mercoledì 18 ottobre 2017

Gli ortodossi russi celebrano Benedetto XVI: “Fermo oppositore di ogni compromesso sulla fede”


Il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, si è recato personalmente al monastero Mater Ecclesiae, in Vaticano, per consegnare a Benedetto XVI una copia del volume “Teologia della liturgia. La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana”, tradotto in russo e pubblicato dalle edizioni del Patriarcato di Mosca. Si tratta del volume XI dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger. La prefazione è curata dallo stesso Hilarion, che scrive: “Al nome di Papa Benedetto XVI è legata la battaglia per la difesa dei valori cristiani tradizionali e, a un tempo, quella per la riscoperta e la riaffermazione della loro attualità nella moderna società secolarizzata”.
“Papa Benedetto – prosegue Hilarion nel testo ripreso dall’Osservatore Romano – ha spesso espresso la sua profonda simpatia per l’ortodossia e da sempre ritiene che, a livello teologico, gli ortodossi siano i più prossimi ai cattolici. Non è un caso che proprio lui sia stato uno dei primi membri della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, a seguito della sua fondazione nel 1979. Da teologo, Ratzinger ha fatto sforzi enormi per chiarire la questione del primato del vescovo di Roma, spostando l’accento da una visione giuridica del primato a una sua comprensione primariamente come testimonianza cristiana di tipo particolare e come servizio all’unità nell’amore. Egli è stato sempre fermo oppositore di qualsiasi compromesso nel campo della dottrina della fede, indicando, giustamente, che l’unità — per principio possibile tra Oriente e Occidente — deve essere preparata con cura, deve maturare sia spiritualmente sia a livello pratico, grazie anche a profondi studi di carattere teologico e storico”.
L’auspicio è “che la pubblicazione in Russia del volume “Teologia della liturgia” rappresentasse non solo un attestato di grande stima per l’autore ma anche che attirasse l’attenzione dei nostri lettori alla lettura del volume”. Joseph Ratzinger – prosegue il metropolita ortodosso –“si oppone alla tendenza alla ‘creatività’ superficiale che talvolta mostra oggi il cristianesimo in Occidente, ovvero alla tendenza allo svuotamento del contenuto autentico della liturgia e della sua finalità di essere incontro e legame vitale con Dio e con il suo creato. In tal senso alcune questioni trattate nel libro — come a esempio le innovazioni nel rito e gli esperimenti liturgici quali la liturgia domenicale senza sacerdote — riguardano soprattutto una sfera di problemi del cattolicesimo. Perciò è importante che il lettore russo — che ha molto sentito parlare delle tendenze modernistiche nel cattolicesimo contemporaneo — possa conoscere lo sguardo critico di uno dei più grandi teologi cattolici dell’epoca moderna sul tema della rottura dolorosa con la tradizione avvenuta nel periodo successivo al concilio Vaticano II e sulle difficoltà di cui è irta la strada dell’aggiornamento”.
La pubblicazione in Russia del volume è stata resa possibile dalla collaborazione tra la casa editrice del Patriarcato di Mosca, l’associazione “Sofia: idea russa, idea d’Europa”, l’accademia Sapientia et Scientia, la Fondazione Ratzinger e la Libreria editrice vaticana. Nei prossimi mesi, a Mosca, avrà luogo la presentazione del volume, nella cornice della Scuola teologica del Patriarcato.

(Fonte: Matteo Matzuzzi, Il Foglio, 17 ottobre 2017)
http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/10/17/news/benedetto-xvi-ortodossi-hilarion-papa-chiesa-158036/




Sul foglietto della Messa spot a Lutero e ius soli


Sorpresa sul foglietto della messa pubblicato dalla Paoline: un elogio a Martin Lutero e la sua apertura allo straniero

Una delle “correzioni filiali” pubblicata qualche settimana fa nei confronti di Papa Francesco, una delle “eresie” che si starebbero diffondendo a causa delle sue parole e delle sue omissioni, è quella del protestantesimo.
Visto che il Papa ha più volte riconosciuto a Martin Lutero alcuni meriti, tra cui quello di “voler rinnovare la Chiesa, non dividerla”, secondo gli accusatori il cattolicesimo si starebbe macchiando di teologia luterana, nonostante sia stata ufficialmente dichiarata come eretica.
L’ultima “conferma” arriva dal foglietto domenicale pubblicato dalle Paoline e diretto da Nicola Baroni con due condirettori, Orlando Zambello e Guido Colombo. Quello, per dire, che gran parte dei fedeli utilizzano durante la Messa per seguire le letture e la liturgia.
Il documento contiene ogni domenica anche una sorta di commento, a firma di qualche teologo o pensatore cristiano: il contributo in questione porta la firma di Vittoria Prisciandaro.
La quale si è lasciata andare ad un elogio all’eretico Martin Lutero. “A mezzo millennio dall’affissione sul portone della chiesa di Wittenberg delle 95 tesi di Lutero contro le indulgenze, le due Chiese - si legge - esprimono gratitudine per i doni spirituali e teologici della Riforma protestante e mettono al centro della loro testimonianza la riconciliazione, il superamento delle fratture storiche, il riconoscimento degli errori, l’accoglienza dello straniero”.
Insomma: uno spot allo ius soli e al protestantesimo.

(Fonte: Claudio Cartaldo, Il Giornale, 03 ottobre 2017)
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/sul-foglietto-messa-spot-lutero-e-ius-soli-1448628.html




lunedì 11 settembre 2017

La profanazione dell’Eucaristia è già cominciata: una realtà nella Diocesi di Torino!

Mi dispiace se i miei interventi sono sempre portatori di cattive notizie. Ma è giusto rendere noto a tutti i lettori la continua demolizione che “Omissis” cerca di compiere nei confronti della Chiesa Cattolica.
Abbiamo parlato in diversi spifferi che vi è una commissione riservata che sta preparando testi “ad experimentum” per “messe ecumeniche”.
La strategia di “Omissis & Co.” non si ferma qui. Infatti è sua abitudine far sembrare che le cose arrivino senza alcuna imposizione dall’alto. E che le iniziative partano dal “basso”. In realtà sotto il suo ossessivo controllo (da buon dittatore).
Ebbene. L’esperienza della “messa ecumenica” è già partita. Dalla diocesi di Torino. Dal fatidico gruppo ecumenico “spezzare il pane”, capitanato -udite udite- dal sacerdote cattolico don Fredo Oliviero (ilbenevincera.wordpress.com/tag/chi-e-don-fredo-olivero/), che gode dell’appoggio grandissimo del suo vescovo, Mons. Cesare Nosiglia, (forse perché è un prete pro migranti sempre, comunque e dovunque) torino.repubblica.it/…/1820120). Vi suggerisco di leggere gli articoli che sto linkando.
Questo gruppo ecumenico -“spezzare il pane”-, fondato da don Fredo qualche tempo fa, sta ormai iniziando a celebrare “ecumenicamente” la Messa insieme ai valdesi, ortodossi, anglicani e luterani. Leggete qui (www.lavocedeltempo.it/…/Unita-nella-div…).
In poche parole questa gente ha escogitato una sorta di “ospitalità eucaristica”, dove una volta dall’uno e una volta dall’altro si celebra tutti insieme “alla stessa mensa”, facendo tutti la “comunione” (cattolici, protestanti, valdesi ecc…) e dando così il via alla famosa “messa ecumenica” voluta intensamente da “Omissis”.
Vi cito solo alcune frasi dell’articolo citato : “Non viene richiesto, per vivere insieme quest’evento, l’adesione ad un ‘pensiero unico’ sull’eucarestia, ma piuttosto il rispetto di tutti per il pensiero di ognuno; del resto – come anche Paolo Ricca ha osservato nel suo ‘L’ultima cena, anzi la prima’ – se né Gesù, né Paolo hanno spiegato il ‘come’ di questa presenza, perché allora dobbiamo farlo noi?”.
“E’ ormai consuetudine che, una volta al mese, il gruppo si incontri in un chiesa cattolica, luterana, valdese o battista per condividere l’eucarestia, partecipando al culto o alla messa – officiati secondo la liturgia della chiesa ospitante – e collaborando con ruoli diversi alla celebrazione. Distribuzione della comunione, letture e commento della Parola divengono così altrettante occasioni di condivisione ecumenica, ricollocando in primo piano la propria identità di cristiani rispetto a quella di appartenenza ad una specifica chiesa. All’accoglienza eucaristica hanno così aderito, in misura crescente, diversi luoghi di culto, qualche comunità e qualche realtà parrocchiale, e questa pratica va ora diffondendosi anche in altre città” (don Fredo Olivero).
“Anche il dogma della transustanziazione, introdotto dal Concilio di Trento in un clima segnato dalla Controriforma, e che ha a lungo diviso i cattolici dagli altri cristiani, è oggi letto da molti teologi cattolici (Alberto Maggi e Carlo Molari in Rocca n.9/2017, e molti altri) come transignificazione delle specie e commemorazione nel rito, con ‘distinguo’ che è sempre più difficile riconoscere rispetto alle letture evangeliche; la presenza ‘reale’ infatti non è più intesa come ‘materiale’, ma come ‘presenza reale spirituale”.
La cosa raccapricciante è che questa farsa sia partita in seno al cattolicesimo.
La mia fonte mi ha segnalato che questo gruppo e queste iniziative sono strettamente raccomandate da “Omissis”.
Come mai altrimenti l’Arcivescovo di Torino non ha preso provvedimenti contro queste iniziative? Anzi, vengono incentivate? Come mai invece i provvedimenti vengono presi solo per sacerdoti e vescovi che vogliono restare fedeli alla Dottrina della Chiesa?
Ormai l’iter della “messa ecumenica” è iniziata. A livello pratico. E si comincia anche a farne pubblicità (riforma.it/…/fare-rete-saper…).
A breve usciranno anche le “linee guida” liturgiche ufficiali per queste farse. E il dado è tratto. Tra qualche tempo chi non si adegua sarà emarginato. Come è solito fare Omissis.
La situazione è gravissima. Siamo dentro l’eresia più totale. Siamo dentro la profanazione dell’Eucaristia, della negazione del Sacramento.
Tutto ciò è il segno del tempo dell’anticristo: l’abolizione del “Santo Sacrificio”.
E se qualcuno aveva dubbi che avessero intenzione di varare una “nuova messa”, ora i signori sono serviti.

