delle relazioni diplomatiche con il regime cinese. Si potrebbe già eccepire sul linguaggio eccessivamente diplomatico del segretario di Stato che parla con la lingua di Pechino («Nuova Cina» è la definizione della Cina comunista) e, tralasciando le decine di migliaia di cattolici (tra vescovi, preti e laici) uccisi o rinchiusi e torturati nei Laogai (i gulag cinesi), liquida con un «gravi contrasti e acute sofferenze» la spaccatura della Chiesa dovuta all’iniziativa del regime cinese di creare una Chiesa nazionalista, slegata dal Papa, con la formazione dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi.
Parolin se la prende con chi usa parole come resa, tradimento, compromesso, che hanno un sapore politico mentre la Chiesa, dice lui, si muove solo per ragioni pastorali; quindi bisognerebbe usare un altro vocabolario: servizio, dialogo, misericordia, perdono, riconciliazione, eccetera.
Nessuno vuol negare le buone intenzioni della segreteria di Stato, ma il cardinale Parolin deve pure rendersi conto che se anche le motivazioni della Santa Sede sono pastorali, quella che la Santa Sede sta conducendo è una trattativa politico-diplomatica. E il termine “resa” è più che appropriato per quello a cui si sta assistendo, perché la Santa Sede sta concedendo al regime comunista cinese il potere sulla nomina dei vescovi cattolici (fatto già grave in sé) senza avere nulla in cambio, visto che il governo in questi mesi ha intensificato la sua repressione delle comunità cattoliche e da oggi, 1 febbraio, entra anche in vigore un nuovo regolamento sulle attività religiose che darà un ulteriore giro di vite.
La vicenda dei due vescovi da rimuovere è ancora più grave perché i sostituti voluti dal governo cinese e avallati dalla Santa Sede sono tuttora “non riconciliati” con Roma. Non sono cioè neanche tra quelli che, pur avendo aderito all’Associazione patriottica, hanno chiesto negli anni passati di essere accolti nella comunione con la Chiesa universale. Uno smacco totale nei confronti dei cattolici che per decenni hanno patito grandi sofferenze per la loro fedeltà al Papa, e fonte di grave confusione. Perché è legittimo allora chiedersi se, per la Santa Sede, a sbagliare siano stati i vescovi, i preti e i laici che hanno accettato anche il martirio per restare fedeli alla Chiesa.
Tanto più che lo stesso cardinale Parolin riconosce che nei rapporti con Pechino «la scelta dei vescovi è cruciale», come del resto lo è sempre stata: essa infatti è il cuore stesso della divisione tra Associazione patriottica, controllata dal partito comunista, e Chiesa clandestina. Sebbene già dagli anni ’90 la Santa Sede abbia avuto un atteggiamento molto disponibile e dialogante nei confronti di Pechino (al contrario di quel che sostiene il cardinale Parolin), oggi si nota una svolta radicale. Finora infatti l’ostacolo era considerato l’Associazione patriottica e la pretesa del regime comunista di nominare i vescovi, oggi invece si capisce che per la Santa Sede l’ostacolo è tristemente rappresentato dalla Chiesa clandestina.
Il cardinale Parolin cita la famosa lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi (27 maggio 2007) per reclamare la continuità dell’attuale linea con quella dei pontificati precedenti. È vero, sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI avevano chiaramente espresso la necessità di un cammino di riconciliazione tra cattolici e il desiderio di normalizzare i rapporti con la Cina; avevano chiaramente assicurato che la Chiesa non è interessata allo scontro politico e che si può e deve essere cattolici romani e bravi cittadini cinesi, ma all’interno di un riferimento chiaro a princìpi cui non si può venire meno e nella valorizzazione della sofferenza della Chiesa perseguitata.
