martedì 4 aprile 2017

Le nozze gay spiegate ai miei figli (età media nove anni)

Cari ragazzi, come sapete nella nostra casa è vietato parlare male delle persone, o almeno ci proviamo, a non farlo. Se qualcuno sbaglia sono affari suoi, tra lui e Dio. A meno che non ci sia un compagno, che so, che si sporge troppo dalla finestra, o che attraversa la strada con gli occhi sull’iPod mentre passa un motorino. In quel caso, visto che rischia di farsi male, potete dirgli qualcosa, direttamente a lui, e possibilmente senza frantumarvi nessun osso.
C’è un solo caso in cui del male degli altri bisogna proprio per forza parlare, anche a costo di prendere un palo in testa, ed è quando rischia di andarci di mezzo qualcuno più debole, che non può difendersi da solo.
È proprio per questo motivo che il babbo e io ce la prendiamo tanto per i cosiddetti matrimoni omosessuali, che poi matrimoni è una parola che in questo caso non si può dire perché viene da munus e mater, cioè il dono che si fa alla madre, e tra due uomini o due donne non può comunque esserci una mamma.
Quindi di cosa facciano gli omosessuali nel privato non ci occupiamo proprio, non è una cosa che ci riguarda, e tra l’altro pensiamo che anche loro non la dovrebbero sbandierare troppo, come facevano quei signori che avete visto a Parigi l’estate scorsa, con le piume e i sederi di fuori. Tra l’altro, avete mai visto me e il babbo andare in giro in mutande? Comunque, se loro lo vogliono fare noi ci limiteremo a passare da un’altra parte, visto che non erano proprio eleganti i signori con le banane gonfiabili e le signore senza reggiseno. Capiamo anche che se sentono il bisogno di farsi vedere vestiti in quel modo forse non sono tanto felici, e quindi se ci capiterà di averne uno vicino, che ne so, al lavoro o in vacanza, cercheremo, se lui o lei vuole, di farci amicizia.
Il problema che ci preoccupa tanto però è quello dei bambini e delle famiglie. Noi crediamo che le leggi, come vietano alle persone di ammazzare, rubare, ma anche di parcheggiare sulle strisce pedonali o mettere la musica altissima alle tre di notte, cioè di fare quello che può danneggiare gli altri, debbano impedire assolutamente di confondere la famiglia con tutti gli altri modi di stare insieme. Modi liberi e magari bellissimi, per chi vuole, ma diversi dalla famiglia. La famiglia è il luogo in cui devono crescere i bambini, e infatti in Italia sono stati chiusi gli orfanotrofi, e si cerca di far vivere i bambini senza genitori in case famiglia, che non saranno il massimo, ma è meglio di prima.
Un babbo e una mamma sono la condizione minima per i bambini per crescere bene. Certo, ci sono anche tanti genitori che non sono sempre bravi, infatti abbiamo detto minima: non basta che ci siano, devono anche impegnarsi un pochino per essere buoni genitori. Ma se non ci sono, per un bambino è impossibile crescere in modo sano, equilibrato, felice. Vi immaginate se il babbo non ci fosse più, e io mi fidanzassi con una signora? Non fate quelle facce terrorizzate, sto dicendo per dire. O se invece di me ci fosse un amico del babbo? (Siete meno terrorizzati? Già vi figurate pomeriggi senza ripasso di grammatica e niente crisi isteriche per i fumetti scaraventati a terra?)
Comunque, tanti dottori che studiano le teste delle persone dicono che è normale che la cosa vi sembri tanto strana, perché è giusto che voi vogliate un babbo maschio e una mamma femmina, anche se a scuola cercano di dirvi il contrario (va di moda, ma non vi preoccupate).
Vi diranno che non siete d’accordo perché andate in chiesa, ma noi pensiamo che sia solo buon senso. Sono le regole di funzionamento delle persone (è vero, le ha fatte Dio, ma funzionano comunque tutte allo stesso modo, non è questione di credere: se non credi nella benzina e metti la Fanta nel serbatoio la macchina si rompe). Noi non siamo contro nessuno, ma come diciamo al compagno di non sporgersi dalla finestra siccome siamo cristiani dobbiamo continuare a dire, quando ci è possibile, senza offendere o attaccare nessuno, qual è il modo per non farsi male, nella vita. Il progetto di Dio sul mondo è la famiglia, un meccanismo faticoso ma affascinante, in cui si mettono insieme le differenze, prima di tutto quelle tra maschi e femmine, e si cerca di funzionare tutti al meglio. Questo è l’uomo a denominazione di origine controllata. Poi ci sono gli ogm, ma i loro semi sono sterili (i semi delle piante create in laboratorio vanno ricomprati ogni anno): allo stesso modo due maschi e due femmine non possono riprodursi. Quando cercano di ottenere dei bambini, non per dare una famiglia a dei bambini, ma perché li desiderano loro, devono fare delle cose che fanno stare male tante persone: le mamme che prestano la pancia, quelle che danno l’ovetto, i babbi che danno il seme da mettere dentro, e soprattutto i bambini che non sapranno mai da quale storia vengono, non sapranno che facce avessero i nonni e che lavoro facessero i bisnonni, e poi avranno due mamme, due babbi, insomma una gran confusione, dove a rimetterci sono i bambini.
A noi dispiace tanto se le persone dello stesso sesso che si vogliono bene non possono avere bambini, e rispettiamo e capiamo la loro tristezza, ma è la natura, e noi abbiamo il dovere di difendere quei bambini che non possono farlo da soli. Ci sarebbe da dire poi che lo stato dovrebbe aiutare le famiglie, che sono moltissime moltissime di più (e forse per questo non ci aiutano, è più difficile risolvere qualche problema alla maggioranza), ma questo è un discorso che abbiamo fatto tante volte… (intanto si sono già alzati tutti da tavola, e sto parlando da sola come al solito).

(Fonte: Dal Blog di Costanza Miriano del 28 maggio 2013)



Un nuovo concilio, come sedici secoli fa

I conflitti messi in moto oggi da "Amoris laetitia" hanno un precedente nelle controversie cristologiche del tardo impero romano. Le risolse il concilio ecumenico di Calcedonia. Dal Cile, uno studioso propone di rifare lo stesso cammino 
Con l'atto stesso di non rispondere all'appello dei quattro cardinali di fare chiarezza sui punti più controversi di "Amoris laetitia", papa Francesco almeno una cosa l'ha fatta capire. Ed è la sua incrollabile certezza della bontà del processo da lui messo in moto con l'esortazione postsinodale, proprio grazie alla calcolata ambiguità del testo, che ha aperto la strada a una molteplicità di interpretazioni e di applicazioni, alcune delle quali decisamente nuove rispetto al plurisecolare insegnamento della Chiesa.
Non è la prima volta, nella storia cristiana, che si verifica un caso del genere. Che cioè dei pronunciamenti del magistero, volutamente non chiari, lascino convivere più interpretazioni contrastanti, anche su punti centrali del dogma.
È capitato così nella prima fase delle controversie trinitarie e cristologiche del quarto secolo.
Nel saggio che segue, un esperto di quelle antiche controversie mostra quanto la loro dinamica somigli al conflitto oggi in corso nella Chiesa cattolica sui sacramenti del matrimonio e dell'eucaristia.
Allora, l'eresia che dilagava era quella di Ario, che minava la divinità di Gesù. Mentre oggi ad essere in pericolo è l'indissolubilità del matrimonio cristiano.
L'autore del saggio, Claudio Pierantoni, ha studiato a Roma filologia classica e storia del cristianesimo all'Università "La Sapienza" e all'Augustinianum, con suo maestro l'insigne patrologo Manlio Simonetti, specializzandosi nelle controversie cristologiche del quarto secolo e in sant'Agostino.
Sposato e con due figlie, dal 1999 Pierantoni vive a Santiago del Cile. Ha insegnato storia della Chiesa e patrologia alla Pontificia Universidad Católica e attualmente insegna filosofia medievale alla Universidad de Chile. (Sandro Magister)

