mercoledì 21 giugno 2017

Ancora sull'altra lettera dei quattro cardinali al papa. Anche questa senza risposta

A distanza di sette mesi dai "dubia", papa Francesco ha ricevuto a metà di questa primavera un'altra lettera dagli stessi quattro cardinali, firmata da Carlo Caffarra a nome degli altri tre: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke e Joachim Meisner.
E anche a questa lettera, come già ai "dubia", egli non ha risposto.
I quattro cardinali chiedevano al papa di essere ricevuti in udienza. Per parlare con lui delle divisioni generate da "Amoris laetitia" e della conseguente "situazione di confusione e smarrimento" di larga parte della Chiesa.
La lettera è nelle mani di Francesco dal 6 maggio. Ma la prolungata assenza di una risposta ne ha ampliato la natura. Come già è avvenuto per i "dubia", i quattro cardinali ritengono ora giusto che la lettera sia offerta alla riflessione dell'intero "popolo di Dio", dal quale sale la domanda di chiarezza a cui essi danno voce.
Il testo integrale della lettera è riprodotto più sotto.
Ma intanto è anche utile rilevare che, nei 45 giorni intercorsi tra la consegna della lettera al papa e la sua pubblicazione, la Babele delle interpretazioni di "Amoris laetitia" – ma non solo – è andata ulteriormente crescendo.
Si possono segnalare in proposito questi nuovi fatti.
– In Polonia, la conferenza episcopale ha annunciato che in ottobre pubblicherà delle linee guida per l'applicazione di "Amoris laetitia" che terranno fermo, senza eccezioni, l'insegnamento di Giovanni Paolo II sui divorziati risposati, i quali potranno fare la comunione solo se si impegnano a vivere "come fratello e sorella".
– Ma in Belgio i vescovi, in una "Lettera pastorale", hanno dato il via libera alla comunione per i divorziati risposati, anche se semplicemente "decisa in coscienza": cosa che in quel paese già avviene quasi ovunque da tempo.
– Anche in Italia la conferenza episcopale della regione Sicilia ha pubblicato degli "Orientamenti pastorali" sul capitolo ottavo di "Amoris laetitia" che prevedono "soluzioni pratiche differenziate secondo le situazioni", comprendenti l'assoluzione e la comunione per i divorziati risposati che vivono "more uxorio".
– In Argentina, nella diocesi di Reconquista, il vescovo Ángel José Macín, ivi insediato da papa Francesco nel 2013, ha festeggiato pubblicamente la piena riammissione nella Chiesa di circa trenta coppie di divorziati risposati che continuano a vivere "more uxorio", dando loro la comunione – ha detto – al termine di un percorso collettivo di preparazione sulla base delle indicazioni di "Amoris laetitia" e della successiva lettera scritta dal papa ai vescovi della regione del Rio de la Plata.
– Ancora in Italia, il teologo Maurizio Chiodi ha pubblicato sull'ultimo numero dell'autorevole "Rivista del Clero Italiano" un saggio nel quale argomenta alla luce di "Amoris laetitia" la possibilità della comunione per i divorziati risposati sulla base di "una teoria della coscienza oltre l'alternativa della norma". La "Rivista del Clero Italiano" è edita dall'Università Cattolica di Milano, sotto la direzione di tre vescovi: Gianni Ambrosio, Franco Giulio Brambilla e Claudio Giuliodori. E Chiodi è stato nominato dal papa pochi giorni fa membro ordinario della rinnovata Pontificia Accademia per la Vita.
– Sempre in Italia, a Torino, il sacerdote cattolico Fredo Olivero ha reso noto che il gruppo interconfessionale "Spezzare il pane" al quale partecipa si riunisce una volta al mese a celebrare l'eucaristia in rito ora cattolico ora protestante, con i presenti che fanno tutti la comunione. Si è detto sicuro che questo è il vero "pensiero personale" di papa Francesco, secondo quanto da lui detto il 15 novembre 2015 durante la visita alla chiesa luterana di Roma. Ha aggiunto che il dogma della transustaziazione va riletto in chiave "spirituale" e che, stando a Gesù, la messa la può celebrare chiunque e non solo un ministro ordinato. Don Olivero ha fatto questo "outing" sull'ultimo numero di "Riforma", il settimanale della Chiesa valdese.
– E infine, in Vaticano, risulta che sia stata insediata una commissione incaricata di "reinterpretare" alla luce di "Amoris laetitia" l'enciclica di Paolo VI "Humanae vitae" sulla contraccezione. Fanno parte di questa commissione Pierangelo Sequeri, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, Angelo Maffeis, preside dell’Istituto Paolo VI di Brescia, e Philippe Chenaux, docente di storia della Chiesa presso la Pontificia Università Lateranense. Il coordinatore è Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica nel suddetto istituto fondato da Giovanni Paolo II e sostenitore da qualche tempo di tesi revisioniste.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 20 giugno 2017)



Lo scandalo del silenzio

I quattro cardinali, autori dei “dubia” concernenti l’Esortazione Amoris laetitia, hanno reso nota, attraverso il blog del vaticanista Sandro Magister, una richiesta di udienza che il cardinale Carlo Caffarra ha presentato al Papa lo scorso 25 aprile ma che, come i “dubia”, non ha avuto risposta. Il deliberato silenzio di Papa Francesco – che pure riceve a Santa Marta personalità molto meno rilevanti, per discutere di problemi molto meno importanti per la vita della Chiesa – è la ragione della pubblicazione del documento.
Nella richiesta filiale di udienza, i quattro cardinali (Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner) fanno sapere che avrebbero voluto spiegare al Pontefice le ragioni dei “dubia” ed esporre la situazione di grave confusione e smarrimento in cui versa la Chiesa, soprattutto per quanto riguarda i pastori d’anime e, “in primis”, i parroci. Infatti, nell’anno trascorso dalla pubblicazione di Amoris laetitia, «sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo – oh quanto è doloroso constatarlo! – che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”».
Non c’è scandalo né ribellione nel fatto che dei collaboratori del Papa gli chiedano un’udienza privata e che, nella richiesta, descrivano con parrhesia, ma con oggettività, la divisione che ogni giorno si allarga nella Chiesa. Lo scandalo è il rifiuto del Successore  di Pietro di ascoltare chi chiede di essere ricevuto. Tanto più che Papa Francesco ha voluto fare dell’ “accoglienza” il marchio di fabbrica del suo pontificato affermando, in una delle sue prime omelie a Santa Marta (25 maggio 2013) che i «cristiani che chiedono non devono mai trovare porte chiuse». Perché rifiutarsi di dare udienza a quattro cardinali che non fanno altro che il loro dovere di consiglieri del Papa?
Le parole dei cardinali sono filiali e rispettose. Si può presumere che la loro intenzione sia stata di cercare di “discernere” meglio, in un’udienza privata, le intenzioni e i piani di papa Francesco ed eventualmente rivolgere al Pontefice  una correzione filiale in camera caritatis. Il silenzio di Papa Francesco nei loro confronti è ostinato e irriguardoso, ma nel suo perdurare esprime la posizione di chi va avanti con determinazione per la sua strada. Vista l’impossibilità di una correzione privata per il rifiuto inspiegabile dell’udienza, ora anche i cardinali dovranno andare avanti con decisione nella loro strada, se vorranno evitare che, nella Chiesa, il silenzio sia più forte delle loro parole.