Il cardinale Parolin cita giustamente il passaggio della lettera di Benedetto XVI, quando dice che «la soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto con le legittime Autorità civili»; dimentica però di citare la seconda parte della frase: «nello stesso tempo, però, non è accettabile un'arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscano indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa». E più avanti dice ancora, riferendosi all’Associazione patriottica: «La dichiarata finalità dei suddetti organismi di attuare “i principi di indipendenza e autonomia, autogestione e amministrazione democratica della Chiesa, è inconciliabile con la dottrina cattolica, che fin dagli antichi Simboli di fede professa la Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”». E se non fosse ancora chiaro: «La comunione e l'unità — mi sia consentito di ripeterlo (cfr n. 5) — sono elementi essenziali e integrali della Chiesa cattolica: pertanto il progetto di una Chiesa “indipendente”, in ambito religioso, dalla Santa Sede è incompatibile con la dottrina cattolica».
Pretendere di superare lo scandalo di una Chiesa «indipendente» riconoscendola legittima tout court, non è misericordia, è resa incondizionata, è tradimento. 


(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 1 febbraio 2018)


venerdì 26 gennaio 2018

“Avvenire”, quotidiano dei Vescovi italiani, loda il film pedofilo di Guadagnino


Sul quotidiano Avvenire di mercoledì 24 gennaio, a pagina 23, vi è un lungo articolo a tutta pagina, a firma di Alessandra De Luca, su un film appena lanciato del regista italiano Luca Guadagnino intitolato “Chiamami con il tuo nome”. L’enfasi data a tale film sembrerebbe derivare dal fatto che lo stesso ha ricevuto quattro nomination agli Oscar (miglior film, sceneggiatura, attore protagonista, canzone originale).
I problemi e i dubbi sorgono se si considera la trama del film, che si può brevemente così riassumere: un diciassettenne vive con la famiglia in una grande villa vicino a Crema in Lombardia; siamo nel 1983. Il padre è docente universitario e ogni estate ospita uno studente straniero che deve svolgere uno stage in Italia per completare una tesi di dottorato. Giunge così un americano di 24 anni sicuro di sé, molto bello e disinibito. Fra il giovane italiano, studioso di musica, un po’ insicuro e dedito ai primi tentativi sentimentali con una ragazza, e il misterioso e affascinante ospite si manifesta un’attrazione omosessuale crescente che il film racconta in tutti i suoi aspetti.
Questa la trama, in realtà banalissima e scontata, del film. Ormai sembra impossibile vincere un premio cinematografico internazionale senza pagare pegno alla dittatura omosessualista che sta instaurandosi in tutto il mondo occidentale, e non si contano più i film con la trama centrale, o almeno episodi e personaggi secondari, che ruotano intorno a tematiche omosessuali.
È evidente ormai da anni che i poteri forti anticristiani che mirano, con crescente furia e violenza, alla dissoluzione di ogni vita di fede e di anche solo ogni ricordo della morale tradizionale, hanno scelto cinema, programmi televisivi e musica leggera come canali privilegiati per traghettare l’Occidente verso l’omosessualismo di massa.
Dunque non ci stupisce scoprire l’ennesimo caso di un regista pieno di furbizia, e al tempo stesso moralmente vuoto, assetato di successo facile e bisognoso dei finanziamenti di un produttore (la Warner), che sceglie la scontatissima trama, falsamente trasgressiva - non si sa cosa infatti possa risultare più conformista oggi - di una storiella d’ “amore” fra due giovani omosessuali!
Ciò che stupisce e scandalizza è il tono complessivo dell’articolo di Avvenire, oltre al fatto in sé che l’unico giornale cattolico italiano scelga di parlare di simile immondizia.
Infatti, come si può già notare, è partita - e crescerà con il tempo - la campagna per lanciare il film in questione e tutta la stampa laicista e anticristiana ne parlerà abbondantemente e, ovviamente, in modo favorevole vista l’insonne sforzo di propaganda pro-gay che è in corso anche nel nostro paese da anni.