La crisi ariana e la controversia attuale su "Amoris laetitia": un parallelo
Le riflessioni che seguono traggono origine da una coincidenza abbastanza curiosa. Ai primi di aprile di quest’anno infatti, nella facoltà di teologia della Pontificia Universidad Católica di Santiago del Cile ha preso le mosse un gruppo di studio sulla controversia ariana.
Nella prima riunione del gruppo riflettevamo sulla straordinaria rapidità con cui la controversia suscitata dal presbitero alessandrino Ario nel 318 o 319, apparentemente sedata con la condanna di questi da parte del vescovo della metropoli Alessandro, si diffuse invece in Palestina e di lì a pochi anni infiammò tutto l’Oriente romano, spingendo l’imperatore Costantino a convocare addirittura un concilio ecumenico per risolverla. Apparentemente si trattava solo di un paio di frasi imprudenti sulla relazione del Figlio con il Padre, che però misero allo scoperto profonde differenze dottrinali esistenti nell’episcopato, e scatenarono una polemica evidentemente latente da molto tempo.
Ebbene, proprio in quegli stessi giorni di aprile del 2016 veniva pubblicata l’esortazione apostolica "Amoris laetitia", e di lì a poco […] vennero le reazioni del Card. Burke e quelle del Card. Müller, e incominciò la polemica. Non ci volle molto tempo per capire che l’incendio che si stava rapidamente propagando, proprio come ai tempi di Ario, era di vaste proporzioni, nonostante le modeste apparenze di basarsi solo su un paio di imprudenti note a piè di pagina, che il papa affermava di non ricordare neppure.
Mi venne quindi naturale cominciare a fare un paragone fra le due crisi. […] I due momenti, infatti, possono essere visti in analogia, perché in entrambi i casi un intervento importante del magistero è percepito da molti cattolici come in conflitto con la dottrina precedente. E inoltre, in entrambi i casi, si percepisce un assordante silenzio della gerarchia della Chiesa cattolica, naturalmente con delle eccezioni.
Quanto al contenuto, le due crisi sono certamente diverse: nel primo caso l’argomento del contendere è prettamente teologico, riguardando il fondamento della dottrina cristiana su Dio uno e trino, mentre nel secondo è teologico-morale, riguardando in modo centrale il tema del matrimonio.
Tuttavia, l’elemento principale che avvicina le due crisi è, mi pare, il fatto che entrambe interessano un pilastro del messaggio cristiano, distrutto il quale il messaggio stesso perde la sua fisionomia fondamentale. […]

I. Parallelo tra le due crisi, nei documenti dottrinali
Dal punto di vista dei documenti dottrinali, l’elemento parallelo che maggiormente richiama l’attenzione è il carattere di ambiguità presente nelle formule filoariane degli anni 357-360.
In effetti, […] la minoranza filoariana, pur essendo al potere, non si azzarda a proporre una posizione che troppo chiaramente si opponga alla visione tradizionale. Non dice espressamente che il Figlio è inferiore al Padre, ma usa un’espressione generica, "simile" al Padre, che poteva prestarsi a diversi gradi di subordinazionismo. In breve, pur essendo al potere, essa cerca di nascondersi.
In modo analogo, l’attuale esortazione apostolica "Amoris laetitia", nel famoso capitolo VIII, non nega apertamente l’indissolubilità del matrimonio, anzi l’afferma esplicitamente. Nega però in pratica le conseguenze necessarie che discendono dall’indissolubilità matrimoniale. Ma lo fa attraverso un discorso sinuoso e involuto, con formulazioni che coprono una gamma di posizioni diverse, alcune più estreme, altre più moderate.
Per esempio, dice che “in alcuni casi” potrebbe darsi alle persone in unioni “cosiddette irregolari” l’“aiuto dei sacramenti”. Quali siano questi casi non viene detto, per cui del testo possono darsi almeno quattro interpretazioni, di cui le più restrittive sono ovviamente incompatibili con le più ampie. Per chiarezza interpretativa, è quindi utile classificarle in base al diverso grado di ampiezza, partendo dalla più restrittiva fino alla più estesa:
1.    In base al principio di continuità ermeneutica, l’espressione “in alcuni casi” dovrebbe interpretarsi come riferentesi ai casi specificati nei documenti del magistero vigente, come "Familiaris consortio", che dice che si può dare l’assoluzione e la comunione eucaristica in quei casi in cui i conviventi facciano promessa di convivere come fratello e sorella.
Questa interpretazione ha dalla sua un principio ermeneutico fondamentale, che potrebbe sembrare irrefutabile, ma è contraddetta dalla nota 329, che afferma esplicitamente che proprio questo comportamento (cioè la convivenza come fratello e sorella) potrebbe essere potenzialmente dannoso e quindi da evitare.
2.    “In alcuni casi” può interpretarsi in senso più ampio come riferito alla certezza soggettiva della nullità del precedente matrimonio, supponendo che per motivi particolari non sia possibile provarla in un tribunale.
In tali casi potrebbe certo darsi che, nel segreto della coscienza, non vi sia colpa nella nuova unione: questo potrebbe essere visto, sul piano della dottrina morale, in accordo con "Familiaris consortio". Ma rimane una differenza fondamentale sul piano ecclesiologico: l’eucaristia è un atto sacramentale, pubblico, in cui non può prendersi in considerazione una realtà in sé stessa invisibile e incontrollabile pubblicamente.
3.     "In alcuni casi” può essere interpretato, più ampiamente ancora, come riferito a una minore o anche nulla responsabilità soggettiva, dovuta a ignoranza della norma, oppure a incapacità di comprenderla; o anche a “forza maggiore”, in cui qualche speciale circostanza può essere così forte da “costringere” a una convivenza "more uxorio", che quindi non costituirebbe colpa grave; anzi, addirittura, secondo il documento, l’abbandono della convivenza potrebbe far incorrere in colpa più grave.
Qui abbiamo già seri problemi anche di teologia morale. Ignoranza e incapacità di comprendere possono in effetti limitare la responsabilità personale: ma appare incongruo, per non dire contraddittorio, invocarle in questo discorso, in cui si parla di un itinerario e di un discernimento "accompagnato": processi che appunto dovrebbero essere finalizzati al superamento di tale ignoranza e incapacità di comprendere.
In quanto alla forza maggiore, non è affatto ovvio, anzi è contrario a tutta la tradizione e a importanti pronunciamenti dogmatici che essa possa giustificare la mancanza nell’adempimento della legge divina. È vero che non si può escludere a priori che possano esservi particolari circostanze in cui la situazione può cambiare la specie morale di un atto esternamente uguale, anche cosciente e volontario: per esempio, l’atto di sottrarre un bene a qualcuno può non configurarsi come furto, ma come un atto di pronto soccorso a una persona, o un atto diretto ad evitare un male peggiore. Ma anche ammesso, e non concesso, che questo possa applicarsi all’adulterio, ciò che qui osta decisamente a una giustificazione di questo genere è il carattere di permanenza del comportamento oggettivamente negativo: quello che è giustificabile in un momento puntuale, di emergenza, non può esserlo in una situazione stabile, coscientemente scelta.
In ogni modo, rimane fermo anche qui il principio ecclesiologico per il quale in nessun caso può essere reso magicamente visibile al livello pubblico quello che per sua natura appartiene al segreto della coscienza.
4.    “In alcuni casi”, nell’interpretazione più estesa di tutte, può essere ampliato a includere tutti quei casi – che sono poi quelli reali, concreti e frequenti, che tutti abbiamo in mente – in cui si dà un matrimonio poco felice, che fallisce per una serie di malintesi e incompatibilità e a cui segue una convivenza felice, stabile nel tempo, con reciproca fedeltà, ecc. (cfr. AL 298).
In questi casi, parrebbe che il risultato pratico, in particolare la durata e la felicità della nuova unione contro la brevità e infelicità della precedente, possa interpretarsi come una specie di conferma della bontà e quindi legittimità della nuova unione. In questo contesto (AL 298) si tace qualsiasi considerazione sulla validità del matrimonio precedente, nonché sull’incapacità di comprendere e sulla forza maggiore. E in effetti, quando poco più sotto (AL 300) si passa a considerare il tipo di discernimento che dovrà farsi in questi casi, risulta ancora più chiaro che i temi in discussione nell’esame di coscienza, e nel relativo pentimento, non saranno altri che il buono o cattivo comportamento a fronte dell’insuccesso matrimoniale e la buona riuscita della nuova unione.
È chiaro, qui, che il “pentimento” di cui deve trattarsi non riguarda affatto la nuova unione in presenza di una precedente unione legittima; riguarda invece il comportamento durante la precedente crisi e le conseguenze (non meglio precisate) della nuova unione sulla famiglia e la comunità.
È quindi manifesto che il documento intende spingersi al di là tanto dei casi in cui si abbia certezza soggettiva dell’invalidità del precedente vincolo, come anche dei casi di ignoranza, di difficoltà di comprendere e di forza maggiore o di presunta impossibilità di adempiere la legge.
Ora, è sufficientemente chiaro che se il metro valido per giudicare della liceità della nuova unione è, alla fine, il suo successo pratico, la sua felicità visibile, empirica, di contro all’insuccesso e all’infelicità del matrimonio anteriore – liceità che è ovviamente presupposta per ricevere l’assoluzione sacramentale e l’eucaristia –, la conseguenza inevitabile è che il precedente matrimonio implicitamente si considera, anche pubblicamente, ormai senza effetto e quindi sciolto: quindi, che il matrimonio è dissolubile. E così nella Chiesa cattolica, mentre a parole si continua ad affermare l’indissolubilità, di fatto viene introdotto il divorzio.
È anche sufficientemente chiaro che, se il successo del nuovo matrimonio basta per stabilire la sua liceità, questo include la giustificazione praticamente di tutti i casi di nuova unione, In effetti, se la nuova unione dovesse dimostrarsi priva di successo, non sussisterà lo stimolo per giustificarla e si passerà piuttosto a un’ulteriore unione, nella speranza di un maggior successo. Ora questa, e non altra, è appunto la logica del divorzio.
Da ciò si può ulteriormente dedurre che la discussione sui casi che possiamo chiamare “intermedi”, cioè quelli situati fra la posizione tradizionale e quella più ampia – che come abbiamo mostrato include di fatto tutti i casi –, se da una parte permette a molti, più moderati, di riconoscersi nell’una o nell’altra gradazione e quindi può avere un valore di “tranquillante”, invece dal punto di vista pratico finisce con l’essere ben poco rilevante. In sostanza, infatti, il documento, nella sua genericità, fornisce carta bianca per risolvere la gran maggioranza delle situazioni reali con un criterio assai più semplice e in linea con la mentalità dominante nella nostra civiltà: in una parola, perfettamente in linea con l’ideologia del divorzio.
Tornando al nostro parallelo, tutto ciò ricorda assai da vicino la politica dell’imperatore Costanzo, nel ricercare un’espressione sufficientemente generica, che si proponesse di accontentare molteplici posizioni diverse. La genericità, nella controversia ariana, dell’espressione “simile al Padre secondo le Scritture” trova perfetto riscontro nella genericità dell’espressione “in alcuni casi” che troviamo in "Amoris laetitia". In teoria, quasi ogni posizione vi si può riconoscere.
Di conseguenza, le situazioni risultano analoghe anche quanto al risultato pratico. Allo stesso modo in cui quasi tutto l’episcopato dell’impero accettò la formula di Rimini-Costantinopoli del 359-60, così anche oggi la stragrande maggioranza dell’episcopato ha accettato senza fiatare il nuovo documento, pur sapendo che esso di fatto legittima una serie di posizioni fra loro incompatibili, alcune delle quali manifestamente eretiche.
Oggi molti vescovi e teologi acquietano la propria coscienza affermando, sia in pubblico sia a se stessi, che il dire che “in certi casi” i divorziati risposati possono ricevere i sacramenti non è di per sé erroneo e può interpretarsi, in un’ermeneutica della continuità, come in linea con il magistero precedente. Proprio allo stesso modo gli antichi vescovi pensavano che non era di per sé erroneo dire che “il Figlio è simile al Padre secondo le Scritture”.
Ma, in entrambi i casi, sebbene un’ampia gamma di posizioni si possano riconoscere nell'una e nell'altra formula presa isolatamente, invece nel contesto dei rispettivi documenti è assai chiaro che la posizione ortodossa, veramente in linea con il magistero precedente, è proprio quella che viene nettamente esclusa. […]
Nel caso di "Amoris laetitia", ciò si realizza:
- con la smentita della formulazione di "Familiaris consortio" sull’astensione dalla convivenza "more uxorio" come condizione dell’accesso ai sacramenti;
- con l’eliminazione dei precedenti netti confini fra certezza della coscienza e norme ecclesiologiche sacramentali;
- con la strumentalizzazione dei precetti evangelici della misericordia e del non giudicare, usati per sostenere che nella Chiesa non sarebbe possibile l’applicazione di censure generali a determinati comportamenti oggettivamente illeciti;
- e infine, ma non per ultimo, censurando duramente quanti avessero la “meschina” e “farisaica” pretesa di invocare precise norme giuridiche per giudicare di qualsiasi caso singolo, che invece dev’essere rigorosamente lasciato al discernimento e all’accompagnamento personale.
Così, pur nella buona volontà di rispettare un principio ermeneutico certamente valido, quello della continuità con i documenti precedenti, si rischia di dimenticarne un altro ancora più importante ed evidente: quello del contesto immediato in cui una proposizione viene formulata.
Se si leggono le singole affermazioni di "Amoris laetitia" non isolatamente, ma nel loro contesto, e il documento a sua volta nel suo contesto storico immediato, si scopre facilmente che la "mens" generale che lo guida è sostanzialmente l’idea del divorzio, oltre all’idea oggi diffusa di non porre chiari confini tra un matrimonio legittimo e un’unione irregolare. […]