Di seguito la lettera al papa del Cardinale Carlo Caffarra.
“LA NOSTRA COSCIENZA CI SPINGE…”
Beatissimo Padre,
è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.
Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il “dolce Cristo in terra”, come amava dire S. Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l’indivisibile responsabilità del “munus” petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal “munus” cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell’Episcopato, che “ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue” (At 20, 28).
Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque “dubia”, chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia”.
Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.
Beatissimo Padre,
è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di “Amoris Laetitia”. In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo – oh quanto è doloroso constatarlo! – che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”.
Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: “Fare chiarezza”.
Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.
Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.
Carlo Card. Caffarra
Roma, 25 aprile 2017, Festa di San Marco Evangelista

(Fonte: Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 20 giugno 2017)



giovedì 15 giugno 2017

Il rapporto tra papa Francesco e papa Benedetto, e l’arroganza di Andrea Grillo

La coesistenza e quasi convivenza nello stesso luogo, lo Stato della Città del Vaticano, di due Papi legittimi, dei quali uno regnante e l’altro cosiddetto emerito, non si era mai verificata nel corso della storia della Chiesa. Il tutto ci porta a interrogarci legittimamente sul misterioso status giuridico del Santo Padre Benedetto XVI. È un fatto del tutto nuovo, che può sorprendere, ma non deve turbare, perché non intacca per nulla la continuità della tradizione e successione apostoliche e il primato del Romano Pontefice. Certamente infatti è salvo il principio monarchico della guida della Chiesa, né altrimenti potrebbe essere, dato che esso è voluto da Cristo per l’unità, la stabilità, l’universalità, la giustizia, la concordia, la libertà, il progresso e la pace nella Chiesa.
Certo, è un fatto legittimo di primaria importanza per le sorti della Chiesa, interessata in tal caso al suo vertice, fatto che però richiede l’invenzione e l’adozione di espedienti, ritrovati ed accorgimenti giuridici del tutto inediti, che consentano di affrontare, valutare e regolamentare con prudenza, alla luce della fede, questa nuova situazione, benché non pare che siamo del tutto digiuni di casi simili, come per esempio il vescovo emerito di una diocesi o le dimissioni o la cessazione dall’incarico di un Superiore in un Istituto Religioso.
In un evento inaudito del genere, dobbiamo vedere una di quelle che Papa Francesco chiama «sorprese dello Spirito Santo». Apparentemente un fatto del genere sembrerebbe segnalare che ci troviamo in una situazione che contrasta con l’essenza o quanto meno col buon vivere della Chiesa. Se così fosse, certamente tale situazione andrebbe sanata, anche se si può prevedere che essa durerà poco, data l’età avanzata di entrambi i Pontefici, ai quali tuttavia auguriamo vita lunga e serena, ricca di buone opere e frutti spirituali.
L’eventualità che un Papa faccia atto di rinuncia, era già prevista dal diritto canonico [cf. can. 332 §2. Vedere testo QUI]. Ma esso poi non regola quelli che devono essere la condotta e lo status giuridico del rinunciante. L’espressione Papa emerito suscita pertanto in alcuni dei problemi. Essi obiettano infatti che non è possibile fare il paragone col vescovo emerito, perché questi resta comunque vescovo; ma un Papa che dà le dimissioni non è più Papa. Il caso di Benedetto XVI è unico nella storia della Chiesa, sul piano canonico ed ecclesiale, perché nei rarissimi precedenti che si sono registrati, il rinunciatario è sempre tornato al proprio status precedente l’elezione al Sacro Soglio. Pertanto, a parere di diversi canonisti e teologi, Benedetto XVI avrebbe dovuto ritornare nella semplice condizione di cardinale. Lasciando infatti che lo si chiami Papa emerito, può dar l’impressione che voglia in qualche modo mantenere almeno moralmente, se non giuridicamente, un’influenza speciale sul Papa regnante, similmente appunto a quello che può fare un vescovo emerito nei confronti di quello titolare. D’altra parte, Benedetto XVI ha professato piena obbedienza a Papa Francesco come Papa legittimo sin da prima della sua elezione, com’ebbe ad affermare prima che i Padri Cardinali si riunissero in conclave per l’elezione del successore [vedere video ufficiale QUI].
Lo stesso Benedetto XVI, in un’intervista a Peter Seewald, si riconosce ancora Papa, ma in un senso «più profondo e più intimo» [1]; dice di «mantenere la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione. Per questo a poco a poco si capirà che il ministero papale non viene sminuito, anche se forse risulta più chiaramente la sua umanità».
Coloro che non approvano l’espressione Papa emerito vedono con maggior favore e cosa più giusta, per non dire doverosa, citare l’esempio famoso della rinuncia di Papa Celestino V, che tra l’altro è stato fatto Santo, il quale, lasciato il governo della Chiesa, se ne tornò alla semplice condizione di monaco qual era prima.
Per illuminare convenientemente questa complessa situazione, per comprenderne il senso alla luce della fede, trovare vie giuridiche per dirimerla e darle un’opportuna regolazione, correggere difetti e allontanare eventuali rischi o pericoli presenti e futuri, ci permettiamo di suggerire al Pontefice regnante, in collaborazione col Santo Padre Benedetto XVI, con l’aiuto e il consiglio di validi collaboratori, canonisti, moralisti, ecclesiologi e profeti,  di valersi del seguente quadruplice criterio di giudizio, tenendo sempre presente la volontà di Cristo, il bene della Chiesa, l’onore di Dio e la salvezza delle anime.
La prima verifica da fare, che non dovrebbe presentare difficoltà, è se questa coesistenza di due Papi offende in qualche modo la giustizia naturale o la legge morale cristiana o la carità fraterna. Se la cosa passa a questo primo controllo, bisogna vedere se essa risponde a un impulso dello Spirito Santo. Se la cosa passa anche a questo vaglio, allora bisogna verificare se contrasta in qualche modo con la costituzione essenziale della Chiesa e del papato. Ma per fare un’opera veramente saggia e adeguata all’importanza spirituale della questione, bisognerà consultare la storia della Chiesa e gli esempi dei Santi, nei quali, seppure in altri campi, è apparso evidente l’operare innovatore e sorprendente dello Spirito Santo. Solo a questo punto si potrà passare all’istituzione di opportune norme giuridiche attinenti non solo al caso presente, ma anche ad eventuali casi futuri.
Una cosa è certa, a distanza di oltre quattro anni dall’atto di rinuncia di Benedetto XVI, la figura del cosiddetto Papa emerito non è stato istituita, meno che mai inserita nel Codice di Diritto Canonico e regolamentata dalle leggi della Chiesa, proprio perché il titolo di “emerito” dato ad un Sommo Pontefice che ha fatto libero atto di rinuncia, crea dei problemi forse non facili da risolvere sia sul piano giuridico e teologico. Pertanto, fin quando l’emeritato applicato al Romano Pontefice non sarà istituito e regolato dalle leggi canoniche, rimarrà solo un modo di dire per indicare una situazione insolita e provvisoria. E tra una situazione insolita e provvisoria, ed un istituto giuridico, la differenza che corre non è certo cosa di poco conto.