Dunque il giornale della Conferenza episcopale dovrebbe avere la decenza di non nominare nemmeno un film così indegno, ma se proprio ne vuole parlare dovrebbe farlo per condannarlo, non certo per elogiarlo. Invece l’articolo della De Luca è un vero e proprio inno celebrativo della bellezza del film e delle capacità del regista: sembra insomma che il fine sia spingere il più ampio numero di cattolici a incuriosirsi e ad andare a vederlo.
Leggiamo qualche passo dell’articolo:
Ma questa volta il regista (…) sembra ispirato da una compostezza, un’eleganza stilistica e un equilibrio narrativo mai raggiunti prima”.
“…Guadagnino mette da parte la maniacale ricerca di un’estetica che nei film precedenti rischiava di raffreddare tutto e, dando prova di una raggiunta maturità, ci mette il cuore, la propria anima, con una serenità e una leggerezza mai riscontrate prima nel suo cinema”.
Sono elogi davvero sperticati che stonano totalmente con il vergognoso contenuto della trama: infatti, stante l’immoralità e la turpitudine del racconto (cosa di più squallido di un’avventuretta estiva di due finocchi, cosa di meno poetico!) è da deprecare, più che elogiare, l’eventuale bontà artistica della realizzazione del film, poiché rende il contenuto ancora più insidioso e velenosamente capace di corrompere gli spettatori più ingenui e impreparati. La De Luca (fedele qui a papa Bergoglio e al suo celeberrimo e colpevole: “Chi sono io per giudicare?”) non solo non esprime alcun giudizio critico sul film, ma ne attenua o nasconde i tratti peggiori, scrivendo, ad esempio:
Alcune scene sono esplicite, ma mai volgari, e la passione che cresce tra i due giovani si inserisce nel riuscitissimo affresco di una città di provincia dove la noia estiva si sposa al languore e dove le atmosfere, i tempi dilatati, le attese sono più importanti e suggestive della storia d’amore”.
Ora, a parte l’errore grammaticale di scrivere “suggestive”, anziché “suggestivi”, si noti il tono non solo non di condanna, ma di compiaciuta approvazione delle frasi appena citate, non esclusa la ridicola nota che le scene che ritraggono gli atti sessuali che i due giovani sodomiti compiono fra di loro sono sì esplicite, ma mai “volgari”. Sembra quasi un estremo tentativo di rassicurare i più sospettosi fra cattolici (pochi, per fortuna) che ancora leggono Avvenire e che potrebbero evitare la visione del film, temendo, giustamente, di trovarsi di fronte a spiacevoli rappresentazioni di atti contro natura.
Ma gli elogi del film e del regista non sono finiti, tanto che l’articolo finisce così:
Il Guadagnino di Chiamami con il tuo nome (…) è insomma un regista in stato di grazia, adorato ora più che mai dagli americani, conquistati dalla sua raffinatezza, e pronti a evocare la candidatura agli oscar con la convinzione che all’Italia è mancata. Al Golden Globe non è andata bene, ma il prossimo 4 marzo potrebbe essere tutta un’altra storia”.
Quindi la giornalista di Avvenire sembra augurarsi che il film, che di fatto non può che contribuire a diffondere il vizio sodomitico fra i giovani del nostro paese, abbia il massimo successo e riesca magari vincitore di qualche Oscar.
Ora credo sia possibile fare qualche considerazione di ampio respiro; la prima è la seguente:
Avvenire, come ogni altro quotidiano, ha una redazione e un direttore che vigilano attentamente sulla composizione delle diverse pagine del giornale stesso. Dunque la De Luca non ha fatto una simile recensione se non perché qualcuno gliela ha chiesta. I toni celebrativi sono stati approvati da chi ha chiuso il giornale, cioè, essenzialmente, dal Direttore.
Il film si può immaginare che celebri ed esalti, in modo gravemente diseducativo, il darsi di due giovani a quello che il catechismo di San Pio X chiamava giustamente “peccato impuro contro natura”, uno dei quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio. Ora a chi può sfuggire la gravità del fatto che il giornale dei vescovi italiani, voce ufficiosa quindi, ma significativa della chiesa italiana, approva un film così avverso al sentire e alla morale cattolici?