(Fonte: Fra Cristoforo, Anonimi della croce, 9 settembre 2017)



martedì 5 settembre 2017

Liturgia al centro. I progressisti ora sono conservatori

Ancora una volta la questione liturgica è tornata al centro dell’attenzione della vita della Chiesa e non solo, visto che anche numerosi mezzi di informazione ‘laici’ ne hanno dato un certo risalto: alcuni giorni fa papa Francesco ha rivolto un discorso denso e articolato ad un importante organismo (il CAL) che si occupa di liturgia e che compie settant’anni di vita; quasi in contemporanea è uscita l’intervista che il cardinal Sarah, prefetto del dicastero per il Culto Divino, ha rilasciato ad una rivista cattolica francese (la Nef). Pur tenendo presente che si tratta di due interventi di tenore diverso per destinatari e per contesto, sarebbe comunque difficile negare che vi sia tra essi una difficoltà di sintonia. Infatti mentre il cardinale Prefetto rilancia ancora una volta, e nonostante le ripetute opposizioni ad essa, l’idea di un possibile intervento correttivo sulla ‘riforma’ liturgica in corso da cinquant’anni, il Papa dichiara questa stessa riforma irreversibile, aggettivo che a questo punto pare sinonimo di irreformabile.
Dunque, dicevamo, la questione liturgica è di nuovo al centro. E lo è in una forma sorprendente: il fronte progressista, che sta dietro a questo discorso di papa Francesco e agli altri suoi interventi in materia, è ora paradossalmente arroccato in una posizione conservatrice per cui la riforma liturgica postconciliare non si può toccare; il fronte conservatore invece sostiene, pur con mille distinguo, l’esigenza di interventi correttivi sulla scorta della ‘riforma della riforma’ ratzingeriana o, per meglio dire, della ‘riconciliazione liturgica’ di cui parla il cardinal Sarah. Inutile dire che le forze in campo sono assolutamente sproporzionate e che il destino della tesi riformistica è, nello stato attuale, già segnato. Non di meno la questione è di importanza capitale e merita qualche riflessione.
Anzitutto resistiamo alla tentazione di pensare che si tratti di problemi di lana caprina, di ‘roba da preti e che se la vedano loro’. La liturgia è sempre espressione di una visione della fede, del cristianesimo, della Chiesa; e mentre la esprime ne è anche il veicolo: cinquant’anni fa la Chiesa (nel senso dell’autorità ecclesiastica) ha cambiato la messa, e in questi cinquant’anni la (nuova) messa ha cambiato la Chiesa (nel senso della comunità dei fedeli e della loro mentalità). D'altronde gli stessi operatori della riforma liturgica postconciliare hanno motivato l’esigenza del cambiamento del rito e coerentemente hanno proibito con forza per decenni la forma liturgica tradizionale, poiché – sostenevano – solo il nuovo rito era pienamente adeguato ad esprimere il rinnovamento della visione teologica ed ecclesiologica di cui erano portatori i documenti conciliari. Dunque non si tratta di dettagli. Non possiamo non citare ancora una volta le parole, più attuali che mai, dell’allora cardinale Ratzinger: “Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia” (La mia vita, Ed. San Paolo 1997, pag. 113).
Detto questo, occorre quindi valutare con attenzione la forma liturgica in corso e la congruenza di una sua presupposta irreversibilità. Riguardo a questo, infatti, non si possono evitare alcune osservazioni.
Per prima cosa, già stando alla semplice cronologia, c’è un problema di logica: pare strano infatti che si dichiari intoccabile una storia liturgica che ha cinquant’anni, mentre i suoi fautori cinquant’anni fa non si sono fatti problema a mettere le mani su una storia liturgica che di anni ne aveva mille e cinquecento! Infatti è vero che il messale in uso fino alla riforma postconciliare è stato codificato da san Pio V (XVI secolo), ma l’ordo, cioè la struttura e i testi, della messa tradizionale risale a san Gregorio Magno (VI secolo) tanto che essa può a giusto titolo essere chiamata anche messa gregoriana.
In secondo luogo c’è un altro problema di coerenza. Stiamo vivendo un momento di attuati o previsti mutamenti non della forma ma addirittura del contenuto della messa e dei sacramenti: in seguito ai due sinodi sulla famiglia è ampiamente mutata la prassi circa la ricezione dei sacramenti della confessione e della comunione ai divorziati risposati e ai conviventi; riguardo al sacramento dell’ordine è ufficialmente al lavoro ai più alti livelli una commissione che studia la possibilità del diaconato femminile e contemporaneamente la Civiltà cattolica, organo sempre più quasi ufficiale della santa Sede, lascia intendere che l’esclusione delle donne dal presbiterato non sia poi così definitiva come sembrava ai tempi di Giovanni paolo II; quanto poi al battesimo, è da un pezzo che il suo valore è stato relativizzato, visto che ben pochi lo considerano ancora davvero necessario alla salvezza eterna; infine veniamo alla messa: è noto, anche se non ufficialmente confermato, che a Roma si stia lavorando per produrre un rito che consenta a cattolici e protestanti di mettersi intorno allo stesso altare; come si intenda realizzare questo non è dato saperlo, ma visto che i protestanti hanno una dottrina opposta circa l’essenza stessa della messa, cioè circa il sacrificio, il sacramento e il sacerdozio, i mutamenti richiesti da una presunta ‘concelebrazione’ non saranno quisquiglie… E dunque con tutto questo in ballo, mentre si stanno compiendo o almeno preparando epocali cambiamenti di contenuti dottrinali bimillenari, contemporaneamente si proclama l’intangibilità delle forme rituali codificate pochi decenni fa?
Alla luce di tutto questo la barriera messa in atto in questo momento dall’Autorità ecclesiastica e dai corifei della conservazione dello status quo contro qualunque ipotesi di correzione della riforma liturgica postconciliare è più che comprensibile: l’idea di ‘riforma della riforma’ o di ‘riconciliazione’ tra le due forme liturgiche, quella preconciliare e quella postconciliare, porta con sé l’idea di un benefico reciproco influsso tra di esse (che Benedetto XVI auspicava nella promulgazione del Summorum Pontificum) e quindi di un riequilibrio rispetto alle spinte innovatrici che hanno estremizzato la riforma in ambito liturgico, ma anche, di conseguenza, in ambito teologico, morale, pastorale, ecc… Ora, è evidente che questo è incompatibile con la visione di coloro, e sono la maggioranza in alto e in basso, che ritengono che il problema sia invece non aver portato ancora a radicale compimento il cambiamento iniziato cinquant’anni fa.