II. Parallelo tra le due crisi, nello sviluppo storico
Anche dal punto di vista dello sviluppo storico dell’eresia ariana si può notare un evidente parallelo. Si assiste alla sua preparazione durante la seconda metà del terzo secolo; venuta allo scoperto, è condannata dal concilio di Nicea, che però in Oriente riceve un diffuso rifiuto; tuttavia, il rifiuto di Nicea è in una prima fase più moderato, e l’arianesimo vero e proprio è solamente tollerato come un male minore, ma a poco a poco questa tolleranza gli permette di riprendere vigore, finché, datesi le favorevoli circostanze politiche, arriva al potere. Giunto al potere, sente tuttavia il bisogno di mascherarsi: non si esprime in modo franco e diretto, ma in modo indiretto, e appoggiandosi sulla pressione e l’intimidazione politica. Però, il fatto stesso di imporsi, pur essendo l'arianesimo una minoranza, su una maggioranza pavida e indecisa, lo espone comunque a una confutazione molto più forte e chiara della parte più ortodossa e cosciente dell’episcopato, che gradualmente ma inesorabilmente, nei due decenni che seguono, ne prepara la sconfitta definitiva.
Analogamente, nel caso dell’eresia attuale, che dal nome del suo esponente principale possiamo chiamare “kasperiana”, abbiamo assistito a una sua lenta preparazione, a partire dalla seconda metà del XX secolo. Venuta allo scoperto, è poi condannata nei documenti di Giovanni Paolo II, soprattutto in "Veritatis splendor" e "Familiaris consortio". Ma da una parte dell’episcopato e della teologia colta questi documenti sono rifiutati in modo più o meno aperto e radicale, e la prassi ortodossa è disattesa in ampie e importanti zone della cattolicità. Questo rifiuto è ampiamente tollerato, sia a livello teorico che pratico; e da lì acquista forza, finché, datesi le circostanze favorevoli, politiche ed ecclesiastiche, arriva al potere. Ma, pur arrivato al potere, l’errore non si esprime in modo franco e diretto, bensì attraverso non del tutto chiare attività sinodali (2014-2015); e sbocca poi in un documento apostolico esemplare per la sua tortuosità. Però, il fatto stesso di essere arrivato ad affacciarsi in un documento magisteriale suscita uno sdegno morale e una reazione intellettuale assai più forte e dinamica, e obbliga chiunque ne abbia gli strumenti intellettuali a ripensare la dottrina ortodossa, per una sua ancor più profonda e chiara formulazione, per preparare una condanna definitiva non solo dell’errore puntuale in esame, ma anche di tutti gli errori con esso collegati, che vanno ad incidere su tutta la dottrina sacramentale e morale della Chiesa. Permette, inoltre, e non è poco, di mettere alla prova, riconoscere, e anche riunire, coloro che veramente e solidamente aderiscono al deposito della fede.
Questa è appunto la fase in cui possiamo dire di trovarci noi in questo momento. È appena cominciata e si preannuncia non priva di ostacoli. Non possiamo prevederne la durata, ma dobbiamo avere la certezza della fede, che Dio non permetterebbe questa gravissima crisi se non fosse per un bene superiore delle anime. Sarà certo lo Spirito Santo a donarci la soluzione, illuminando questo papa o il suo successore, forse anche attraverso la convocazione di un nuovo concilio ecumenico. Ma nel frattempo, ciascuno di noi è chiamato, nell’umiltà e nella preghiera, a dare la sua testimonianza e il suo contributo. E a ciascuno di noi il Signore certamente chiederà conto.