Un tribunale rivoluzionario
Con quanto sin qui premesso diamo atto al Professor Andrea Grillo di aver preso in considerazione il grave e non facile problema dello status giuridico di Benedetto XVI. Grillo, che è anche un giurista, si è accorto dell’esistenza di una zona giuridica rimasta scoperta e bisognosa come tale di essere regolata in un settore delicatissimo della vita della Chiesa: nientedimeno che il diritto pontificio [vedere testo integrale della sua intervista, QUI].
Papa Francesco sembra curarsi poco di questa questione. Ma ciò fa sì che su di essa stiano imperversando gli interventi e i pareri più strani e contradditori, riflettenti, come al solito, la sciagurata contrapposizione fra lefebvriani e modernisti, col risultato da una parte di far piacere al mondo e ai nemici della Chiesa esterni ed interni e dall’altra, di sconcertare e turbare gli animi dei buoni fedeli su quello che è un cardine della concezione cattolica della Chiesa, ossia il ministero petrino.
Purtroppo Grillo ha affrontato questa gravissima ed urgentissima questione senza dar mostra di basarsi sui criteri suddetti, al contrario, in modo superficiale ed a tratta anche irresponsabile, come se si trattasse di allontanare o di punire in un partito politico un ex-dirigente che vuol ancora influire sul legittimo successore. Per giunta, dal tono della reprimenda del misericordista Grillo contro Benedetto XVI, si evince uno stato d’animo fazioso e giustizialista e un argomentare apparentemente razionale, ma in realtà sofistico contro il cosiddetto Papa emerito, da lui chiamato sibillinamente «vescovo emerito».
Grillo, con lo stile di un tribuno del popolo dell’’89 o di un sessantottino che decreta giustizia sommaria contro i padroni, sembra ingiungere più che suggerire, al Papa emerito, di andarsene in esilio lontano dal Vaticano e di tacere per sempre, motivando ciò con argomenti capziosi ed inconsistenti, che mostrano solo la rabbia di Grillo per un grande teologo che ha scoperto i suoi altarini. Per questo,  secondo me, Grillo ― mi rivolgo a lui fraternamente, da teologo a teologo ―, per evitare di aumentare la cattiva fama che già si è procurato con altre uscite del genere, farebbe bene lui a tacere. E se vuol parlare, cosa che, sia come teologo cattolico sia come giurista ha diritto e dovere di fare, parli pure, ma cum grano salis e cum sobrietate ma soprattutto evitando di spegnere il fuoco con la benzina.
Forse Grillo non si rende conto della gravissima portata dei suoi giudizi in una situazione ecclesiale ed ecclesiastica già tormentata e lacerata da ostinate contrapposizioni estremistiche interne tra gli avversi partiti dei lefebvriani e dei modernisti, dove gli spazi di mediazione sembrano ridursi di giorno in giorno e il solco tra i nemici sta diventando un abisso per il continuo emergere sulla scena di personaggi sovversivi e farneticanti, che si spacciano per amici e collaboratori del Santo Padre, mentre in realtà il loro cattolicesimo assomiglia alla dottrina della Chiesa come la strega dei sette nani assomiglia a Biancaneve.
Suscita davvero sofferenza l’impudenza con la quale Grillo accusa Benedetto XVI di disprezzo della ragione per il solo fatto di aver sostenuto con sagge parole il valore del silenzio liturgico, se teniamo presente la forza e l’autorevolezza con le quali egli, sul solco della sua precedente attività come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a fianco del poderoso Autore della Fides et Ratio e nella linea dei grandi ultimi Papi vindici e promotori della ragione nella fede, dal  Beato Pio IX, a San Pio X, Pio XI, Pio XII, San Giovanni XXIII, il Beato Paolo VI, ha coraggiosamente e sapientemente sostenuto e difeso la dignità dell’umana ragione («l’allargamento della ragione»), come premessa alla morale (i «valori non negoziabili»), preambolo della fede e strumento della teologia, sopportando le opposizioni provenienti da scientisti, irrazionalisti, luterani, modernisti, idealisti, massoni, comunisti e musulmani.
Infelice e fuori luogo è quindi l’idea di Grillo di mettere a tacere nel Professor Joseph Ratzinger il più grande dei teologi del Novecento, mostrando di essere in tal modo scarsamente capace di cogliere la robustezza e nobiltà di pensiero di colui che per vent’anni ha combattuto come capo della Congregazione per la dottrina della fede per i valori della ragione e della fede. Infatti, con la sua recente critica rasente lo sfottò rivolta all’etica del Cardinale Carlo Caffarra e di San Giovanni Paolo II, Grillo mostra chiaramente di esser pronto a stravolgere il dato reale, se è vero, come egli sostiene, che Papa Francesco ha rivoluzionato il concetto del matrimonio del Beato Pio IX, di Pio XI e di San Giovanni Paolo II [vedere precedenti articoli, QUIQUIQUIQUIQUI].
Grillo pare proprio ignorare quello che è il sacrosanto diritto e dovere di Papa Benedetto di esprimere il proprio autorevolissimo pensiero, in sua qualità di grande teologo annoverato ormai tra i più grandi teologi contemporanei. È semplicemente ridicolo che Grillo, infetto di modernismo, pretenda di insegnare a Benedetto come deve atteggiarsi nei confronti di Papa Francesco. L’accusa che Grillo fa a Benedetto di uscire dal suo posto e di mettere a disagio Francesco o addirittura di interferire nella sua autorità apostolica con la sua prefazione al libro del Cardinale Robert Sarah è assolutamente infondata. Benedetto sa molto meglio di Grillo come, in che termini ed entro quali limiti un teologo può e deve esprimere il proprio pensiero in aiuto al magistero pontificio, proprio lui che da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede emanò nel 1990 la Donum veritatis, un’illuminante istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo [vedere testo QUI].
Sono sicuro invece che il Santo Padre, che ha venerazione per Benedetto e se lo tiene vicino, ad manus, come suo autorevolissimo e saggio consigliere, ha molto gradito l’intervento umile, utile e misurato di Benedetto, che sa benissimo come destreggiarsi col Sommo Pontefice, avendo congiunto egli stesso nella sua persona il ruolo di Papa con quello di teologo fedelissimo al Magistero.