(Fonte: Claudio Crescimanno, La NBQ, 5 settembre 2017)


mercoledì 9 agosto 2017

Abuso di Marcinelle

Lasciate stare l’indecente demagogia nel ricordo della tragedia di Marcinelle, dove morirono nel 1956 duecentosessantadue lavoratori in miniera, di cui la metà italiani, quasi tutti meridionali.
Lasciate stare, gufi, sinistreria e autorità, inclusi voi presidenti Mattarella e Boldrini, il paragone tra quei lavoratori morti sul lavoro e gli immigrati clandestini che arrivano a fiumi sulle nostre sponde.
Il paragone è totalmente infondato: quei minatori andarono in Belgio richiesti al nostro governo dalle autorità di Bruxelles e furono il frutto di un accordo di dieci anni prima tra i due paesi. Carbone per l’Italia a prezzi agevolati in cambio di 50mila lavoratori per le miniere del Belgio.
Uno scambio pattuito tra due paesi europei che necessitavano l’uno di energia e l’altro di braccia-lavoro.
Non clandestini ma richiesti, non disoccupati ma lavoratori dal primo giorno in cui arrivarono, non in fuga dal proprio paese ma costretti a lasciarlo per aiutare casa, non manovalanza disperata per la criminalità o business per Ong e centri di accoglienza, ma gente che partiva sapendo di finire in miniera, non per strada.
E di sbarcare su richiesta dello Stato-ospite, in un paese che era pur sempre figlio della stessa civiltà, della stessa religione, dello stesso universo di valori.
Entrambe sono tragedie, ma di tutt’altro tipo.
È una vergogna star lì appollaiati come sciacalli a cercare ogni occasione per rilanciare l’ideologia dell’accoglienza, con relativo traffico di imbarchi, sbarchi e con la prospettiva di lucrare qualcosa politicamente ed elettoralmente per aver detto e fatto “una cosa di sinistra”.
Persino a teatro, da noi, rifanno l’Eneide e attualizzano Enea come un immigrato ed esule per ragioni politiche: con la trascurabile differenza che Enea secondo il mito è un principe, proviene da una civiltà distrutta e viene a fondare una civiltà, Roma; mentre i poveri migranti sui gommoni si affidano agli scafisti e vengono qui per aggrapparsi a una civiltà, sfuggendo dalla barbarie e dalla miseria.
In tema d’immigrazione, la sinistra in Italia cerca di coprire tutte le posizioni e si presenta come un armadio quattrostagioni per tutti i gusti e i climi: cavalca un giorno l’accoglienza, un giorno i respingimenti, un altro dice che vuole aiutarli a casa loro, un altro ancora li carica sulle nostre spalle.
E adotta, da Crozza a Calabresi de la Repubblica, lo stesso ragionamento capzioso. Isola un episodio, una storia o un singolo sbarco per toccare l’emotività di ciascuno, per suggestionare con un’immagine anziché far ragionare.
Per poi dire: vedete che cento migranti in una città o centomila in una nazione sono una percentuale irrisoria. Ma certo che è irrisoria quella fetta, se si paragona un dato parziale e provvisorio a un dato generale e permanente, certo che non fa impressione se si isola il fotogramma; se invece vedi il film per intero, in tutte le sequenze e in prospettiva, se ti affacci davvero nella realtà, per le strade, per le piazze, nei mezzi pubblici, allora ti accorgi che si tratta di un fiume e non di una pozzanghera.
Prima che giungesse il freno alle Ong stavano sbarcando a decine di migliaia a settimana, i nostri centri d’accoglienza sono pieni. Il flusso non è una fallace “percezione” indotta dagli impresari della paura più di quanto sia una fallace percezione indotta dagli impresari del traffico di vite umane, l’impressione opposta, che sia una piccola, inerme minoranza di casi umani che possiamo agevolmente contenere nel nostro Grande Paese.
E ora si attaccano pure a quella tragedia di 61anni fa, al dolore di una storia, per cercare tramite una tragedia di dar corso a un’altra. Siete voi ad abusare del mercato delle emozioni, a speculare sui ricordi e sui lutti.
La tragedia di Marcinelle riemerse dopo anni di oblio grazie a Mirko Tremaglia che guidava i comitati per gli italiani all’estero. Fu una tragedia che strinse tutto il nostro popolo attorno a loro; ricordo da bambino un altro funerale di ragazzi che erano andati a lavorare dal mio paese nel nord Europa ed erano morti sul lavoro.
Giorni fa in piazza Maggiore a Bologna ho visto uno splendido documentario di Vittorio de Seta nei primi anni cinquanta sui lavoratori nelle miniere sarde e siciliane. Sembra preistoria, ma quei lavoratori umili, ignoranti, invecchiati precocemente, ti sembrano giganti rispetto a noi per i sacrifici immani che facevano per portare il pane a casa e mantenere le loro numerose famiglie, accontentandosi di poco.
E l’altra sera ho visto un film dedicato ai minatori in Cile, The 33, una storia vera, a lieto fine, di trentatrè minatori che furono salvati dopo un lungo calvario nelle viscere della terra che durò due mesi.
Storie di umanità, di pietà, di dedizione. Di quelle che rendono drammatico e non retorico l’articolo uno della costituzione, la repubblica fondata sul lavoro.
Non sporcate quelle storie e quelle memorie con le vostre prediche ideologiche, i vostri miserabili calcoli politici, le vostre insopportabili tirate finto-moralistiche.

(Fonte: Marcello Veneziani, Il Tempo, 9 agosto 2017)



La crisi del prete. Accettare “lo scarto”