(Fonte: Claudio Pierantoni, Settimo cielo, 28 novembre 2016)



venerdì 17 marzo 2017

Il Movimento Liturgico come problema e come”chance”

La questione in gioco è molto più di sostanza di quanto appaia. In una stagione, infatti, in cui il magistero gerarchico è incerto o latita, sono proprio i testi liturgici a tramandare integra la grande tradizione della Chiesa. E quindi è sulla fedeltà a questi testi che si può attestare una “resistenza”. È ciò che scrive il professor Pietro De Marco al termine di questa sua nota sulla vicenda liturgica postconciliare. La nota sintetizza una sua molto più ampia relazione tenuta alla fine di agosto del 2016 ad Assisi, all’annuale settimana di studio dell’Associazione Professori di Liturgia, i cui atti sono in corso di pubblicazione (Sandro Magister).

1. ROMA FU ATTENTA, e fu la sua grandezza in decenni difficilissimi, nella tutela del Concilio autentico, non del Concilio-progetto dell’intelligencija teologica.
Già nel 1965, a settembre, sulla fine del Vaticano II, Paolo VI si sentì in dovere di palesare la sua “anxietas” sulla dottrina e il culto dell’eucaristia. Nell’enciclica “Mysterium fidei” lamentava che “tra quelli che parlano e scrivono di questo sacrosanto mistero, ci sono alcuni che circa le messe private, il dogma della transustanziazione e il culto eucaristico, divulgano opinioni che turbano l’anima dei fedeli, come se a chiunque fosse lecito porre in oblio la dottrina già definitiva della Chiesa”.
Meno di tre anni dopo, nel maggio 1968, in occasione della pubblicazione delle nuove preghiere eucaristiche, era lo stesso “Consilium” preposto alla riforma liturgica a cedere al diffuso revisionismo teologico, nella circolare firmata dal suo presidente cardinale Benno Gut e dal segretario Annibale Bugnini, in cui, nello spiegare la teologia dell’anafora eucaristica, si leggeva (paragrafo 2, punti 2-3) :
“L’anafora è la narrazione dei gesti e delle parole pronunziate nell’istituzione dell’eucaristia.  Ma [poiché] il racconto riattualizza ciò che Gesù fece […] si rivolge al Padre la preghiera di supplica: che renda efficace questa narrazione, santificando il pane e il vino, cioè, praticamente, facendone il corpo e il sangue di Cristo”.
Difficilmente si poteva raggiungere, in un documento ufficiale, un grado così basso di teologia eucaristica a vantaggio dei luoghi comuni del memoriale, delle mode narrativistiche in esegesi, nonché di una coperta negazione del valore consacratorio della formula dell’Istituzione, a vantaggio dell’epiclesi che la precede.
Ma l’apice antiliturgico sarà  l’istruzione “Comme le prévoit”  del gennaio 1969 sui criteri di traduzione del messale;  arrivava addirittura a premettere (n. 5) che il testo liturgico “è un mezzo di comunicazione orale. È anzitutto un segno sensibile con cui gli uomini che pregano comunicano tra loro”.
Nonostante le espressioni correttive (“Ma per i credenti…”), la formula equivoca su cosa sia rito e i “principi generali” dell’istruzione, di conseguenza, riconducono la teologia della liturgia sotto le regole di una filosofia pragmatica del linguaggio (chi parla, come si parla, a chi si parla).
Si eleva a sistema, stravolgendola, la prassi tutta pastorale della cosiddetta “messa dialogata”: già essa un’espressione fuorviante, poiché non di “dialogo” sacerdote-popolo si tratta, ma di “actio liturgica” essenzialmente rivolta a Dio.
La stessa celebrazione “versus populum”, senza fondamento storico né teologico, appartiene a questo clima, con gli effetti “disorientanti” che ne derivano. Infatti l’asse cultuale-misterico, secondo cui e su cui Cristo celebra rivolto al Padre, e il sacerdote e il popolo con lui, è annullato.
2. VALE LA PENA di guardare da vicino la situazione dell’intelletto teologico alla fine degli anni Sessanta e la sua influenza sulla riforma liturgica.
Alla base stava, palesemente, un disequilibrio tra l’”in sé” rituale-misterico e sacramentale, promosso dalle menti migliori del movimento liturgico, da un lato, e l’istanza della partecipazione dei fedeli dall’altro, disequilibrio che indebolisce già la costituzione “Sacrosanctum  Concilium”.
Ma in quegli anni l’intelligencija cattolica sottintendeva, quasi mai esplicitandolo, molto di più.
Sottintendeva che la teologia doveva essere inverata dall’azione, per analogia con la cosiddetta filosofia della prassi, da Marx a Dewey. La liturgia era, per molti del movimento liturgico, questa azione. Si pensa il rito come qualcosa che genera la propria verità ed efficacia da se stesso, in quanto rito “umano”.
Ad aggravare e disorientare il quadro del postconcilio interveniva dunque  il fatto che la “actuosa participatio” dei fedeli al rito portava con sé il carico ideologico degli anni Sessanta-Settanta. Una dinamica antropocentrica e secolaristica (favorita dal prestigio di Karl Rahner, ma autonomamente coltivata  in ambito francofono) prevaleva sulla concezione rituale-misterica che santifica e trascende l’uomo e sola può fare della liturgia “la fonte e il culmine” della vita cristiana.
Era il collasso della grande teologia liturgica degli anni Trenta, di Odo Casel, di Dietrich von Hildebrand, di Romano Guardini.
Caduto il clima ideologico dopo gli anni Settanta, la sensibilità ecclesiale e la teologia, nel suo complesso, dalla fondamentale alla pastorale, hanno compiuto una rotazione dalla prassi all’ermeneutica, dal realismo delle concezioni materialistiche del Vangelo alla teologia negativa, dalla militanza politica alla “autenticità relazionale”.
La pastorale liturgica si è adattata facilmente. La liturgistica ha lavorato sia autonomamente che di conserva con le teologie, ma la ricerca ora filosofico-linguistica ora antropologica ora, ma molto meno, neo-personalistica, non poteva evitare la china: la perdita di realtà del momento sacramentale e del dato soprannaturale come tali.
L’“engagement” pedagogico-pastorale e l’indebolimento di cristologia, ecclesiologia e diritto canonico oggi permettono che si faccia ovunque perno sulla “spontaneità” formativa e in certa misura sull’autofondazione del cristiano e della comunità.  Così il vissuto della messa è divenuto “partecipazione” socializzante a un incontro “festoso” più che festivo. La liturgia è assimilata ai giochi di comunità.
E appartiene a questo quadro il frequente squallore delle “nuove chiese”, non pensate come “casa di Dio” ma come spazi a destinazione variabile, quindi senza significato proprio; dispendiose vacuità in cui l’”actio liturgica” è, alla lettera, spaesata e disorientata.
3. COME ALLORA SI PUÒ RECUPERARE, controcorrente,  l’intelligenza della liturgia, umano-divina, regale e cosmica, in un’epoca in cui cristologia e mariologia sono “umanizzate” su paradigmi emozionali, relazionali, compassionevoli, impermeabili alla gloria e alla vittoria della Croce? In un’epoca di nichilismo benevolente e di “falsificazione del bene”.
Lo si può.
Infatti, la liturgia e la pedagogia liturgica possono ancora trasmettere, se lo vogliono, un corpo integro di rivelazione divina, quello contenuto nella “lex orandi” correttamente intesa, quindi rigorosamente tradotta, non secondo “Comme le prévoit”  ma secondo “Liturgiam authenticam” (2001) che valutava realisticamente oltre un trentennio di fatti e di errori.
La “lex orandi” non è solo una formula. È un corpo integro di dottrina, è Tradizione che oggi resta netta proprio nei testi liturgici, molto più che nelle teologie e nello stesso magistero gerarchico recente. Non si tratterà di animare assemblee dopolavoristiche o estatiche, o di realizzare delle nuove teatralità, ma di far perno sulla resistenza veritativa della Rivelazione depositata nei messali, nei breviari, e proclamata e attuata nella celebrazione responsabile.
La tensione  tra l’”in sé” del rito e la sua espressione “partecipata” esige delle soluzioni teologiche rigorose, da cui soltanto possono discendere con sicurezza le soluzioni pratico-pastorali. Non viceversa.  Da qui due avvertenze:
1. senza fede certa nel “mysterion” come “substantia” e nel simbolo in quanto epifania che apre intellettualmente e sensibilmente – con i sensi spirituali – all’Oltre come trascendenza, ogni sfida teologica tipo “dall’etico al simbolico” è già perduta in partenza;
2. non ci si affidi ad alcuna speranza di nuova generazione della verità cristiana dal rito inteso come immanenza creatrice, senza “logos”.  Il “logos” divino sussiste per sé, prima e dopo l’”actio”.  La liturgia sarebbe così un’altra vittima, dopo la catechesi, della deriva “attivistica” della teologia pratica.
Il movimento liturgico, dunque, come problema e come “chance”.