Un’enciclica scritta a quattro mani
La stessa enciclica di Papa Francesco,Lumen Fidei, come è noto, riprende e completa il lavoro che Benedetto aveva iniziato e lasciato interrotto con il suo atto di rinuncia, tanto che è stata chiamata enciclica scritta “a quattro mani”.  In essa si può avvertire un’eco della venerazione ratzingheriana per Sant’Agostino, cultore di Platone come mistagogo ai misteri della fede: «Nella vita di Sant’Agostino troviamo un esempio significativo del cammino in cui la ricerca della ragione, con il suo desiderio di verità e di chiarezza, è stata integrata nell’orizzonte della fede, da cui ha ricevuto nuova comprensione» [n. 33].
Sappiamo altresì quanto Benedetto XVI ha messo in rilievo l’apporto della filosofia greca per la comprensione della Parola di Dio spiegata e formulata dalla Chiesa nel dogma. E difatti il testo così prosegue: «Da una parte, Agostino accoglie la filosofia greca della luce con la sua insistenza sulla visione. Il suo incontro con il neoplatonismo gli ha fatto conoscere il paradigma della luce, che discende dall’alto per illuminare le cose, ed è così un simbolo di Dio […] D’altra parte, però, nell’esperienza concreta di Sant’Agostino, che egli stesso racconta nelle sue confessioni, il momento decisivo del suo cammino di fede non è stato quello di una visione di Dio, oltre questo mondo, ma piuttosto quello dell’ascolto, quando nel giardino sentì una voce che gli diceva: “prendi e leggi”; egli prese il volume con le Lettere di San Paolo soffermandosi sul capitolo tredicesimo di quella ai Romani. Apparve così il Dio personale della Bibbia, capace di parlare all’uomo, di scendere a vivere con lui e di accompagnare il suo cammino nella storia, manifestandosi nel tempo dell’ascolto e della risposta. E tuttavia, questo incontro con il Dio della Parola non ha portato Sant’Agostino  a rifiutare la luce e la visione. Egli ha integrato ambedue le prospettive, guidato sempre dalla rivelazione dell’amore di Dio in Gesù. E così ha elaborato una filosofia della luce che accoglie in sé la reciprocità propria della parola e apre uno spazio alla libertà dello sguardo verso la luce» [ibid.].
In Sant’Agostino l’ascolto della Parola di Dio nella fede è la preparazione e l’introduzione alla beata visione di Dio in cielo. Infatti egli è ben consapevole del fatto che quaggiù è possibile conoscere Dio solo indirettamente, per la mediazione delle creature, come dice San Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio e in enigma, ma allora vedremo faccia a faccia» [I Cor 13,12].
Benedetto XVI e Francesco I s’incontrano,come è ovvio per due Papi, nel riconoscimento di questa funzione essenziale della ragione nell’acquisto della fede, gesto sommamente importante per la salvezza degli uomini del nostro tempo, smarriti nella ragione ancor prima che nella fede. E se Papa Benedetto insisteva tanto da teologo nel mettere in luce la ragione come base della fede, Papa Francesco, consapevole anch’egli dell’urgenza di ricostruire la dignità e i poteri della ragione,  a suo modo anch’egli opera per questo nobile fine, da un punto di vista di pastore e non di teologo, quando con tanta insistenza esalta i valori umani, tanto da suscitare fastidio se non scandalo in coloro che vorrebbero i suoi discorsi più intonati e più attenti ai valori dello spirito, del sacro, della religione e del soprannaturale.
Ma già Pio XII, che non si può certo accusare di poca attenzione alla spiritualità, si era accorto della necessità di ripristinare l’umano come condizione per poter edificare il cristiano e il Beato Paolo VI sottolineava la necessità di far precedere all’evangelizzazione la promozione umana in un mondo che ha perduto la nozione della ragione e con ciò stesso la nozione dell’uomo, se è vero che l’uomo è l’animale ragionevole.