L’attuale crisi del prete tocca l’identità e, di conseguenza, chiede di rivedere il modello ministeriale e pastorale, ritornando all’essenza della chiamata e all’essenziale del ministero. Siamo partiti da qui, solo per una breve fotografia e per iniziare a toccare qualche nervo scoperto.
Ritornerò sulla problematica, su alcuni dei suoi aspetti principali e sulla tipologia di prete che, almeno oggi, sembra entrare in crisi, invocando piste nuove e creative su come ripensare questa figura; tuttavia, proprio partendo dalla convinzione che prima di ogni “ricetta” pragmatica occorrono la riflessione e il pensiero – cosa che, peraltro, non convince molto neanche i preti! – è bene soffermarci sulla questione già accennata dell’identità presbiterale. Non si riuscirà ad affrontare la figura del prete se le possibili soluzioni, anzitutto, non partono dalla domanda sull’identità: chi è davvero il prete?
Quello “scarto” incolmabile
La domanda non vuole essere retorica né limitarsi ad offrire una qualche meditazione di taglio spirituale. Essa nasce da una semplice convinzione: sulla crisi in atto, vi sono motivi contingenti e contestuali, come i cambiamenti socio-culturali degli ultimi decenni, la crescente disaffezione nei confronti della fede cristiana, le nuove sfide rivolte all’annuncio della fede o il calo delle vocazioni che sovraccarica alcuni e aumenta l’età media del clero; tuttavia, essa coinvolge per così dire la “totalità dell’essere prete”, cioè quella sua identità profonda e radicale, che trascende ogni aspetto storico particolare.
Nessuno si spaventi se affermo che… la domanda sulla crisi del prete è strettamente “teologica”, cioè non potrà essere davvero affrontata se ci soffermeremo epidermicamente sull’analisi sociologica o su facili soluzioni di tipo pastorale.
C’è una parola che, più di tutte, ci rappresenta: scarto.
La avvertiamo dentro, quasi come un brivido, per la sua capacità di fotografare ciò che sperimentiamo ogni attimo sulla nostra pelle e ci rimanda, appunto, al contenuto teologico dell’identità presbiterale. Non si tratta di un semplice sentirsi “inadeguati” – anche un medico in parte lo è rispetto alla gravità di certe situazioni da prendere in cura, o un giudice rispetto a una decisione difficile – e né, tantomeno, dobbiamo scivolare in un certo moralismo depressivo che si fissa sulle fragilità e sul peccato. Saremo sempre dei preti peccatori.
Qui c’è molto di più: lo scarto è iscritto in modo costituzionale in ogni vocazione cristiana e, in generale, nell’esperienza di fede: Dio e l’uomo, Colui che chiama e il chiamato, il Maestro e il discepolo, il Vangelo e il cuore dell’uomo, non saranno mai sullo stesso piano. La rivelazione di Dio in Gesù Cristo abbatte i muri di separazione e colma tale distanza ma, tuttavia, ciò non significherà mai un annullamento della “differenza”. Tra Dio e noi essa continuerà ad esistere.
È Dio che invia e sostiene Mosé, che purifica le labbra di Isaia, che rassicura il giovane Geremia, che affida a un pescatore impulsivo la guida della Chiesa; tuttavia, ciò non avviene a prezzo di un “salto” della loro umanità, che di colpo cancellerebbe l’essere impuro, o giovane o impulsivo ma – come confesserà splendidamente san Paolo – proprio dentro le debolezze e le spine della carne.
Perciò, la questione dell’identità del prete ci rimanda alle origini della vocazione e a quella “differenza” che segnerà sempre uno scarto rispetto a Colui che ci ha chiamati e al compito affidatoci; si tratterà di restare sempre in cammino – mai arrivati e appagati – aperti a come il Signore, pur conservandoci in questo scarto talvolta difficile da portare nella carne, ci consolerà, ci rafforzerà e ci farà vedere, seppur in lontananza, “il paese dove scorrono latte e miele”.
Non siamo chiamati a fare “tutto”
Ogni volta che il ministero stesso ci colloca altroveci chiama e ci ridefinisce, ci invita a ricominciare sempre da capo, facendoci cambiare destinazioni pastorali e modelli precedentemente acquisiti, la nostra identità di preti cambia, si evolve, matura e si apre a paesaggi inediti. A patto che non ci chiudiamo rigidamente in uno schema precostituito e ci lasciamo – con grande fatica – interrogare dallo Spirito e dalla vita.
Dello scarto nella vita del prete ha scritto con grande efficacia Antonio Torresin, affermando che il ministero sacerdotale “è segnato da uno scarto, da un insuperabile contrasto che segna l’esperienza di essere discepoli, la missione e il mandato ricevuti. Meglio, che segna ogni chiamata, fino all’umano stesso. Non siamo all’altezza del compito assegnato, esso ci trascende in modo insuperabile, ci travolge e ci supera: è troppo per noi. Eppure è proprio ciò che meglio ci corrisponde, è ciò senza il quale la nostra umanità si perde. Questo eccesso che è il ministero è la nostra unica salvezza; non solo la via alla santità, ma la grazia per non perderci. (A. Torresin, «Il paradosso del ministero. Quando la missione ridefinisce il prete», Il Regno/Attualità 2/2010, 22).
Questo scarto è vissuto in modo diverso non solo da ciascun prete – cosa che rimane ovvia – ma anche a seconda delle fasi della vita sacerdotale, degli anni di messa, delle esperienze pastorali vissute nel tempo e, non da ultimo, dei contesti ecclesiali in cui siamo posti.
Senza voler negare alcune problematiche esistenti e inedite, che invocano un’ampia riflessione ecclesiale, credo che riconciliarci con questo scarto, accoglierlo e farselo amico nella vita sacerdotale di ogni giorno e, forse ancor prima, formarsi e prepararsi ad esso e a come conviverci, potrebbe essere un primo antidoto alla crisi e un punto di forza per la “tenuta” del prete.
Non è forse vero che, piccoli o grandi momenti di crisi nella nostra vita, dipendono talvolta dal non aver compreso che al prete non è richiesto “tutto”, che non è chiamato “salvare il mondo” (già fatto, ci ha pensato Nostro Signore), che non è e non dovrebbe essere il centro, la fonte e il culmine della comunità e dell’azione pastorale? Non sarà che molte frustrazioni, sofferenze e depressioni, dipendono anche dall’aver sopravvalutato noi stessi e fatto delle richieste eccessive (o almeno troppo numerose) al nostro ministero?

(Fonte: Francesco Cosentino, Settimana News, 14 luglio 2017)



sabato 29 luglio 2017

“Obama ricattò Benedetto XVI per costringerlo a dimettersi”: accusa choc di una rivista cattolica

Donald Trump e papa Francesco. Che non corra buon sangue tra i due non è una novità. Il primo tira dritto sui muri anti-immigrati e i blocchi ai rifugiati, il secondo non nasconde di preferire chi apre le porte al prossimo, “secondo le indicazioni del Vangelo”.
Bene. Eppure nella relazione tra i due potrebbe inserirsi un nuovo capitolo interessante e che dagli Usa arriva diritto nelle segrete stanze del Vaticano: l’accusa avanzata da alcuni cattolici sulle mosse di Obama nell’abdicazione di Ratzinger.
Il 20 gennaio scorso la rivista cattolica tradizionalista “The Renmant” ha scritto una lettera aperta al nuovo Presidente americano per chiedergli di fare chiarezza sulle mosse Oltretevere di Barack Obama e il suo ruolo nell’abdicazione del papa emerito, Benedetto XVI. A firmare la missiva sono stati David Sonnier, ex tenente colonnello dell’esercito Usa, Christopher Ferrara, presidente dell’associazione avvocati cattolici americani, e Michael Matt, direttore di The Renmant. Il fulcro della missiva, che prende spunto da alcune rivelazioni e documenti pubblicati da Wikileaks, è il sospetto che “il cambio di regime [in Vaticano] sia stato progettato dall’amministrazione Obama”. Niente più e niente meno. Si tratterebbe di uno scandalo.
“Durante il terzo anno del primo mandato dell’amministrazione Obama – si legge nella lettera aperta – il segretario di Stato Hilllary Clinton, e altri funzionari del governo, hanno proposto una “rivoluzione” cattolica il cui obiettivo era la scomparsa definitiva di ciò che che restava della Chiesa cattolica in America”. I sospetti nascono da una e-mail che John Podesta, consigliere della Clinton, inviò a Sandy Newman, direttore di una rivista progressista. Nella e-mail Podestà spiega al suo interlocutore che sta cercando di realizzare una “primavera cattolica” in Vaticano simile alle “primavere” che hanno ribaltato i regimi del Nord Africa..
Secondo i firmatari della missiva, l’elezione di Papa Francesco sarebbe servita a “dare un appoggio spirituale al programma ideologico radicale della sinistra internazionale”, tanto che oggi il pontefice sarebbe ormai diventato “il leader della sinistra mondiale”. La rivista The Renmant, quindi, chiede a Trump di aprire una inchiesta che spieghi “per quale motivo la NSA ha monitorato il conclave che ha eletto papa Francesco”, “quali operazioni segrete sono state effettuate dal governo Usa sulle dimissioni di Benedetto XVI” e renda conto delle “transazioni monetarie con il Vaticano sospese pochi giorni prima delle dimissioni di Ratzinger“. In effetti nel dicembre 2013 Deutsche Bank chiuse i bancomat all’interno della Santa Sede con la scusa delle indagini sulle norme anti-riciclaggio sullo Ior, ma poi il giorno il giorno successivo alle dimissioni dell’ex pontefice il Vaticano e la banca trovarono subito un accordo. Riaprendo i bancomat.
Infine, i firmatari chiedono al presidente di chiarire il ruolo di Podesta in quella che lui stesso avrebbe definito “primavera cattolica“, quale influenza abbia avuto il finanziere George Soros e se l’amministrazione Obama sia entrata in qualche modo in contatto con quella che è stata chiamata la “mafia di San Gallo“, ovvero il consesso di cardinali e vescovi (Carlo Maria Martini, Adriaan Van Luyn, Walter Kasper e Karl Lehman, Achille Silvestrini eBasil Hume) che già nel 2005 avrebbe individuato in Bergoglio il papa perfetto per la riforma della Chiesa in senso progressista.