(Fonte: Pietro De Marco, Settimo Cielo, 15 marzo 2017)



Antiebraismo cattolico e papale. L’allarme del rabbino Laras

“Israele, popolo di un Dio geloso. Coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Già da questo titolo di convegno tira un’aria niente affatto amichevole per gli ebrei e l’ebraismo.
Ma se si va a leggere il testo di presentazione si trova anche di peggio: “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”. Da cui “intolleranze”, “fondamentalismi”, “assolutismi” non solo verso gli altri popoli ma anche autodistruttivi, poiché “ci sarà da chiedersi in che misura la gelosia divina incenerisca o meno la libertà di scelta dell’eletto”.
Eppure questi sono il titolo e la presentazione di un convegno che l’Associazione Biblica Italiana ha messo in agenda dall’11 al 16 settembre a Venezia.
Gli statuti dell’ABI sono approvati dalla conferenza episcopale italiana e di essa fanno parte circa 800 professori e studiosi delle Sacre Scritture, cattolici e non. Tra i relatori del convegno di settembre figura il numero uno dei biblisti della Pontificia Università Gregoriana, il gesuita belga Jean-Louis Ska, specialista del Pentateuco, cioè in ebraico la Torah, i primi cinque libri della Bibbia. Non vi è stato chiamato a parlare, invece, nessuno studioso ebreo.
I rabbini però non potevano stare zitti. E si sono fatti vivi con una lettera all’ABI firmata da uno dei loro esponenti più autorevoli, Giuseppe Laras, di cui ha dato notizia per primo Giulio Meotti su “Il Foglio“ del 10 marzo.
Un ampio estratto della lettera è riprodotto più sotto. Ma prima sono utili un paio di avvertenze.
Quando il rabbino Laras scrive di un “marcionismo“ che oggi affiora sempre più insistente, fa riferimento alla corrente che dal teologo greco del II secolo Marcione fino ai giorni nostri contrappone il Dio geloso, legalista, guerriero dell’Antico Testamento al Dio buono, misericordioso, pacifico del Nuovo Testamento, e quindi, di conseguenza, gli ebrei seguaci del primo ai cristiani seguaci del secondo.
Non solo. Laras – di cui è vivo il ricordo dei dialoghi con il cardinale Carlo Maria Martini – fa cenno a papa Francesco come a uno che perpetua questa contrapposizione.
E in effetti, non è la prima volta che autorevoli esponenti dell’ebraismo italiano – come il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni – rimproverano a Francesco l’uso distorto della qualifica di “fariseo” oppure del paragone con Mosè per gettare discredito sui suoi avversari.
È ciò che Francesco fece, ad esempio, nel discorso conclusivo del sinodo dei vescovi, quando si scagliò contro “i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili”. Incurante di contraddirsi, perché una novità che questo papa vuole introdurre nella prassi della Chiesa è il ripristino del divorzio, consentito proprio da Mosè e proibito invece da Gesù.
Ma lasciamo la parola al rabbino Laras.

Cari amici. […] Ho letto, assieme a stimati colleghi Rabbini e al Prof. David Meghnagi, assessore alla cultura dell’UCEI [Unione delle Comunità Ebraiche Italiane], il programma ragionato del convegno ABI [Associazione Biblica Italiana] previsto per settembre 2017.
Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato! […]
Certamente – indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni – emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell’aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione:
1. un sentore carsico – con questo testo ora un po’ più manifesto – di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell’ebraismo;
2. una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo;
3. un “marcionismo” più o meno latente ora presentato in forma pseudo-scientifica, insistente oggi sull’etica e sulla politica;
4. un abbraccio con l’islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l’ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica;
5. la ripresa della vecchia polarizzazione tra la morale e la teologia della Bibbia ebraica e del fariseismo, e Gesù di Nazaret e i Vangeli.
So benissimo che i documenti ufficiali della Chiesa cattolica avrebbero raggiunto dei punti di non-ritorno. Peccato che vengano contraddetti quotidianamente dalle omelie del pontefice, che impiega esattamente la vecchia, inveterata struttura e sue espressioni, dissolvendo i contenuti dei documenti suddetti.
Si pensi solo alla “legge del taglione” recentemente evocata dal papa con faciloneria e travisata, in cui invece, tramite essa, interpretandola da millenni, anche all’epoca di Gesù, l’ebraismo alla ritorsione sostituisce invece il risarcimento, facendo pagare al colpevole quello che si definirebbe modernamente il lucro cessante, il danno permanente e anche quello psicologico. E tutto questo molti secoli prima che la civilissima Europa (cristiana?) affrontasse questi temi. Forse che l’argomento della cosiddetta “legge del taglione” non sia stato nei secoli un cavallo di battaglia dell’antiebraismo da parte cristiana, con una sua ben precisa storia?
Osservo con dispiacere e preoccupazione sommi che questo programma ABI è in sostanza la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimè da tempo a fuffa e aria fritta.
Personalmente registro con dolore che uomini come [Carlo Maria] Martini e il loro magistero in relazione a Israele in seno alla Chiesa cattolica siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica.
Infine addolora (e molto!) che chi solleva obiezioni, perplessità, preoccupazioni e indignazione circa programmi e titoli siffatti (o solo anche proposti) debbano essere sempre degli ebrei, ridotti all’ingrato e sgradevolissimo compito di dover fare da “poliziotti del dialogo”, e non invece in primo luogo da voci cristiane autorevoli che da subito e ben prima si siano imposte con un fiero e franco “no”.
Un cordiale shalom, Rav Prof. Giuseppe Laras

Alla lettera del rabbino Laras all’ABI sono annesse delle “considerazioni” che sottopongono a critica serrata vari passaggi del programma del convegno.
E queste che seguono sono le conclusioni.
Sia che la cosa dovesse rispondere a una strategia ben delineata sia che si tratti dell’attuazione di pensieri volatili che si moltiplicano nell’aere, ci troviamo di fronte a una potenziale venefica saldatura tra due antisemitismi rinnovantisi, promossa dalla Chiesa cattolica o da sue parti rilevanti:
1. la causa dell’instabilità del Medio Oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica);
2. la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa).
Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti.
Questa strategia, […] mescolata a vellutato ateismo, sembrerebbe essere coerente con la diffusa comprensione attuale di Gesù di Nazaret:
– non parlano più da tempo del “Gesù della fede cristiana” (ossia Trinità, doppia natura, ecc.), perché lontanissimo dalla sensibilità odierna;
– evitano di parlare del Gesù storico (Martini e Ratzinger per vie diverse, non recepiti entrambi), perché dovrebbero parlare inevitabilmente del Gesù ebreo e questo oggi in termini politici è per loro problematico;
– parlano di Gesù come di un “maestro di morale”, ovviamente in polemica con gli ebrei del tempo e la loro morale: “marcionismo etico” (e la riduzione della fede a etica è appunto una forma di ateismo).

Il 10 marzo l’ABI ha tolto dal proprio sito ufficiale il testo di presentazione del convegno, il cui programma resta comunque confermato.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo Cielo, 13 marzo 2017)



sabato 11 marzo 2017

Padri gay e tribunale di Firenze, perché è uno sfregio privare i minori di una madre

C’è un passaggio, fra i numerosi discutibili, del decreto del tribunale per i minori di Firenze, che fornisce la chiave di lettura ideologica della decisione: quello in cui i giudici affermano che “la famiglia è sempre più intesa come comunità di affetti, incentrata sui rapporti concreti che si instaurano fra i suoi componenti; al diritto spetta di tutelare tali rapporti”.
E’ la consacrazione del passaggio dal diritto, tale proprio in quanto agganciato al dato obiettivo, a categorie emozionali, e quindi soggettive, come l’affetto o il desiderio. Quando ciò accade, nonostante le pagine che si possano riempire per dimostrare il contrario, il diritto cede il passo alla forzatura. E tale è quella che nel decreto tenta di superare le norme italiane sull’adozione, che la prevedono solo per persone unite in matrimonio da almeno tre anni, col richiamo al diritto internazionale, e in particolare alla Convenzione per la tutela dei minori e l’adozione internazionale dell’Aja: un richiamo improprio, dal momento che quest’ultima ha fra i principi ispiratori “l’interesse superiore del minore ed il rispetto dei suoi diritti fondamentali”.
La domanda da porsi è la seguente: è coerente con l’interesse del minore e con i suoi diritti fondamentali privarlo della madre? Sancire in nome del popolo italiano che un bimbo vive bene senza la mamma e spacciare questa affermazione come segno di civiltà può allietare i tg, le testate à la page, e i commentatori a senso unico cui larga parte dei media dà spazio. Nella realtà è qualcosa che contrasta – insieme con norme che fino a ieri apparivano non discutibili – decenni di consolidati orientamenti dei giudici minorili, e condiziona in senso ancora più liquido le relazioni all’interno della comunità familiare.
Meno di un anno fa il Parlamento approvava con doppio voto di fiducia, e con una blindatura imposta dal governo dell’epoca per impedire una seria discussione nel merito, le disposizioni della legge c.d. Cirinnà. Taluni deputati e taluni senatori giustificarono il proprio voto a favore – in palese distonia con loro dichiarazioni pro family e presenze a family day – col fatto che essa non prevedeva la step-child adoption: un anno dopo la Corte di appello di Trento, e a seguire il Tribunale per i minori di Firenze vanno molto oltre e sacralizzano l’adozione da parte di due persone dello stesso sesso!
Con l’introduzione per legge delle unioni civili, nella sostanza matrimoni same sex, era poi inevitabile che la giurisprudenza parificasse il regime fra i due tipi di coniugio nei confronti dei figli. Se il Parlamento abdica e non affronta i nodi cruciali ci pensa il giudice. Peggio ancora se la rinuncia è fatta con la riserva mentale che le sentenze supereranno il confine sul quale le Camere si attestano per il timore di esagerare.
La realtà è che le famiglie italiane oggi sono senza tutela e senza rappresentanza. Fino a quando?