Di fatto questo articolo facendo conoscere ed elogiando un film che è un inno poetico all’omosessualità contribuisce al male, spinge al vizio i più piccoli e semplici, dà cioè scandalo e si allinea satanicamente ai poteri forti che da molti anni ormai sembrano cavalcare questo unico cavallo di battaglia per dissolvere ciò che resta dei costumi e della società cristiana. Di un film così turpe sarebbe grave e colpevole fare una recensione severamente critica, perché si contribuirebbe a renderlo noto e a incuriosire il pubblico, ma che la recensione sia positiva è cosa davvero indegna di un cristiano che abbia conservato anche solo un briciolo di fede e di buon senso.
È sicuramente impossibile, come già dicevamo sopra, che un articolo così ampio passi senza essere attentamente valutato dai responsabili del giornale e costoro, a loro volta, non autorizzano un simile articolo se non perché sanno che i vescovi loro referenti lo dovrebbero approvare. Da questo quadro mi sembra si possa dedurre che i vescovi italiani, o almeno coloro che hanno un più diretto rapporto con la gestione di Avvenire e con la Presidenza della C.E.I., sono indifferenti o favorevoli alla diffusione crescente di una cultura omosessualista sempre più aggressiva: in altre parole l’episcopato italiano, almeno nella sua parte preponderante, schiacciato passivamente sulle strategie e sulle idee di papa Bergoglio, sta accettando di sdoganare l’omosessualismo in salsa cattolica, come emerge da molti segnali, oltre che da questo articolo. I pochi vescovi che probabilmente dissentono da quanto sta accadendo, non parlano, si presume soffocati dalla paura di cadere vittima di qualche purga o punizione.
Ma chi avendone l’autorità e i mezzi per paura non interviene per cercare di fermare l’errore, manca gravemente ai suoi doveri e pecca, contribuendo allo scandalo pubblico col suo complice silenzio.

(Fonte: Matteo D’Amico, in Blondet & Friends, 25 gennaio 2018)


sabato 20 gennaio 2018

La “sedazione profonda”: forma mascherata di suicidio assistito?


Marina Ripa di Meana, la provocatoria esponente del jet set italiano morta a Roma il 6 gennaio 2018, ha scelto per morire la sedazione palliativa profonda, manifestando le sue ultime volontà in un video-testamento: «Dopo Natale le mie condizioni di salute sono precipitate. Il respiro, la parola, il mangiare, alzarmi: tutto, ormai, mi è difficile, mi procura dolore insopportabile: il tumore ormai si è impossessato del mio corpo. Ma non della mia mente, della mia coscienza. Ho chiamato Maria Antonietta Farina Coscioni, persona di cui mi fido e stimo per la sua storia personale, per comunicarle che il momento della fine è davvero giunto. Le ho chiesto di parlarle, lei è venuta. Le ho manifestato l’idea del suicidio assistito in Svizzera. Lei mi ha detto che potevo percorrere la via italiana delle cure palliative con la sedazione profonda. Io che ho viaggiato con la mente e con il corpo per tutta la mia vita, non sapevo, non conoscevo questa via. Voglio lanciare questo messaggio per dire che anche a casa propria, o in ospedale, con un tumore, una persona deve sapere che può scegliere di tornare alla terra senza ulteriori e inutili sofferenze. Fallo sapere. Fatelo sapere».
La scelta della sedazione profonda è stata suggerita dunque a Marina Ripa di Meana da Maria Antonietta Coscioni, una parlamentare di sinistra, fondatrice dell’Istituto Luca Coscioni, che si batte da anni per l’eutanasia e il suicidio assistito. Tra le due forme di fine vita, ha affermato la stessa Coscioni, in un’intervista a la Repubblica, esiste «una discriminante precisa». Nella sedazione profonda «non si somministra un farmaco che porta alla morte in un tempo ben preciso, che nel suicidio assistito può essere cronometrato. Il tempo di sedazione profonda, invece, dipende dalle condizioni del malato, che passa le sue ultime ore in un sonno profondo».