(Fonte: Redazionale Tuttonotizie360, 27 Luglio 2017



Una chiesa è ancora un luogo sacro? I preti che ne pensano? La Bonino, e altrove un piccolo episodio…

Un lettore di Stilum Curiae ci ha mandato una serie di fotografie e una piccola storia. Una compagnia probabilmente amatoriale di teatro-danza organizza con l’appoggio del comune e evidentemente dei responsabili di Chiesa uno spettacolo che ha come palcoscenico il sagrato di una chiesa in provincia di Parma. Il problema è che come backstage viene usata la chiesa stessa; con tutta la libertà che un backstage comporta: comprese ragazze in slip e reggiseno.
È un episodio minimo, rispetto ad altri – come far parlare dal presbiterio di una chiesa Emma Bonino, probabilmente la più nota abortista del Paese, convinta adesso dell’aborto come lo era mezzo secolo fa – e probabilmente vissuto con innocenza e ingenuità. Ma, secondo il nostro modesto parere, mette in luce un problema: quale sensibilità esiste nel clero, o in una gran parte di esso verso la sacralità del luogo in cui si svolge ogni giorno, o almeno ogni domenica il sacrificio eucaristico? Una chiesa è solo uno spazio polifunzionale, da utilizzare per ogni scopo, dai concerti in giù? Nei seminari che cosa viene insegnato ai futuri preti, sotto questo aspetto? Un luogo consacrato è realmente vissuto come tale da molti preti? Credo che siano domande non marginali, e che attengono in maniera diretta alla banalizzazione e al degrado della fede nel nostro Paese.
Ecco alcuni brani della lettera del lettore, che ringraziamo di cuore per questa informazione :
“Le immagini (tratte da Facebook e nella qualità possibile) si riferiscono al “dietro le quinte” di uno spettacolo presentato da una compagnia teatrale – amatoriale ritengo – chiamata “Tuttoattaccato”…
Lo spettacolo, tuttavia, ha avuto quale palcoscenico il sagrato della chiesa parrocchiale di Sant’Antonino e la stessa chiesa è stata ritenuta “spazio adatto” per le necessità di trucco e preparazione degli artisti: le immagini che sono allegate lo documentano bene…
Inutile, mi pare, andare ad indagare circa la presenza del Santissimo Sacramento: il problema attiene alla sacralità del luogo e impone serie domande circa la concezione che taluni possono avere di tale sacralità (e qui mi fermo stante l’ampiezza che tale discorso potrebbe sviluppare) e amare e tristi prese d’atto da parte di chi percepisce ed ha un po’ più chiara tale sacralità.
E dico questo anche solamente considerando che, a fianco della facciata della chiesa, c’è l’ingresso agli spazi ed ai locali dell’oratorio, della canonica e dell’asilo parrocchiale e che, pertanto, potevano essere utilizzati come camerino.
Per inciso, in due immagini, si nota, in fondo, in penombra, ben esposta la statua della Beata Vergine del Carmine, patrona di Borgo val di Taro”.

(Fonte: Marco Tosatti, Stilum curiae, 29 luglio 2017)


lunedì 24 luglio 2017

Un concentrato di idiozie: ecco come sperperano i nostri soldi!

La notizia che mi lascia sbalordito è questa: il “presidente” della Camera [non me ne voglia l’autore che usa il termine “presidenta”, ma mi rifiuto di usare una tale storpiatura: trattandosi di una carica istituzionale dello Stato Italiano, essa conserva invariato il suo nome proprio, indipendentemente dal genere di chi la ricopre, uomo o donna che sia! n.d.r.], tale Laura Boldrini, ha istituito una commissione contro l’odio (la denominazione ufficiale è “commissione sull’intolleranza,la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio” (sic!), che in questi giorni ha terminato i propri lavori, svolti, immagino, in un clima di grande amore e tolleranza. Come frutto di tale tenero lavoro, è stata depositata una relazione che non può non far inorridire tutti coloro che hanno a cuore l’articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di opinione e l’articolo 33 che tutela la libertà delle arti e della scienza e quella del loro insegnamento.
Infatti, il quotidiano La Verità ha pubblicato alcune delle raccomandazioni contenute in detta relazione. Enumero e commento.
1)”Approvare alcune importanti proposte di legge all’esame delle Camere, tra cui quelle sulla cittadinanza e sul contrasto dell’omofobia e della transfobia”. E’ quasi inutile ripetere che la legge sulla cittadinanza già c’è e funzione e la presidenta della Camera dovrebbe saperlo. Il contrasto all’omofobia, così come viene configurato dai compagni della Boldrini, si tradurrebbe praticamente nella scomparsa, appunto, della libertà di pensiero e di opinione. Basti pensare che in Spagna un Cardinale è sottoposto a giudizio per il solo fatto di avere ripetuto, in una omelia, la dottrina cattolica circa i temi dell’omosessualità. Se dovesse passare la legge così come richiesta, calerebbe il silenzio su tutta quella questione. Ma per par condicio occorrerebbe allora prevedere anche il reato di eterofobia! Così, silenzio assoluto. Si potrebbe parlare solo di calcio!
2)”Sanzionare penalmente le campagne d’odio (insulti pubblici, diffamazione o minacce) contro persone o gruppi”. Mi sembra addirittura al limite del ridicolo pretendere di sconfiggere l’odio per via di legge ed anche molto presuntuoso, visto che per tale impresa si è scomodato addirittura Dio donandoci Suo Figlio ed il compito non sembra ancora finito. Poi, la prima a dover essere perseguita è proprio la presidenta della Camera, la quale, ogni volta che parla (e purtroppo troppo spesso) non fa che offendere qualcuno. Ultimamente ha tacciato di ignoranza chi non la pensa come lei. Qui, poi, c’è un grande equivoco, su cui torna spesso, e giustamente, il nostro comune amico Robi Ronza: si sta dando per scontato che se uno ha un’idea diversa dalla mia debba per forza odiarmi. Ma che l’ha detto? Chesterton ha polemizzato tutta la vita con B. Shaw, ma ha anche sempre detto che egli era il suo migliore amico. Tacciare di odio chi la pensa in modo diverso costituisce il modo più subdolo per far fuori la libertà di pensiero.
3)”Rafforzare il mandato dell’UNAR”, che fino ad oggi è stato lo strumento scorretto (e fuori di competenza) con il quale sono state valorizzate tutte la organizzazioni LGBT e censurate tutte le altre associazioni.
4)”Rafforzare nelle scuole l’educazione di genere e l’educazione alla cittadinanza, finalizzata agli obiettivi di rispetto, apertura interculturale, interreligiosa e contrasto a intolleranza e razzismo”. Il solito ipocrita giro di parole con le quali le stesse organizzazioni LGBT entrano di soppiatto nelle scuole solo per propagandare l’ideologia “gender”. Anche questo punto dimentica la nostra Costituzione, la quale riconosce il diritto all’educazione solo e unicamente ai genitori, i quali devono poter dire l’ultima parola su quanto avviene nella scuola su questo tema. Nulla di delicato può avvenire nella scuola senza il consenso informato della famiglia.
4)”Prevedere l’istituzione di un giurì che garantisca la correttezza dell’informazione e sollecitare l’ordine professionale e il sindacato dei giornalisti sul controllo della deontologia professionale”. Con questa raccomandazione si vuole far fuori la tanto conclamata libertà di stampa. Durante il ventennio fascista si parlava di Minculpop ed il pensiero unico era totalmente controllato dal potere. Oggi si vorrebbe fare altrettanto con un organismo dal nome più gentile (giurì), ma con le stesse pratiche funzioni.
Caro direttore, sono impressionato da questa considerazione: ci sono uomini e donne che si proclamano ardenti antifascisti, ma che sui temi del libero pensiero cercano di comportarsi esattamente come i fascisti. Tutto ciò deve essere contrastato apertamente e fortemente in sede civile. Ma anche la Chiesa dovrebbe preoccuparsi, perché si sta sempre più restingendo ciò per cui, anche noi laici, ci siamo battuti per molti anni: la “libertas Ecclesiae”.