(Fonte: Alfredo Mantovano, Formiche.net, 10 marzo 2017



E Mons. Paglia andò in cielo con trans e gay


Una Resurrezione blasfema? Forse. 
Una rappresentazione omoerotica? Lo dice l’autore. Sicuramente è un obbrobrio, artistico e teologico: solo uno degli scempi compiuti a Terni da monsignor Vincenzo Paglia negli anni del suo episcopato (2000-2013). Parliamo dell’enorme affresco che copre tutta la controfacciata della Cattedrale di Terni, dipinto dall’artista gay argentino Ricardo Cinalli dieci anni fa, ma che dai media e dai social è stato “riscoperto” in questi giorni.
Il motivo della riscoperta è la conseguenza dello scandalo suscitato dall’elogio pubblico di Marco Pannella pronunciato da monsignor Paglia alla presentazione del libro che racconta gli ultimi mesi di vita del leader radicale (clicca qui). Già in passato monsignor Paglia si era distinto per uscite a dir poco inopportune prima da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e in tempi recenti da Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia. Che come rappresentante di due istituzioni create da san Giovanni Paolo II per combattere l’aborto e contrastare gli attacchi alla famiglia, sia andato a rendere onore proprio a chi ha fatto dell’attacco alla vita e alla famiglia una ragione di vita, è intollerabile.
Diverse sono state le iniziative nel mondo per chiedere le sue dimissioni immediate (clicca qui), ma c’è anche chi si è messo a indagare sulle attività passate di monsignor Paglia, ed è subito uscito il caso dell’affresco commissionato per il Duomo di Terni. In una cattedrale antica, rifatta nel XVII secolo su progetto del Bernini ma costruita su una chiesa precedente la cui origine risale addirittura al VI secolo, è stata piazzata una Resurrezione post-moderna, dominata dalla figura di Cristo che sale al cielo tirandosi dietro due reti cariche di figure umane nude o seminude, con diverse figure di omosessuali e trans.
Tra di loro c’è raffigurato anche monsignor Paglia (su richiesta del committente), nudo anche lui, abbracciato a un povero che lo solleva (ma c’è chi ha dato altre interpretazioni).
A suscitare ancor più indignazione è stato il video che Repubblica.it aveva dedicato all’opera già un anno fa con l’intervista all’autore Cinalli, che sottolinea il carattere omoerotico dell’opera, «tutto perfettamente accolto e accettato da Paglia», che ha seguito passo passo la realizzazione dell’opera insieme al sacerdote responsabile della cultura, don Fabio Leonardis, poi morto nel 2008. Anche don Fabio appare nudo all’interno di una rete insieme ad altri personaggi «dall’aspetto erotico», ma Cinalli ci tiene a precisare che «l’intenzione è erotica, non sessuale». Meno male.
Qualche polemica in più l’ha creata l’evidenza dei genitali di Gesù che traspaiono evidenti dal telo che lo ricopre. Anche questo particolare, spiega Cinalli, ha trovato il consenso del vescovo perché – avrebbe detto - «Gesù è una persona, un umano», e quindi si «vede attraverso il tessuto che era un uomo reale». Un vero genio questo Paglia: chissà perché per duemila anni la Chiesa non ha mai dubitato della natura umana di Gesù senza dover ricorrere a certe visioni. O forse monsignor Paglia pensa che stia lì l’essenza dell’umanità.
Ma per quanto la polemica di questi giorni si concentri sulla esaltazione della presenza di gay e trans nel piano di salvezza di Dio, la gravità del dipinto va ben oltre questo aspetto. Si tratta infatti di una visione della Resurrezione che si fonde con il Giudizio Universale, ma che non ha niente a che vedere con ciò che i vangeli e la tradizione della Chiesa ci tramandano. In un’opera sacra la libertà creativa dell’artista deve coniugarsi con la correttezza teologica, cosa che qui è lontanissima dalla realtà.
Lo stesso Gesù che trascina due reti piene di esseri umani per certi versi ricorda l’Uomo Ragno, ma la spiegazione che ne dà Cinalli – citato in un libro che raccoglie diversi saggi dedicati all’opera – è anche più sconcertante: l’artista vede infatti «Gesù come andasse a far compere da Tesco. In qualche modo ciò è divertente perché camminando per le vie di Terni, vidi donne uscire dai negozi e portare borse piene di merce, una in ciascuna mano, e pensai: ciò è esattamente quel che ho fatto. Gesù va a fare acquisti per gli uomini al supermercato…. Cristo con due borse piene di persone».
La cosa peggiore è però il significato teologico dell’opera. Non c’è gioia, non c’è letizia per la vittoria sulla morte: al male che domina il mondo Gesù (il cui volto è quello di un noto parrucchiere di Terni con cui Cinalli aveva stretto amicizia) strappa le persone portandole con sé ma senza che queste mostrino un cambiamento rispetto alla situazione precedente né gratitudine: continuano a fare ciò che facevano prima, compresi gli atti sessuali, fortunatamente non espliciti (almeno questo). 
Dice don Fabio Leonardis, nello stesso saggio citato prima, che l’intento di monsignor Paglia «è stato denunciare tutto il male e i mali del mondo di oggi, per dire a coloro che entrano nella sua cattedrale che Dio ama e salva tutti». Che ami e voglia la salvezza di tutti è un discorso, ma che tutti siano salvati è un altro. E infatti nel dipinto viene fatta fuori la libertà dell’uomo, il Signore ti salva anche se tu non vuoi. Non c’è inferno: tutti gli uomini, di tutti i colori e di tutte le religioni (ci sono anche musulmani, buddhisti, ecc.) sono destinati a salire verso la Gerusalemme celeste dove Cinalli (con Paglia) vede peraltro più minareti che chiese. 
È anche sorprendente notare come l’opera voluta da monsignor Paglia anticipi di alcuni anni ciò che oggi è diventato il pensiero dominante nella Chiesa, come allora aveva perfettamente sintetizzato il critico d’arte inglese John Russell Taylor: «Se questo è un Giudizio Universale, deve essere un giudizio senza condanna! Indipendentemente da come è stato inteso da Cinalli, è chiaro che la rappresentazione è al passo con la teologia corrente: una teologia che guarda con poco favore al Dio vendicativo del Vecchio Testamento, e preferisce qualcosa o qualcuno molto meno giudicante». Ma non era Gesù che spiegava la divisione tra eletti e dannati che ci sarà nel giorno del Giudizio?