Benedetto e Francesco si completano a vicenda
La cosa che è sotto gli occhi di tutti sono i buoni rapporti esterni e gli attestati di reciproca stima fra i due Papi, rapporti che essi hanno espresso pubblicamente in più occasioni; questa è già una buona base per affrontare e risolvere la questione di un certo contrasto ad una maggiore profondità. A mio modo di vedere Papa Francesco farebbe bene a raccogliere e far fruttare la ricca e preziosa eredità di Benedetto XVI, come ho cercato di mostrare in un mio recente articolo su L’Isola di Patmos. Papa Francesco ha voluto dare impulso alla riforma conciliare, ma forse che ciò non stava anche negli intenti di Benedetto? Solo che Benedetto era preoccupato di difendere il Concilio dall’interpretazione modernista rahneriana. Viceversa, il modo col quale Francesco esalta il Concilio fa sì che a volte egli dia l’impressione di avvicinarsi all’interpretazione modernista e lo si vede dal fatto che evita di evidenziare l’opposizione, della quale parlava Benedetto XVI tra continuità e rottura circa la questione del rapporto del Concilio con la tradizione. Sembra che per Francesco i problemi vengano soprattutto dal fariseismo, dal conservatorismo e dalla «rigidezza», mentre è troppo indulgente verso le ben più gravi deviazioni storiciste, relativiste, mutabiliste, sovversive e moderniste. Egli peraltro accentua una certa tendenza misericordista della pastorale conciliare, che Ratzinger aveva tentato di arginare.
Occorrerebbe che i due Papi sapessero meglio sostenersi e completarsi a vicenda e collaborare meglio, nell’utilizzazione delle qualità proprie di ciascuno: Benedetto XVI può aiutare il Pontefice regnante insieme al Cardinale Gerhard L. Müller nella promozione e nella difesa della sana dottrina, correggendo l’ecumenismo opportunista, inconcludente e relativista del Cardinale Walter Kasper. A Papa Francesco, pertanto, resta tuttora il gravoso compito di adoperarsi per il raggiungimento dell’obbiettivo ultimo della Unitatis redintegratio, ancora disatteso dalla linea Kasper, obbiettivo che prevede, tolti «ostacoli» e «carenze», «l’accesso dei fratelli separati nella piena comunione con la Chiesa cattolica» [cf. n.3].
Così pure nel dialogo con l’Islam, occorre che Papa Francesco, fedele all’insegnamento conciliare sull’Islam della Nostra aetate, che evidenzia i punti di contatto della teologia islamica con quella cristiana, ai fine di offrire alla Chiesa una visione completa della teologia islamica, integri l’insegnamento conciliare con quello di Papa Benedetto espresso nella famosa lectio magistralis di Ratisbona, che evidenzia l’aspetto irrazionale e fatalistico del Dio coranico, cosa che Grillo dovrebbe tenere presente prima di accusare Benedetto di irrazionalismo [testo e video QUI e QUI].
Nella vicenda della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Papa Francesco ha mostrato benevolenza concedendo ai sacerdoti permessi di confessare e di celebrare matrimoni, ma resta ancora l’opposizione della Fraternità alle dottrine del Concilio segnalata da Benedetto XVI ed il giudizio di filo-protestantesimo dato dall’Arcivescovo Marcel Lefèbvre alla Messa novus ordo, cose che, come ha avvertito il predecessore del Pontefice regnante:  «impediscono alla Fraternità di essere in piena comunione con la Chiesa» [cf. QUI].
Papa Francesco sopperisce e rimedia alla limitata sensibilità sociale di Papa Benedetto ― da lui umilmente riconosciuta ―, con la indefessa predicazione dell’apertura al prossimo, con l’enunciazione dei princìpi della giustizia sociale ed economica, con interventi concreti in questo campo, con la promozione della misericordia, della conversione, del perdono, della pace e della riconciliazione, riguardo alle grandi questioni umanitarie di come affrontare il degrado morale nelle famiglie e nella società, l’educazione dei giovani, l’opera di pacificazione da condurre fra belligeranti, la corruzione politica e dei costumi, l’opposizione ai fondamentalismi e al terrorismo, i problemi dell’alimentazione e della salute, quelli posti dalle disuguaglianze e sperequazioni economiche, lo sfruttamento del lavoro dei minori e delle donne, il dramma dell’immigrazione e il problema della sopravvivenza di immense masse umane prive del necessario, l’urgenza della cura e del rispetto della natura, il problema dei mutamenti climatici, con le relative conseguenze dannose nelle popolazioni povere.
Nella delicata questione della teologia della liberazione, il Cardinale Müller mette in luce con la citazione di alcune dichiarazioni di Gustavo Gutiérrez, gli elementi positivi di detta teologia, che l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, come Capo della Congregazione per la dottrina della fede, aveva già evidenziato nell’Istruzione Libertatis nuntius del 1986. Dice il Cardinale Müller: «In un discorso tenuto a metà degli anni Novanta alla presenza del cardinale Ratzinger, Gustavo Gutiérrez sottolineò che «è importante che nel suo passo finale l’opzione per i poveri sia un’opzione per il Dio di quel regno annunciato da Gesù Cristo», e aggiunse: «il motivo ultimo per l’impegno a favore dei poveri e degli oppressi non risiede quindi in un’analisi della società, né nell’esperienza diretta che possiamo fare della povertà, e neanche nella nostra compassione umana. Tutte queste cose sono motivazioni utili, che senza dubbio giocano un ruolo importante nella nostra vita e nei nostri rapporti umani. Ciononostante, il nostro impegno di cristiani si fonda sulla fede nel Dio di Gesù Cristo. Si tratta di un’opzione teocentrica e profetica, che affonda le sue radici nella gratuità dell’amore di Dio, che la rende necessaria”» [2].