(Fonte: La commissione che restringe il nostro spazio di Peppino Zola, LNBQ, 24 luglio 2017)



Cara Boldrini, giù le mani dalla nostra libertà. A seminare odio è lei, non noi.

Diciamolo francamente: “La piramide dell’odio” ovvero la Commissione “Jo Cox” su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo, voluta dalla Boldrini e che ha coinvolto ben 26 persone tra deputati ed esperti a vario titolo, è un falso ideologico. O, detto più, semplicemente un’operazione di bassa e soprattutto pericolosa propaganda.
Sì, pericolosa.
Già il titolo è fuorviante. Le commissioni, quelle serie, espongono le proprie conclusioni alla fine di una dotta e spassionata analisi, in questo caso, invece si urla una denuncia forte e scioccante. Quel titolo “la piramide dell’odio” antepone il giudizio all’analisi, pone sulla difensiva il lettore, lo colpevolizza a prescindere. E’ un’operazione, spinta, di spin a cui un’istituzione come la Camera dei deputati non dovrebbe mai prestarsi, Ma, si sa, con la Boldrini, tutto diventa relativo. Anche i contenuti di un rapporto che ha richiesto un anno di lavori.
Mi aspettavo dati scioccanti su un’Italia intollerante e razzista. E invece esce il quadro di un Paese tollerante. Pensate un po’, il 20% degli italiani pensa che sia disdicevole avere un collega gay. Io lo leggo positivamente: l’80% non ha più pregiudizi omosessuali. Stessa percentuale di chi pensa che gli uomini siano migliori dirigenti o migliori politici delle donne. Non mi scandalizzo affatto per il fatto che il 49,7% ritiene che l’uomo debba provvedere alle necessità economiche della famiglia e questa non può essere considerata una falsa rappresentazione, ma la proiezione di una concezione tradizionale e legittima della famiglia.
La Boldrini e i suoi esperti inorridiscono sapendo che la maggior parte degli interpellati ritiene che quartieri ad alta densità di immigrati favoriscano il terrorismo e la criminalità e che il 65% pensa che i rifugiati siano un peso perché godono di benefits sociali e del lavoro degli abitanti. Ma non sono dato scioccanti, bensì inevitabili quando l’immigrazione diventa incontrollata e supera le soglie fisiologiche e quando riguarda un Paese gravato dalle tasse e con un alto tasso di disoccupazione. Il problema non lo risolvi biasimando gli italiani ma ponendo fine a una situazione fuori controllo e rilanciando l’economia del Paese.
E se l’80% degli italiani esprime un’opinione negativa rispetto ai rom, inclusi dunque molti elettori di sinistra, forse bisognerebbe chiedersi non se gli italiani siano razzisti ma perché i rom – che non sono più i romantici gitani di una volta – accentuino, con la loro violazione delle più elementari regole civili, la diffidenza nei propri confronti.
Questo rapporto è inconsistente ma diventa pericoloso quando propone le misure correttive. Perché emerge la finalità liberticida dell’operazione “boldriniana”. Il vero scopo non è di contrastare un inesistente razzismo ma di mettere a tacere chi non la pensa come vuole lei, chi non si adegua passivamente al politicamente corretto, chi si oppone a sfacciate operazioni di ingegneria sociale. Insomma, chi pensa liberamente diventa un nemico da far tacere.
La Boldrini ci ha già provato cavalcando strumentalmente la polemica sulle Fake news. Ora che la fine della legislatura si avvicina e con essa la fine, mai tanto auspicata, del suo mandato di presidente della Camera, costei sa di non avere più tempo e per questo invoca la censura. E lo fa furbescamente.
Quando “esige l’autoregolazione delle piattaforme al fine di rimuovere l’hate speech online” e invita a “stabilire la responsabilità giuridica sociale dei provider e delle piattaforme di social e a obbligarli a rimuovere con la massima tempestività i contenuti segnalati come lesivi da parte degli utenti“, intende togliere di mezzo i commentatori scomodi demandando a un entità astratta – “gli utenti” – il compito di giudicare chi semina odio e chi no.
Quando propone di “sostenere e promuovere blog e attivisti no hate o testate che promuovono una contronarrazione” compie un’operazione orwelliana, perché si arroga il diritto di stabilire chi detenga la Verità, negando uno degli elementi costitutivi della democrazia: il confronto delle idee.
Ma si supera quando sostiene “l’istituzione di un giurì che garantisca la correttezza dell’informazione“. Ma sì un Miniculpop, il Ministero della Censura, che impedirebbe a voi, cari lettori, di leggere questo blog, o goofynomics di Alberto Bagnai o i tweet di Vladimiro Giacchè o i siti che a destra e a sinistra difendono il diritto a un’interpretazione diversa dalla realtà.
Questi sono propositi inaccettabili in democrazia e fonte di rabbia e di diffidenza. Nei suoi confronti, cara presidente Boldrini. Perché, a ben vedere, la vera propagatrice d’odio è lei. Non noi.

(Fonte: Marcello Foà, blog-il giornale.it, 23 luglio 2017)


mercoledì 19 luglio 2017

Abusi sessuali. Che coincidenze nell'inchiesta del coro!

Me, come direbbe Carlotta, la figlia Pasionaria di Guareschi, alle coincidenze ci credo. E tanto più se vengono da un Paese preciso e al di sopra di ogni sospetto come la Germania. Così, quando ho letto che "finalmente" è stato pubblicato il rapporto sulle violenze compiute sui passerotti del coro del Duomo di Ratisbona.
E’ vero che parliamo di 547 episodi, spalmati nell’arco di circa mezzo secolo, e di cui per fortuna o grazie a Dio, come preferite, solamente 67 riguardano abusi sessuali. Gli altri rientrano in una pedagogia che adesso farebbe inorridire e intaserebbe Telefono Azzurro; ma all’epoca era diffusa. Dare una sberla a un allievo testone, o eccessivamente indisciplinato, era la norma; e nessun genitore avrebbe armato una protesta per una sberla. Io mi ricordo – nella regal Torino degli anni ’50, scuola elementare Federico Sclopis, via del Carmine, di essere stato messo dietro la lavagna in punizione per non ricordo quale reato. E qualche scappellotto l’ho visto volare.
Ben più gravi gli abusi sessuali: e bene ha fatto la Chiesa tedesca a voler mettere un punto finale alla vicenda, con una sua inchiesta, affidata a un responsabile esterno. Quarantanove persone sono state identificate; i due principali responsabili sono morti da una trentina d'anni. I reati sono comunque prescritti. Le vittime riceveranno un compenso-rimborso di ventimila euro ciascuno.
E a questo punto cominciano le coincidenze. Il destino ha voluto che il rapporto tirasse in causa Georg Ratzinger, il fratello maggiore di Joseph, che per molti anni è stato il Direttore del Coro dei “Passeri del Duomo”. Georg ha diretto il corso per trent’anni, dal1964 al 1994. In un’intervista di sette anni fa ammise qualche schiaffo nei primi anni di incarico. "Se fossi stato a conoscenza dell'eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa (...) Mi scuso con le vittime", disse. Nella conferenza stampa l'avvocato Weber ha attribuito a Georg Ratzinger la responsabilità di "aver chiuso gli occhi e non aver preso misure a riguardo".
Certo la coincidenza è che il rapporto coincide temporalmente con il messaggio di Benedetto XVI per le esequie del card. Meisner. Un messaggio in cui come sappiamo si è voluto vedere da parte di qualcuno una critica alla situazione della Chiesa, e ai pastori che non lottano contro la dittatura dello spirito del tempo, e di cui la Chiesa tedesca certo non difetta. E poi ce n’è anche per Müller, nel rapporto. Gerhard Ludwig Müller era vescovo di Ratisbona nel 2010. Il rapporto critica la sua gestione, rimproverandogli in particolare la mancanza di dialogo con le presunte vittime. Povero Müller! Non gli è bastata la pedata nel sedere del Pontefice, e dover cercare, passato il primo bruciore (vedi l’intervista al Passauer Neue Presse) di far finta di niente, e che il Pontefice gli vuole bene. Adesso anche quest’altra cosina simpatica dalla natia Germania, dove, come si sa, è popolarissimo presso i confratelli.
Nel frattempo è stata annunciata la nomina del segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non, come qualcuno si aspettava, il Segretario aggiunto, l’arcivescovo americano Agostino Dinoia. Ma il sottosegretario, mons. Giacomo Morandi, l’uomo collocato nella ratzingeriana e muelleriana congregazione un anno e mezzo fa. Una carriera ben rapida. E’ proprio nato sotto una buona Stella. Quella di Beniamino, Prefetto della Congregazione per il Clero, il grande regista curiale del Pontefice. Tutte coincidenze.