(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 8 marzo 2017)



martedì 28 febbraio 2017

Un francescano attacca Angelina Jolie

Durissimo attacco del francescano dell’Immacolata Padre Giambattista Scozzaro (in religione Padre Giulio Maria) nei confronti della famosa attrice Angelina Jolie.
Scrive il frate che «in un video apparso recentemente su internet l’attrice Angelina Jolie racconta ad alcuni amici la sua esperienza di iniziazione in una setta satanica. Tutto viene raccontato nei particolari, i rituali macabri, la sfrenata sessualità, il tributo di sangue pagato tramite il sacrificio animale ed i tatuaggi (rappresentanti le porte dell’occulto nel nostro mondo)».
I fatti riferiti dall’attrice americana sarebbero risalenti al 1998, anno «in cui la Jolie non era altro che una figlia d’arte senza arte ne parte che recitava in film di nicchia senza prospettive. Dev’essere stato questo che l’ha spinta a provare l’ingresso in una società massonica e come per tutti gli altri partecipanti questo è avvenuto con un sacrificio iniziale. La Jolie quella notte fu costretta a sacrificare un serpente, dettaglio che riconduce un’appartenenza alla loggia massonica del serpente, setta molto radicata negli states che punta al disfacimento della società morale per l’introduzione di un era di barbarie e oscurantismo».
Sarà un caso, commenta Padre Scozzaro, «ma proprio a partire dal 1998 Angelina comincia ad ottenere le parti importanti e ad un anno di distanza vince persino l’oscar per il film cult “Ragazze Interrotte” (storia di dissoluzione e depressione giovanile con droga e sessualità ambigua). Nel 2001 arriva l’affermazione planetaria con il ruolo da protagonista in Tomb Raider, prima produzione cinematografica basata sul videogioco omonimo. Il film era intriso di significati esoterici, riunioni degli illuminati, extraterrestri, per culminare in un allineamento planetario che comporta un eclissi solare e conduce all’artefatto magico chiamato “Triangolo della luce”. Il film (non un successo di critica e pubblico a dire il vero) rappresenta il punto nodale della sua carriera, la Jolie diventa un sex symbol ed una delle attrici più richieste e pagate di Hollywood (industria cinematografica che per alcuni è basata sulla loggia massonica di cui sopra). In questi anni l’attrice si è impegnata nel sociale con opere di beneficenza, utilizzando parte dei suoi immensi ricavi per fare opere di filantropia ed adottare dei bambini sfortunati».
Ma per quali finalità, si chiede padre Scozzaro. «Nel 2001 è diventata ambasciatrice dell’Onu e nel 2003 parte integrante dell’Unicef, apparendo a livello mondiale come una delle figure di spicco dalla cultura globalizzata. Se questi fatti sembrano dimostrare l’indole della persona c’è chi sostiene che bisogna non farsi ingannare perché queste iniziative benefiche altro non sono che parte  integrante del piano della loggia massonica del serpente. In realtà, forse, il peccato più grande dell’attrice americana è stato quello di schierarsi in favore delle unioni omosessuali: nel 2003 quando si è sposata con Brad Pitt ha deciso di comune accordo con il marito che il loro matrimonio doveva essere celebrato in un paese che non osteggiasse le unioni tra persone dello stesso sesso. Se questo non bastasse a partire dal 2009 si è schierata apertamente a favore del lesbismo annunciando di non curarsi delle scelte della figlia Shilo. In un servizio uscito quell’anno su Vanity Fair, Angelina mostrava la figlia vestita come un maschietto (in maniera provocatoria) e diceva di lasciarla giocare con le macchinine ed altri giocattoli maschili perché sarebbero quelli che la piccola preferisce. Che si trattasse di un intervista provocatoria per esprimere il proprio appoggio agli omosessuali non vi è dubbio, c’è chi sostiene che si tratti di un esperimento voluto per obbligare la bambina ad essere lesbica per volontà della loggia satanista».

(Fonte: Michele Ippolito, La Fede quotidiana, 28 febbraio 2017)



Due parole su dj Fabo

La vicenda della morte di Dj Fabo, che non è riuscito a trovare la forza di continuare a vivere, genera in chiunque sentimenti di compassione e di tristezza. Sentimenti di compiacimento o di vittoria appaiono assolutamente fuori luogo.
Dinanzi alla sua dolorosa vicenda, che  comunque chiede rispetto, tanti si preoccupano di trasformare subito la sua scelta in una questione di diritti politici. Per me la sua vita pone, invece, primariamente la questione se l’esistenza di tutti, che necessariamente prima o poi incontra il dolore irreparabile, abbia un senso.
La questione dei diritti non è quella decisiva, anche se è quella che è sulla bocca di tutti. Vale la pena dire solo una breve parola su di essa per giungere poi alla questione che interessa tutti (anche se viene esorcizzata proprio parlandone solo politicamente): cosa fare del dolore quando bussa e busserà alla porta del nostro corpo?  
1/ La questione politica
A livello politico è un non senso un preteso diritto al suicidio (questa prospettiva più ampia permette di capire meglio cosa si intenda poi per eutanasia). Si può parlare, semmai di una non punibilità, analogamente a quanto avviene, ad esempio, per l’aborto. Per la 194 l’aborto non è un diritto, perché lo Stato promuove la vita: piuttosto, riconoscendo l’estrema difficoltà di alcune gravidanze, mentre si impegna a fornire ogni mezzo perché sia salvato il bambino, non si accanisce con chi non riesce ad accettare la creatura, sana o malata che sia.
Solo una concezione distorta del diritto può portare a reclamare un diritto al suicidio: perché parlare di diritti implica parlare di cose buone e giuste, come il diritto al lavoro, allo studio, alla libertà e così via.
Parlare di diritto al suicidio vuol dire utilizzare il linguaggio dell’individualismo.
Se io mi suicidassi, non mi avvarrei di un diritto: al contrario verrei meno a qualcosa, creando problemi ai miei fratelli, ai miei amici, alle persone che hanno bisogno del mio lavoro, della mia disponibilità, della mia vicinanza, della mia testimonianza che vale la pena vivere. Se invece un depresso si suicidasse, questo, pur non essendo un diritto, sarebbe un dato che si dovrebbe tristemente talvolta accettare, senza infierire oltre.
Chi è vissuto a fianco di un suicida e conosce le conseguenze di tale gesto nella vita dei familiari, segnandoli per sempre, si accorge subito che il gesto di morire prima del tempo ferisce chi resta, non essendo solo qualcosa di individualistico.
Il suicidio porta dolore nei cuori e toglie l’apporto di una persona alla società intera. Lo Stato può accettare il fatto che un depresso non riesca più a vivere, ma senza chiamare questa scelta “diritto”. Compito della comunità sarà, invece, sempre quello di fare di tutto perché la persona non giunga a quel passo irreparabile: è un dovere trasmettere nell’educazione passione per la vita, in qualsiasi condizione, e non proclamare nelle scuole che è la stessa cosa continuare a vivere o uccidersi. L’estrema difficoltà di singoli casi estremi non può portare a riconoscere surrettiziamente un diritto della persona a morire quando lo ritenesse giusto. È opportuno, invece, chiedere che lo Stato spinga sempre ad avere comprensione e rispetto, evitando al contempo procedimenti punitivi. Chi sa noi stessi se saremmo capaci.
2/ La questione della vita
Ma la vera questione, come si diceva, non è quella politica, bensì quella della vita stessa. Tale questione emerge in particolare nel caso di un giovane come Fabiano Antoniani. Broker, assicuratore, amante del motocross, dei viaggi, della musica, della sua fidanzata, dj noto e appezzato. Per prendere il cellulare che gli era caduto dalle mani perde il controllo della vettura e, nell’incidente, si ritrova cieco e tetraplegico, cioè immobilizzato, a 36 anni.
Credo sia questo che colpisce i ragazzi e tutti noi. La vita giovane non è detto che duri, anzi è certo che non durerà, perché prima o poi, quando meno ce lo aspettiamo, per una futile distrazione legata all’iPhone, ci potremmo ritrovare in condizioni diverse da quelle della nostra giovinezza spensierata. Che fare allora?
Cosa dice l’incidente e la malattia di dj Fabo a chi stasera va in discoteca? A chi ama la musica, le donne, il motocross, i viaggi? Cosa è la vita? Cosa bisogna farne prima che il corpo non risponda più e cosa bisogna farne una volta che non risponderà più?
Questa domanda che tutti sentiamo nella pancia è ben addomesticata dalla discussione politica. Tutti sembrano limitarsi a dire: sul senso della vita sbrigatela tu, a noi interessa solo dirti che se trovi un senso alla vita puoi vivere, altrimenti suicidati, perché noi, adulti, giornalisti, politici, ci preoccupiamo solo di fornirti uno spazio di libertà, ma se tu deciderai di vivere e morire a noi non interessa niente.
Ovviamente vorrei parlare a lungo, con te lettore, di come si possa affrontare il male che bussa alla porta, perché io voglio, invece, che tu decida di vivere e che non sia equivalente l’una o l’altra scelta, quasi fosse ognuna solo una possibilità identica all’altra. Se vuoi potremo incontrarci e parlarne.
Ho desiderio, però, di evocare tre figure, perché dobbiamo attingere alla ricchezza di chi ha già riflettuto su queste cose, vedendo la propria generazione gioire, ammalarsi e invecchiare, affrontando nella propria carne la gioia come il dolore.
Innanzitutto Qoèlet. Questo antico autore ebreo afferma che tutto è vanità e un inseguire il vento, che la giovinezza e i capelli neri sono un soffio, che ciò che è stato fatto si rifarà e che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole, che buoni e cattivi tutti siamo obbligati a morire. Ma, mentre mostra che dell’uomo non c’è molto da fidarsi, anche se bisogna a suo dire godere dei piaceri passeggeri della vita, ecco che si volge a una via d’uscita: se l’uomo è troppo debole per farvi affidamento, il Signore invece è verità e lui giudicherà ogni azione. Qoèlet esce dallo scetticismo e dal relativismo che rende in fondo indifferente ogni scelta nella vita dicendo di credere in Dio. Strano scettico Qoèlet! Uno scettico che diffida dell’uomo, pur amandolo, mentre si fida di Dio.
Poi Giobbe. Giobbe passa, come dj Fabo, dal successo alla malattia grave, incapace di godere più di alcuna cosa. Vengono a visitarlo degli amici che prima stanno in silenzio, ma poi iniziano a fargli la morale, quasi a pretendere  che egli debba essere felice della sua infermità. Quanti stupidi moralisti tocca sentir parlare dinanzi ad una disgrazia come quella di un incidente che ti rende cieco e paraplegico. Ma Giobbe non si arrende e se la prende con Dio, da lui vuole una risposta, perché sa che quella degli uomini non sarà mai sufficiente. Il dolore, in fondo, non ha alcun senso se l’uomo è solo e Dio non esiste. E con il dolore non ha alcun senso la vita. Dio finalmente risponde: Che ne sai Giobbe della vita? Eri presente quando ho fatto il mondo? Tu pretendi di giudicare me, tu che non sai badare a te stesso? Anche Giobbe è uno strano scettico: alla fine l’aver ascoltato Dio sembra bastargli, anche se egli in fondo non ha spiegato nulla, quasi intuendo una promessa in quel suo dire. Forse aveva ragione il poeta: “In sua voluntade è nostra pace”.
Infine Gesù. Egli rifiuta la droga sulla croce sulla quale è inchiodato senza via di scampo. Non vuole alterazioni di stati di coscienza, né accelerazioni della fine. Prega: “Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Ma al contempo perché Dio perdoni i suoi persecutori, affidando i suoi ultimi attimi, il suo stesso spirito, a Dio, il Padre. In realtà, egli aveva già dato la sua vita e la sua sofferenza nell’ultima cena: non il dolore gli strappa la vita, ma egli stesso l’aveva donata.
Diversi certo Qoèlet, Giobbe e Cristo, ma certo non infervorati dalla questione dei diritti al suicidio. Piuttosto dalla domanda su Dio e sulla vita. Diversi anche perché nell’ultimo dei tre il dolore non trova senso nella sofferenza che provoca, bensì perché diviene espressioni di un senso e di un amore appresi altrove e più in alto, ma anche più in profondità.
Offrire il dolore, come si offre ogni gioia, come si offre tutta la vita, dicevano i nostri anziani, che qualcosa avevano capito. Non farla finita, ma a chi offrirla.
Se quell’offerta non è vera, sei fregato, dj. Se quell’offerta è vera, dj, puoi invece diventare libero. Per questo non solo parliamo su di te, ma parliamo di te a chi ascolta