La dichiarazione di Maria Antonietta Coscioni insinua che il farmaco somministrato al paziente conduce alla morte, anche se non in un tempo preciso e cronometrato. Si tratterebbe di una forma mascherata di suicidio assistito, ammessa dal “biotestamento” legalizzato in Italia a fine dicembre, secondo il quale ogni persona maggiorenne, capace di intendere e volere, può manifestare, attraverso le disposizioni anticipate di trattamento (DAT), le proprie preferenze in materia di cure, compreso il rifiuto della nutrizione e dell’idratazione artificiali.
In realtà, osserva il prof. Renzo Puccetti, sedazione profonda è un termine non scientifico e in ambito medico si dovrebbe piuttosto distinguere tra una sedazione palliativa e una sedazione eutanasica. La prima è ammessa dalla morale cattolica, perché non è diretta a sopprimere il malato, ma il dolore. La seconda provoca la morte del paziente, o direttamente, attraverso i farmaci sedativi, o mediante l’interruzione di sostegni vitali (La nuova bussola quotidiana, 8 gennaio 2018). C’è dunque in questo concetto un’ambiguità profonda che rende il problema meno semplice di quanto possa apparire.
In primo luogo bisogna chiarire che la sedazione di cui si parla non è una terapia temporanea per alleviare il dolore, ma una condizione permanente, di non ritorno, che assomiglia a quella di un coma irreversibile. Chi sceglie la sedazione profonda compie un atto con cui sceglie di spegnere irrevocabilmente la luce della ragione e della volontà, per immergersi in un sonno profondo e definitivo, che è difficile distinguere dalla morte.
Ma se non è lecito togliersi la vita, sarà lecito rinunciare deliberatamente all’esercizio delle facoltà dell’anima, che rappresentano un immenso bene ricevuto da Dio?
In Italia, il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB), in un documento approvato il 29 gennaio 2016, dal titolo Sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte, afferma la liceità della sedazione profonda, perché questa, a differenza dell’eutanasia, non può essere ritenuta un atto finalizzato alla morte. Ma lo stesso comitato ha decretato che lo standard neurologico è clinicamente ed eticamente valido per accertare la morte dell’individuo (I criteri di accertamento della morte, 24 giugno 2010), ovvero che la morte coincide con uno stato di coma irreversibile analogo a quello prodotto dalla sedazione profonda e permanente.
L’evidente ipocrisia è stata messa in luce da un membro dissidente dello stesso Comitato, il dottor Carlo Flamigni: «Ebbene, se sono un malato che soffre le pene dell’inferno a causa di una malattia per la quale non ho speranza di guarigione, se so che queste pene continueranno, intervallate da periodi di incoscienza più o meno lunghi, se mi addormento, ogni volta che la morfina esercita il suo effetto temporaneo, terrorizzato dall’idea che mi risveglierò dilaniato dalla mia sofferenza; ebbene se qualcuno mi prospetta l’ipotesi di una sedazione palliativa profonda continua e me la propone, quello che capisco è che mi viene offerta la possibilità di scegliere una buona morte e l’accetto felice, stupito semmai per il fatto che il Paese abbia finalmente legalizzato l’eutanasia». Considerazioni analoghe vennero fatte in occasione della morte del cardinale Carlo Maria Martini, il quale, come ricorda la nipote Giulia, chiese di essere sedato. «Avevi paura, paura soprattutto di perdere il controllo del tuo corpo, di morire soffocato (…). Con la consapevolezza condivisa che il momento si avvicinava, quando non ce l’hai fatta più, hai chiesto di essere addormentato. Così una dottoressa con due occhi chiari e limpidi, una esperta di cure che accompagnano alla morte, ti ha sedato» (Corriere della Sera, 4 settembre 2012). Paolo Flores d’Arcais, su Il Fatto Quotidiano del 6 settembre 2012, così commentò l’episodio: «Carlo Maria Martini ha deciso, deciso liberamente e sovranamente, il momento in cui voleva perdere definitivamente conoscenza, non “vivere” più la propria agonia e la propria morte. Questo e non altro, infatti, significa essere sedati. Non sentire più nulla, non provare più nulla, essere “fisicamente non cosciente” (…). Essere già, soggettivamente, nel sonno eterno, nell’eterno riposo, nella fine irreversibile di ogni sofferenza e di ogni angoscia». Eugenio Scalfari osservò da parte sua: «Quando si è nello stato di salute in cui era lui, la sedazione è un eufemismo che significa semplicemente darsi la morte senza soverchio dolore a distanza di poche ore. Tra la sedazione volontaria e il distacco da macchine, nella sostanza, non c’è alcuna differenza» (La Repubblica, 26 settembre 2012).