È noto come Papa Francesco simpatizzi per gli aspetti positivi della teologia della liberazione, il che ovviamente non vuol dire che egli ignori il rischio che essa sia contaminata dal marxismo, segnalato dalla Congregazione per la dottrina della fede nell’Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della liberazione” del 1984 [vedere testo QUI].
La pubblicazione dell’Amoris laetitia ha fatto pensare ad alcuni un contrasto fra il Magistero di Papa Francesco e quello di Papa Benedetto, con particolare rifermento al permesso della Comunione ai divorziati risposati. Come ho spiegato più volte suL’Isola di Patmos, l’eventualità che Francesco conceda in casi speciali, come quelli indicati dal Cardinale Francesco Coccopalmerio, il detto permesso, rientra nella sua facoltà di disciplinare l’amministrazione dei Sacramenti, per cui resta salva la continuità magisteriale fra i due Papi in campo dogmatico, come del resto diversamente non potrebbe essere. Piuttosto, coloro che creano confusione in questo campo col loro storicismo situazionista e relativista sono il Cardinale Kasper e il Grillo. Vero interprete del documento papale, indicato dallo stesso Pontefice, è invece il Cardinale Christoph  Schönborn.
Il maggior successo di popolo che Papa Francesco ottiene nei suoi viaggi rispetto a Papa Benedetto non è tanto dovuto a una migliore evangelizzazione o ad una proposta cristiana più elevata, quanto ad una maggiore attenzione agli aspetti antropologici e sociali. L’elevato numero di non credenti o di ex nemici della Chiesa, che rimangono tali, ma che tessono lodi sperticate a Papa Francesco non sembra per lo più motivato dal fatto che esse vedono maggiormente in lui l’uomo di Dio o il testimone del regno di Dio o forse il Vicario di Cristo, ma sembra in parte influenzato e frastornato dai potenti mass-media controllati dalla massoneria, che presentano abilmente al pubblico un Papa liberazionista, modernista, populista, filo-luterano e misericordista, lassista e permissivo. Tutti difetti che il Santo Padre sembrerebbe avere, ma che in realtà non ha, perché la cosa sarebbe troppo grave, benché il suo linguaggio non sempre chiaro, l’imprudenza di certe sue scelte pastorali, la durezza di certi sui interventi che sanno di autoritarismo, la parzialità di certi giudizi che dividono anziché unire, e l’ambiguità della sua condotta morale, che sa di opportunismo, sembrino favorire questa interpretazione.
Il successo popolare non è sempre segno che il predicatore ha annunciato il Vangelo nella sua integralità scandalosa e irritante per il mondo. Se il predicatore piace al mondo, non è detto che sia un buon segno. Il messaggio evangelico, per la verità, si pone a due livelli contenutistici, che appaiono chiaramente dall’esempio stesso di Gesù: uno, attinente ai bisogni e ai diritti dell’uomo, soprattutto dei poveri, dei sofferenti e degli oppressi. Gesù infatti inizia la sua predicazione chiamando alla conversione ed esortando alle buone opere, ed annunciando la prossima venuta del regno di Dio, regno di misericordia, di perdono, di libertà, di giustizia e di pace, e compiendo miracoli. Le folle, comprensibilmente, sono molto soddisfatte per un simile benefattore e accorrono a frotte dal Signore, tessendone le lodi. Ma poi Gesù, a un certo punto, dopo essersi reso credibile con queste opere di carità e di misericordia ed insegnamenti di comune saggezza umana, passa ad annunciare il cuore del messaggio evangelico, che è il mistero della croce e sono i misteri propri della salvezza e della vita eterna, apparentemente ostici alla ragione ed agli interessi umani, ma in realtà sorgenti della vera  beatitudine, come per esempio, quando parla dell’Eucaristia [cf. Gv 6] o annuncia a Pietro la sua passione, per non parlare di quando annuncia di essere il Messia Figlio di Dio giudice dei vivi e dei morti. È a questo punto che le folle si diradano, Gesù resta solo ed incontra un’opposizione tale, che Lo condurrà alla croce.
Papa Francesco si è fermato finora soprattutto al primo livello e ha fatto del bene. Ma i buoni cattolici e veri evangelizzatori, e non le masse manovrate dai furbi e gli adulatori del Papa, attendono che egli passi al secondo livello di predicazione, dando egli l’impressione di indugiare troppo sul primo, quasi per rispetto umano o per timore delle minacce dell’opposizione che viene dal mondo, oggi soprattutto dalla massoneria, penetrata nella Chiesa, sin dall’epoca del Beato Paolo VI, per mezzo dei modernisti e dei rahneriani. Certo, il Papa avrà sotto gli occhi quello che è successo a Benedetto per aver annunciato Cristo Crocifisso, soprattutto nella sua bellissima e dottissima trilogia cristologica. Francesco va molto cauto per non tirarsi addosso l’aggressione dei modernisti, dei rahneriani, dei comunisti, dei  luterani e degli islamici. Egli cerca ogni possibile punto di contatto e di dialogo; e questo va bene. Ma a volte ha delle espressioni a doppio senso, che possono avere un senso ortodosso, ma anche eterodosso, quindi facilmente strumentalizzabile dai nemici della Chiesa. E questo difetto, atto a generare equivoci, difetto che gli è stato più volte rimproverato da molti, anche da buoni Cardinali, non va bene; quindi è necessario che si corregga. Inoltre, Francesco non potrà tacere all’infinito circa gli errori dei nemici della Chiesa. E poi, secondo me, farebbe bene a mettere in maggior luce quella che è la sostanza originale del Vangelo, della quale parla troppo poco. Chiediamo allo Spirito Santo e all’intercessione della Madonna che ottengano a Papa Francesco la forza di resistere a questi nemici e di vincerli.