(Fonte: Marco Tosatti, LNBQ, 19 luglio 2017)



lunedì 17 luglio 2017

Violare il segreto confessionale: un Fatto immorale

Poco meno di trecento chilometri, la distanza percorsa da Ersilio Mattioni, al soldo del Millennium, il mensile de Il Fatto Quotidiano. Per fare che? Per infilarsi dentro i confessionali di Milano e provincia, fingersi un cattolico perplesso nei confronti di papa Francesco e poi scrivere notizie bomba… ma bombe d’acqua. Fossi stata io il direttore, l’avrei lasciato a pane e acqua per un mese; non dico per la dissacrazione – bisognerebbe spiegare a questi fenomeni cosa siano i sacramenti: tempo e fiato sprecati - ma perché tutto sto tempo in giro per riempire nemmeno cinque paginette di niente…! 
E invece il mega-direttore-generale Peter Gomez (foto) sarà stato pure contento dei grandi scoop: scoprire che i preti ambrosiani sono così disobbedienti da affermare che il Papa non è infallibile ogni volta che apre bocca, così reazionari da definire una schifezza il bacio pubblico tra due omosessuali e così illegali da confidare che per qualche lavoretto fatto in oratorio ogni tanto danno mance e non le dichiarano al fisco… beh, ci voleva proprio una volpe come il Mattioni! Genesi dell’articolo secondo un proverbio toscano: tutte le mattine si alzano un furbo e un bischero: se si incontrano l’affare è fatto…
Abbiamo raggiunto telefonicamente don Armando Bosani, Parroco di Vanzaghello, il primo della lista. Quando lo chiamo e gli svelo di essere stato destinatario di tante attenzioni, ovviamente non ne sa niente. Perché in terra ambrosiana ci sono ancora parroci che il tempo lo dedicano a Dio e alla anime… Gli spiego la cosa. Risposta: “Sono talmente tanti quelli che vengono a confessarsi e che di frequente manifestano smarrimento e perplessità nei confronti di questo pontificato, anche da fuori parrocchia! Figuriamoci se mi ricordo di uno preciso…”. In effetti sono molti i sacerdoti che da qualche anno registrano la stessa cosa: la gente è sempre più disorientata e persino contrariata da certe dichiarazioni e da certi silenzi che vengono dall’alto e vanno in confessionale per chiedere luce e orientamento. Evidentemente il problema sussiste.
E cosa dice il don di tanto sconcertante a queste pecorelle dubbiose? “Ma niente. Io mi attengo a questa regola generale: andare avanti come si è sempre fatto, insistendo particolarmente su una soda e genuina devozione alla Madonna e sulla partecipazione al Sacrificio eucaristico ben fatto”. Eucaristia e SS. Vergine: come il sogno di don Bosco. Ma poi gli dirà pure qualcosa di più specifico? “Non si può dire che vada tutto bene. Io dico: è vero, ci sono problemi. Attendiamo che vengano chiariti da chi di dovere. Nel frattempo stiamo fermi nella fede di sempre”, quella della nonna Loide e della madre Eunice (cf. 2Tim. 1, 5), per capirci.
Anche a Legnano il Mattioni scova un prete reazionario, che semplicemente esprime la propria preoccupazione che l’invasione di profughi finirà per distruggere la nostra cultura e richiama il nostro dovere di cristiani – ed ancor più dei pastori -  di difendere Cristo come l’unica cosa importante. Ma la nostra volpe fiuta l’eccezionale preda e così decide – parole sue – di “spararne una grossa”: “Tanto i Papi, prima o poi, cambiano. Prima ce n’era uno, quello tedesco, che mi sembrava più rigido su certe cose e mi piaceva”. Risposta sconcertante dell’anziano sacerdote: “Eh, sì, ognuno è fatto a suo modo”. Cosa volete? Per Millennium queste sì che son notizie! Ma si sa che l’importante è dire, scrivere, gonfiare: A chi vusa pusè, la vaca le sua (traduzione per i non milanesi: chi urla di più ha diritto alla vacca). 

(Fonte: Luisella Scrosati, LNBQ, 16 luglio 2017)



lunedì 10 luglio 2017

Gender diktat: il neosindaco di Verona Sboarina sotto attacco

È oramai diventata un vero e proprio caso nazionale la vicenda del “ritiro dei libri gender” che coinvolge il neosindaco di Verona, Federico Sboarina. A mettere in moto la macchina da guerra LGBT contro la nuova amministrazione veronese è il punto del suo programma elettorale in cui si prevede il «contrasto alla diffusione delle teorie del gender nelle scuole» e il «ritiro dalle biblioteche e dalle scuole comunali o convenzionate (nidi compresi) dei libri e delle pubblicazioni, che promuovono l’equiparazione della famiglia naturale alle unioni di persone dello stesso sesso». 
Che la famiglia fosse una delle priorità d’azione di Sboarina si evince chiaramente anche in un altro passaggio dello stesso programma dove si legge che la nuova giunta si sarebbe impegnata
«a respingere ogni iniziativa (delibere, mozioni, ordini del giorno, raccolta firme, gay pride, ecc.) in contrasto con i valori della vita, della famiglia naturale o del primario diritto dei genitori di educare i figli secondo i propri principi morali e religiosi».
LE REAZIONI
All’indomani dell’elezione del nuovo sindaco di centrodestra tutti sembrano dunque essersi improvvisamente accorti che le sue linee programmatiche ponevano al centro la famiglia naturale oggi pesantemente minacciata da ogni fronte.
Tra i primi ad insorgere vi è stata l’Associazione italiana biblioteche, che ha parlato  di «minacce di censura», subito spalleggiata dal presidente dell’Associazione Italiana Editori (Aie), Ricardo Franco Levi, che ha inviato una lettera alla neo presidente dell’Aib, Rosa Maiello, nella quale sottolinea come una società pluralista debba lasciare spazio a qualsiasi tipo di pubblicazione al di là del contenuto:
«le parole ritiro dei libri dalle biblioteche, dalle scuole e persino dai nidi d’infanzia non sono mai accettabili per nessuna ragione. Mi auguro che il sindaco di Verona riveda il suo programma. Invece del ritiro dei libri, potrà impegnarsi a fornire le risorse per arricchire le collezioni delle biblioteche, comprese quelle scolastiche. E per la scelta dei libri si fiderà della professionalità, sensibilità pluralista, competenza e passione dei bibliotecari e degli insegnanti veronesi».
Secondo Alex Cremonesi di Arcigay Verona il diktat relativista è un “fatto” del quale dobbiamo farci una ragione:
“Invitiamo il neosindaco a riflettere e a rispettare i principi laici e plurali della nostra Costituzione alla quale il suo ruolo lo chiama a rispondere. Che al primo cittadino piaccia o meno, le molteplici forme dell’essere famiglia e della genitorialità, le differenze razziali e religiose, le diversità di orientamento sessuale e di genere sono un fatto, anche a scuola, può scegliere solo se rispettarle o meno”
Parole in linea con quelle dei consiglieri comunali Tommaso Ferrari e Michele Bertucco.
Secondo il primo un modello di famiglia vale l’altro, l’importante è che siano garantiti i “diritti” a tutti:
“La libertà di stampa e di espressione è la linfa vitale della nostra società e della nostra cultura. La coesione sociale passa dall’approfondire la complessità dell’età contemporanea, analizzandone le sfaccettature senza cedere ad anacronistiche logiche divisive. I diritti civili per le coppie omosessuali non devono essere messi in discussione, neppure con approssimative manovre indirette, perché non sono in contrasto o in concorrenza con serie politiche familiari”.
Dello stesso pensiero anche Bertucco, per il quale nel 2017 è improponibile non potere educare i nostri giovani alla libertà di orientamento sessuale:
“Il sindaco Federico Sboarina e il futuro vicesindaco Lorenzo Fontana sono liberi di pensare quello che vogliono della famiglia naturale, ma con i diritti civili non si scherza. È improponibile nel 2017 pretendere di negare l’esistenza di differenti orientamenti sessuali e altrettanto improponibile, con tutto il razzismo e i pregiudizi che ci sono in giro, pensare di vietare alla scuola di educare anche a queste differenze”.
La polemica dei “libri gender” ha raggiunto anche il Parlamento dove il portavoce alla Camera per il Movimento 5 Stelle Mattia Fantinati è intervenuto, rivelando ancora una volta la posizione dei grillini in materia:
“Bandire i libri che trattano di famiglie cosiddette gender da scuole, asili e biblioteche è da mentalità retrograda, medioevale e ricordano gli inizi di una delle più becere dittature in cui si vietano da subito i libri e la libertà di espressione. Le idee vetuste, folli ed anacronistiche del sindaco Sboarina non possono essere accettate”.
L’unica voce fuori dal coro è stata quella del consigliere comunale Alberto Zelger che ha espresso la sua solidarietà al nuovo sindaco evidenziando quello che è il cuore del problema:
“Sboarina è stato votato dalla maggioranza dei veronesi anche per questa sua decisa presa di posizione contro ogni tentativo di indottrinamento dei bambini a favore dell’ideologia del gender, che vorrebbe equiparare la famiglia formata da un uomo e una donna, all’unione di due persone dello stesso sesso. Qui non si tratta di mandare al rogo dei libri ma di investire il denaro pubblico, destinato alle scuole e alle biblioteche, per veicolare modelli familiari in linea con la Costituzione e con il comune sentire dei nostri cittadini”.
TOLLERANZA A SENSO UNICO
Le parole di Zelger centrano perfettamente il nocciolo della questione. Sboarina ha incentrato la sua campagna sul tema della famiglia ed è stato votato “dalla maggioranza dei veronesi anche per questa sua decisa presa di posizione contro ogni tentativo di indottrinamento dei bambini a favore dell’ideologia del gender”. Le sue intenzioni, una volta eletto, erano scritte nero su bianco nel proprio programma elettorale e quindi non si capisce dove sta il problema.
A ben vedere, il problema consiste nel fatto che i paladini della “tolleranza” e della “diversità” non accettano che venga messo in discussione il loro diktat etico relativista che, in nome del principio di “non discriminazione”, mette sullo stesso piano e chiama “famiglia” qualsiasi tipo di unione, arrivando, in maniera abile ed indiretta, a distruggere l’unico modello vero di famiglia composto da un uomo e una donna.
Se i teorici del Sessantotto proclamavano la “morte della famiglia”, gli ideologi del gender celebrano dunque la comparsa di diverse forme di famiglia per proclamare che “tutto è famiglia”: uno slogan astuto e dall’evidente sapore ideologico per dire che “niente è famiglia”. Si tratta di un chiaro stratagemma che, equiparando i diversi modelli di unione, punta a minare l’identità dell’istituto famigliare naturale, svuotandolo della sua peculiarità e specificità.