Se sullo standard neurologico della “morte cerebrale” prospera l’industria dei trapianti, negli hospice delle cure palliative, soprattutto negli Stati Uniti, prospera l’industria dell’eutanasia e del suicidio assistito. Elizabeth Wickam , in un documentato studio, ha mostrato il supporto dato dal Project on Death in America (PDIA) di George Soros allo sviluppo delle cure palliative per renderle un efficace strumento della cultura della morte.
Pio XII ha dato delle chiare indicazioni morali sulla sedazione, o narcosi (Risposta a 3 quesiti posti dalla società italiana di anestesiologia, del 24 febbraio 1957), confermate dalla Congregazione per la Dottrina della fede (Dichiarazione sull’eutanasia, del 5 maggio 1980 par. III), ma non bisogna nascondersi dietro il velo dell’ipocrisia. La verità è che le cure palliative oggi vengono usate come veicolo per l’eutanasia, soprattutto nei paesi dove essa non è legalizzata, con il pretesto di alleviare la sofferenza del malato. Il dott. Philippe Schepens, della John-Paul II Academy for Human Life and Family, lo ricorda con queste parole: «dire che una persona deve essere messa in uno stato di incoscienza, perché il suo dolore non può essere sopportato in altro modo, è falso alla luce degli attuali progressi della medicina. Questo tipo di “sedazione totale” non solo priva la persona del suo diritto ad essere cosciente e padrone del suo fine vita, ma è soprattutto diretta a rendere accettabile ai parenti, da questo momento in poi, la privazione di alimentazione e di idratazione. Ciò apre la strada all’eutanasia».
Gli ordini ospedalieri cattolici hanno alleviato le sofferenze dell’umanità nel corso dei secoli, ma negli ospedali, detti degli “Incurabili”, la preoccupazione dominante dei religiosi e delle religiose che assistevano i malati, era di prepararli spiritualmente alla morte. Negli hospice contemporanei, simili spesso a centri di benessere per moribondi, la preoccupazione suprema è quella di “non farli soffrire”, dimenticando il valore espiativo e redentivo della sofferenza, che non è una lesione della dignità umana, ma la conseguenza ineliminabile del peccato originale. Non c’è dignità maggiore di quella dell’uomo che affronta con coraggio e pazienza le sofferenze della morte, a immagine di Nostro Signore che, come narra il Vangelo, dopo avere assaggiato il vino misto a fiele che gli venne offerto prima della crocifissione per attenuare le sue sofferenze, non volle berlo (cfr. Mt 27, 34), perché voleva soffrire in piena coscienza, compiendo così ciò che aveva detto a Pietro al momento dell’arresto: «Non berrò io il calice che il Padre mio mi ha preparato?» (Gv 18, 11).

(Fonte: Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 10 gennaio 2018) https://www.corrispondenzaromana.it/la-sedazione-profonda-forma-mascherata-suicidio-assistito/