Come e perché si è giunti a questa situazione? E come si può uscire?
Quello che semmai potremmo chiederci è come mai e a causa di quali eventi o per quali motivi la Chiesa si trova oggi ad avere contemporaneamente due Papi e come potrebbero e dovrebbero essere considerati e regolati i rapporti fra di loro. I recenti interventi di Andrea Grillo in merito, danno l’impressione, come si suol dire, di un elefante entrato in un negozio di cristalli. Non si potrebbe infatti immaginare nulla di più grossolano ed offensivo nei confronti di Benedetto XVI, né di smaccatamente adulatorio e cortigiano nei confronti di Papa Francesco. È evidente l’incapacità del Grillo di mitigare, come dovrebbe, l’indubbio benché non grave contrasto esistente fra la pastorale elitaria ratzingeriana e quella populista bergogliana. Occorre invece con ogni mezzo operare per favorire la collaborazione fra i due Papi per il bene della Chiesa.
C’è peraltro da notare che dall’epoca del Beato Paolo VI ha cominciato ad apparir sempre più chiaro, fino a giungere all’evidenza palmare dei nostri giorni, che il papato è oggetto, da parte della massoneria, di una sistematica operazione di accerchiamento ed isolamento dal resto della Chiesa, tesa a conservare l’istituto tributandogli apparente ossequio, ma in realtà rendendone inoperante l’azione di  governo, al fine di svuotarlo del suo valore proprio, voluto da Cristo, per svilirlo ad una semplice funzione simbolica o di rappresentanza, sul tipo della monarchia britannica o della presidenza dell’O.N.U o dei patriarcati ortodossi o dei pastori protestanti, mentre il governo effettivo della Chiesa verrebbe affidato a un gruppo di potere modernista, longa manus della massoneria, sorto all’interno dell’episcopato e del collegio cardinalizio. E lo strumento teologico del quale la massoneria si è servita e si serve per condurre questa operazione, è la teologia di Rahner, la quale, spacciata per teologia del Concilio Vaticano II, grazie a una metodica perseveranza ed ad un’ottima organizzazione, lautamente finanziata dalla massoneria, è stata fatta penetrare subdolamente negli istituti educativi della Chiesa, senza che il papato sia riuscito ad impedirlo, così da ottenere un episcopato e un cardinalato rahneriano, soggetto non al papato, ma alla massoneria. Questa colossale operazione diabolica, oggi come oggi, è in gran parte riuscita. È sorta così una Chiesa massonica ― la Chiesa modernista ― all’interno della Chiesa cattolica. Alcuni la chiamano «neochiesa». Usiamo allora l’espressione giusta: è una falsa chiesa.
A proposito di Rahner, alcuni potrebbero ricordarmi che in fin dei conti Ratzinger e Rahner collaborarono assieme nei lavori del Concilio Vaticano II. È  vero. Ma quando Ratzinger fu eletto al Sacro Soglio, molta acqua era passata sotto i ponti. Infatti, come narra lo stesso Ratzinger nella detta intervista a Seewald, e come risulta dalla storia della teologia post-conciliare, finito il Concilio, Ratzinger si accorse che Rahner, sotto la maschera del progressista ― nel che non c’è nulla di male ― in realtà era un modernista,  il che è chiaramente eresia. A quel punto, Ratzinger, che intendeva mantenersi fedele al magistero della Chiesa, cominciò non solo a prendere le distanze da Rahner, ma ad attaccarlo severamente, come meritava. Per tutta risposta, Rahner e compagni kunghiani mossero guerra contro Ratzinger, una guerra che tuttora è in corso.
San Giovanni Paolo II, dal canto suo premiò il coraggio dell’Arcivescovo Joseph Ratzinger facendolo nel 1981 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Il conclave del 2005 lo premiò ulteriormente con la sua elezione a Sommo Pontefice. Ma intanto, i potentissimi rahneriani che erano penetrati nel sacro collegio, riuscirono a ottenere il favore dei filo-rahneriani, per cui capovolsero da favorevole a sfavorevole l’orientamento nei confronti di Benedetto. Così è giunto l’atto di rinuncia di Benedetto XVI, dopo che lo si era spinto in una situazione insostenibile. Poco dopo Benedetto XVI è stato succeduto da Papa Francesco, che nella mente dei rahneriani doveva essere un loro docile strumento da manovrare a piacere. Ma non hanno fatto bene i conti. Si sono lasciati sfuggire il fatto che Papa Francesco, pur con tutti i suoi limiti umani, è Vicario di Cristo. Per questo Papa Francesco terrà saldo il timone della Chiesa, nonostante la sua apparente manovrabilità.
Il libero atto di rinuncia di Papa Benedetto, avvenuto com’egli stesso ha dichiarato in piena libertà e senza alcuna coartazione, si spiega dunque come volontà di non prestarsi a questa abbietta operazione, di non cedere a questa imposizione e nel contempo suppongono la convinzione di non riuscire a farvi fronte. Chi si trova a combattere contro un nemico troppo forte, si arrende, rifiutando di cedere alle sue richieste o di aderire o di aver parte alle sue intenzioni malvagie e di lasciarsi usare da lui. Questa è stata la scelta di Benedetto, dettata da piena e cosciente libertà. Tuttavia in questa scelta c’è un aspetto lodevole e un aspetto riprovevole. L’aspetto lodevole, in quanto, da finissimo teologo qual era, Ratzinger conosceva bene l’inganno e la seduzione del modernismo, per cui rifiutò assolutamente di farsene complice. L’aspetto riprovevole, in quanto Benedetto ragionò troppo in termini umani, pensò eccessivamente alla sua debolezza umana ― come risulta dal motivo ufficiale del suo atto di rinuncia – e troppo poco in termini di fede, ossia pensò troppo poco alla forza soprannaturale del carisma di Pietro.
Forse che nei secoli precedenti molti Romani Pontefici non si erano trovati in situazioni simili? Eppure non hanno fatto atto di rinuncia, hanno resistito fino all’ultimo ed alcuni hanno affrontato il martirio. Il capo di un’azienda non possiede un carisma divino che gli permette di restare sempre al suo posto, ma il Capo della Chiesa sì, lo possiede per la promessa e la volontà di Cristo che lo assiste attraverso l’opera e le azioni di grazia dello Spirito Santo [cf. Lc 22, 31-34; Gv 20, 19-29]. Benedetto XVI, comunque, non ce l’ha fatta. Difficile sapere se per limiti oggettivi insuperabili, indipendenti dalla sua volontà, per umiltà o per mancanza di coraggio e fede nel carisma di Pietro. Lasciamo a Dio il giudizio sulla sua coscienza e sulle sue responsabilità. Ma il fatto in se stesso resterà alla storia. Benedetto ci è stato di esempio di fedeltà alla dottrina, ma non di esempio nel coraggio.
Papa Benedetto ha fatto atto di rinunciaperché si è accorto di essere tradito persino dai suoi intimi collaboratori, come apparve chiaro nella vicenda di Paolo Gabriele. E poiché la croce si stava facendo troppo pesante, non se la è sentita di continuare a lavorare con collaboratori infidi. «Il Papa», dice Benedetto [3], «incontra quotidianamente la croce […] Se un Papa ricevesse solo gli applausi, si dovrebbe chiedersi se non stia facendo qualcosa di sbagliato […] Il Papa sarà sempre segno di contraddizione, … ma ciò non significa che deve morire sotto la mannaia». Non gli è proibito sottrarsi a un carico troppo pesante. Benedetto si è trovato a un certo punto circondato da collaboratori infidi, modernisti e rahneriani. E si è accorto che in quelle condizioni non era più in grado di governare la Chiesa, ostacolato da chi maggiormente doveva aiutarlo.
Papa Francesco, dal canto suo, carattere più energico e coriaceo, consapevole del fatto che la Chiesa deve pur avere una guida, benché consapevole della situazione, si è messo con fiducia nelle mani dello Spirito Santo, avviando un’azione difficilissima, con la quale da una parte salva l’essenziale del ministero petrino; ma dall’altra deve cedere su punti secondari per evitare il peggio. Ma egli ha già detto che, per amore di Cristo, è pronto ad affrontare il martirio.
Intanto l’operazione dei massoni e dei Giuda è giunta a tal punto di maturazione, che, dopo decenni di scalata al potere, e di cedimento del papato, ormai sono giunti nelle immediate vicinanze del trono di Pietro, all’interno della stessa Segreteria di Stato. La pentola è pronta. Manca il coperchio. Ma questo non ci sarà mai, giacché, come dice il proverbio, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. La vera Chiesa resisterà, sotto la guida del Papa, nonostante l’opera che attualmente la massoneria sta tentando per convincerlo, tra adulazioni e minacce, circondandolo di falsi collaboratori, a cedere alla sua concezione del papato non come guida della Chiesa ma semplicemente come rappresentante ed espressione della collegialità dei credenti.
Siccome Dio vuol tutti salvi e dà a tutti i mezzi per salvarsi, dobbiamo, tutti insieme col Santo Padre, aver più fiducia, come sempre la Chiesa ha avuto fiducia, di poter condurre, sotto l’impulso dello Spirito Santo, con la predicazione e il buon esempio, tutti i popoli della terra alla Chiesa cattolica, quale che sia la cultura o religione alla quale appartengono. Questo è il senso dellaEvangelii Gaudium, in linea con la spinta evangelizzatrice del Concilio e di tutti i Papi del post-concilio. In particolare, contro il buonismo di oggi, che è una vera e propria droga dello spirito, e per un’autentica concezione della misericordia, sulla quale tanto insiste il Papa, occorre ricordare che la predicazione della misericordia e della confidenza in Dio dev’essere bensì accompagnata dall’amore per il peccatore, ma nel contempo dall’odio per il peccato, e quindi dall’avvertimento che Dio punisce il peccato, per cui deve suscitare il timor di Dio e la volontà assoluta di non offenderLo. In questo modo la Chiesa, suscitando nei cuori il senso della loro responsabilità davanti a Dio, tornerà a proporre in maniera persuasiva la vera via del Vangelo e della santificazione degli uomini, liberandosi da un falso misericordismo che la conduce alla rovina.