(Fonte:  Rodolfo de Mattei, Riscossa Cristiana, 8 luglio 2017)


mercoledì 21 giugno 2017

Ancora sull'altra lettera dei quattro cardinali al papa. Anche questa senza risposta

A distanza di sette mesi dai "dubia", papa Francesco ha ricevuto a metà di questa primavera un'altra lettera dagli stessi quattro cardinali, firmata da Carlo Caffarra a nome degli altri tre: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke e Joachim Meisner.
E anche a questa lettera, come già ai "dubia", egli non ha risposto.
I quattro cardinali chiedevano al papa di essere ricevuti in udienza. Per parlare con lui delle divisioni generate da "Amoris laetitia" e della conseguente "situazione di confusione e smarrimento" di larga parte della Chiesa.
La lettera è nelle mani di Francesco dal 6 maggio. Ma la prolungata assenza di una risposta ne ha ampliato la natura. Come già è avvenuto per i "dubia", i quattro cardinali ritengono ora giusto che la lettera sia offerta alla riflessione dell'intero "popolo di Dio", dal quale sale la domanda di chiarezza a cui essi danno voce.
Il testo integrale della lettera è riprodotto più sotto.
Ma intanto è anche utile rilevare che, nei 45 giorni intercorsi tra la consegna della lettera al papa e la sua pubblicazione, la Babele delle interpretazioni di "Amoris laetitia" – ma non solo – è andata ulteriormente crescendo.
Si possono segnalare in proposito questi nuovi fatti.
– In Polonia, la conferenza episcopale ha annunciato che in ottobre pubblicherà delle linee guida per l'applicazione di "Amoris laetitia" che terranno fermo, senza eccezioni, l'insegnamento di Giovanni Paolo II sui divorziati risposati, i quali potranno fare la comunione solo se si impegnano a vivere "come fratello e sorella".
– Ma in Belgio i vescovi, in una "Lettera pastorale", hanno dato il via libera alla comunione per i divorziati risposati, anche se semplicemente "decisa in coscienza": cosa che in quel paese già avviene quasi ovunque da tempo.
– Anche in Italia la conferenza episcopale della regione Sicilia ha pubblicato degli "Orientamenti pastorali" sul capitolo ottavo di "Amoris laetitia" che prevedono "soluzioni pratiche differenziate secondo le situazioni", comprendenti l'assoluzione e la comunione per i divorziati risposati che vivono "more uxorio".
– In Argentina, nella diocesi di Reconquista, il vescovo Ángel José Macín, ivi insediato da papa Francesco nel 2013, ha festeggiato pubblicamente la piena riammissione nella Chiesa di circa trenta coppie di divorziati risposati che continuano a vivere "more uxorio", dando loro la comunione – ha detto – al termine di un percorso collettivo di preparazione sulla base delle indicazioni di "Amoris laetitia" e della successiva lettera scritta dal papa ai vescovi della regione del Rio de la Plata.
– Ancora in Italia, il teologo Maurizio Chiodi ha pubblicato sull'ultimo numero dell'autorevole "Rivista del Clero Italiano" un saggio nel quale argomenta alla luce di "Amoris laetitia" la possibilità della comunione per i divorziati risposati sulla base di "una teoria della coscienza oltre l'alternativa della norma". La "Rivista del Clero Italiano" è edita dall'Università Cattolica di Milano, sotto la direzione di tre vescovi: Gianni Ambrosio, Franco Giulio Brambilla e Claudio Giuliodori. E Chiodi è stato nominato dal papa pochi giorni fa membro ordinario della rinnovata Pontificia Accademia per la Vita.
– Sempre in Italia, a Torino, il sacerdote cattolico Fredo Olivero ha reso noto che il gruppo interconfessionale "Spezzare il pane" al quale partecipa si riunisce una volta al mese a celebrare l'eucaristia in rito ora cattolico ora protestante, con i presenti che fanno tutti la comunione. Si è detto sicuro che questo è il vero "pensiero personale" di papa Francesco, secondo quanto da lui detto il 15 novembre 2015 durante la visita alla chiesa luterana di Roma. Ha aggiunto che il dogma della transustaziazione va riletto in chiave "spirituale" e che, stando a Gesù, la messa la può celebrare chiunque e non solo un ministro ordinato. Don Olivero ha fatto questo "outing" sull'ultimo numero di "Riforma", il settimanale della Chiesa valdese.
– E infine, in Vaticano, risulta che sia stata insediata una commissione incaricata di "reinterpretare" alla luce di "Amoris laetitia" l'enciclica di Paolo VI "Humanae vitae" sulla contraccezione. Fanno parte di questa commissione Pierangelo Sequeri, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, Angelo Maffeis, preside dell’Istituto Paolo VI di Brescia, e Philippe Chenaux, docente di storia della Chiesa presso la Pontificia Università Lateranense. Il coordinatore è Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica nel suddetto istituto fondato da Giovanni Paolo II e sostenitore da qualche tempo di tesi revisioniste.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 20 giugno 2017)