(Fonte: Andrea Lonardo, Gli Scritti, 27 febbraio 2017)



domenica 19 febbraio 2017

Caro Papa Francesco, lei si sbaglia: il terrorismo islamico esiste, eccome!

Non è la prima volta che Papa Francesco scende in campo per assolvere l'islam dalla responsabilità del terrorismo di chi sgozza, decapita, massacra e si fa esplodere urlando «Allah è il più grande».
L'ha fatto all'indomani della strage dei vignettisti di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015 a Parigi, arrivando a giustificare l'atrocità dell'Isis per avere rappresentato in modo irriverente Maometto. L'ha fatto all'indomani del barbaro sgozzamento il 26 luglio 2016 in una chiesa a Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, dell'anziano sacerdote cattolico Jacques Hamel da parte di due giovani terroristi islamici francesi. Cinque giorni dopo, domenica 31 luglio, quasi fosse la Chiesa a doversi discolpare e quasi fosse la cristianità a dovere tendere la mano all'islam, fu consentito agli imam di entrare nelle chiese in Italia e in Francia, di salire sugli altari affiancati dal sacerdote e di recitare i versetti del Corano in arabo. Fu la prima volta in assoluto che accadde in 1.400 anni di storia dell'islam. La Chiesa per 1.400 anni ha sempre condannato l'islam, ha sempre condannato il Corano, ha sempre condannato Maometto. Non c'era mai stata una così formale e plateale legittimazione dell'islam come religione.
L'affermazione di Papa Francesco fatta ieri all'università Roma Tre, «non esiste il terrorismo cristiano, non esiste il terrorismo ebraico e non esiste il terrorismo islamico», è un passo ulteriore nell'accreditare il relativismo religioso. Mettere sullo stesso piano ebraismo, cristianesimo e islam, assolvendoli indistintamente e acriticamente perché sarebbero le «tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche», sostenendo che tutte e tre adorerebbero lo stesso Dio «clemente e misericordioso», ci impone la conclusione che l'islam è una religione legittima a prescindere dai suoi contenuti e dai comportamenti violenti dei suoi adepti.
Papa Francesco sbaglia nel sovrapporre in modo automatico la dimensione della persona con la dimensione della religione. Il cristianesimo si fonda sull'amore del prossimo, il cristiano è tenuto ad amare cristianamente il musulmano a prescindere dalla sua fede, ma non a legittimare la sua religione anche se i suoi contenuti sono del tutto incompatibili con la fede cristiana, perché l'islam condanna l'ebraismo e il cristianesimo di miscredenza e legittima l'uccisione dei miscredenti.
Sarebbe sufficiente che Papa Francesco ascoltasse più attentamente i sacerdoti e i vescovi cristiani e cattolici d'Oriente, che conoscono bene l'arabo e il Corano, che hanno subito la discriminazione e patito la persecuzione islamica per il semplice fatto di essere cristiani.
Papa Francesco sbaglia facendo propria la tesi che ha prevalso in seno ai vertici della Chiesa, secondo cui il nemico da combattere è la secolarizzazione della società e la diffusione dell'ateismo, specie tra i giovani. In questo contesto si è giunti alla conclusione che l'islam sarebbe un alleato perché mantiene comunque in piedi l'idea di Dio. Si tratta di un tragico errore perché non è lo stesso Dio. Non c'è nulla che accomuna il Dio Padre della cristianità con l'Allah islamico che nei versetti 12-17 della Sura 8 del Corano tuona «getterò il terrore nel cuore dei miscredenti. Colpiteli tra capo e collo (...) Non siete certo voi che li avete uccisi, è Allah che li ha uccisi».
Papa Francesco sbaglia promuovendo un immigrazionismo che sta auto-invadendo l'Europa di milioni di giovanotti islamici. Come può immaginare che la rigenerazione della vita e la rivitalizzazione della spiritualità in questa Europa decadente possa realizzarsi con la sostituzione della nostra popolazione con una umanità meticcia e con l'avvento dell'islam? Il continuo riferimento storico sulle contaminazioni etniche che hanno connotato la storia dell'Europa è sbagliato, sia perché si è trattato di popolazioni cristiane o che hanno aderito al cristianesimo, sia soprattutto perché l'Europa e la Chiesa hanno potuto salvaguardare la propria identità e la propria civiltà solo perché hanno combattuto e sconfitto gli eserciti invasori islamici a Poiters (732), con la Reconquista (1492), a Lepanto (1571), a Vienna (1683).
Papa Francesco si ricordi che tutto il Mediterraneo era cristiano fino al Settimo secolo. E che in meno di 200 anni dopo la morte di Maometto nel 632 le popolazioni cristiane al 98% che popolavano la sponda orientale e meridionale del Mediterraneo furono violentemente sottomesse all'islam. Per averlo evocato nella sua Lectio Magistralis a Ratisbona il 12 settembre 2006 Benedetto XVI fu messo in croce fino a quando fu costretto a rassegnare le dimissioni.
Papa Francesco probabilmente sa già tutto ciò e pertanto non possiamo continuare a dire che sbaglia. Dobbiamo avere l'onestà intellettuale e il coraggio umano di dire che Papa Francesco sta consapevolmente ottemperando a una strategia finalizzata alla legittimazione dell'islam come religione costi quel che costi, anche se culminerà nel suicidio della Chiesa.

(Fonte: Magdi Cristiano Allam, Il Giornale, 18 febbraio 2017)