(Fonte: Giovanni Cavalcoli, O.P., L’Isola di Patmos, 12 giugno 2017)


lunedì 12 giugno 2017

Gesù e l'omofobia. L'ultima invenzione

Ancora una volta la vicenda, vera o presunta, di un ragazzino, Ivan, maltrattato dai compagni perché manifesta tendenze omosessuali, prontamente rilanciata da Repubblica per montare l’ennesimo caso con ricaduta gay-friendly, non poteva non essere immediatamente raccolta dall’immancabile chierico d’avanguardia, il quale si inerpica in una traballante teoria, puntellata sulle elucubrazioni dell’altrettanto immancabile esegeta-teologo d’oltralpe, secondo la quale anche Gesù è stato vittima di omofobia ante litteram.
Sapevamo che Gesù era stato rifiutato dal sinedrio del suo tempo perché da semplice uomo (quale essi credevano fosse) aveva l’ardire di farsi uguale a Dio (quale egli realmente era); questo, insieme ad una serie di circostanze collaterali, lo porterà alla morte di croce.
Non sapevamo invece – ma ci viene prontamente spiegato – che Gesù era stato ingiustamente perseguitato anche con l’accusa di omosessualità. L’ipotesi – che per lui è una certezza – si fonda sulla spiegazione esegetica data alla scelta da parte di Gesù di utilizzare il termine ‘eunuco’ per indicare il consiglio evangelico della verginità per il regno dei Cieli.
Al di là delle elucubrazioni esegetiche più o meno credibili, la ragione sostanziale portata a supporto di tutto il discorso sarebbe questa: Gesù è vissuto tutta la vita da celibe in una società che considerava inammissibile e scandaloso il fatto che un uomo non avesse una moglie e dei figli; dunque Gesù è stato ‘certamente’ vittima di scherno omofobico.
Il sostenitore di tale tesi e il suo referente teologico d’oltralpe riconoscono – bontà loro – che l’accusa era ingiustificata, e direi che questo riconoscimento è d’obbligo per non esporsi ad una querela da parte del buon Dan Brown, il quale, come è noto, ha fatto la sua immensa fortuna narrando dell’amore tra Gesù e la Maddalena …
Resta il fatto che Gesù sarebbe stato vittima di omofobia perché vive una vita celibataria, cosa inaudita e incomprensibile per quel contesto. Ma sarà vero? Già qualche dubbio viene se si considera che, se di eccezione si tratta, bisogna ammettere che è strano che la sua sola famiglia ne contempli già due: sappiamo infatti che anche il cugino di Gesù, Giovanni il Battista, vivrà da celibe la sua breve vita.
Ma non si tratta solo di eccezioni alla regola; già da decenni la visione religiosa del giudaismo più fervente stava mutando, e la società ebraica del tempo di Gesù stava assistendo ad una fenomeno, certamente minoritario ma non irrilevante: centinaia di giovani lasciavano le famiglie e i villaggi e si ritiravano a vivere nel deserto, in comunità rigorosamente dedite all’astinenza sessuale: si tratta del movimento essenico, che tanto influsso religioso e culturale ha avuto sulla storia dell’epoca.
In ogni caso, al di là degli esempi riportati, abbiamo una prova indiretta e, direi, conclusiva riguardo alla fantasiosità di tali teorie, e ci viene dal Vangelo: secondo la legge mosaica il reato di sodomia era punito con la morte; sappiamo bene che durante il processo religioso che porterà il Signore Gesù alla croce, i sacerdoti del sinedrio che lo volevano morto a tutti i costi, erano alla disperata ricerca di testimoni pronti a giurare il falso pur di trovare un appiglio per la sua condanna; possiamo ben immaginare che se quei sacerdoti avessero avuto la possibilità di far leva sulla ben che minima illazione, per quanto inconsistente, derivante dalla sua vita celibataria, l’avrebbero colta immediatamente.
È dunque chiaramente insostenibile e infondato asserire che, nella società giudaica di quel tempo, il celibato potesse dare immediatamente adito a sospetti di omosessualità. E allora – ci domandiamo – perché costruire dal nulla e sul nulla l’ennesimo teorema?
Ecco il fatto davvero inquietante: il processo a tappe forzate in corso nella Chiesa, da parte di uomini di Chiesa a tutti i livelli, per sdoganare la pratica omosessuale (processo di cui La Bussola Quotidiana ha già dato notizia più volte) non si fa scrupolo di fronte a nulla. E cosa c’è di meglio per la ‘causa’ che insinuare che Ivan, vittima di omofobia, è come Gesù?!

(Fonte: Claudio Crescimanno, LNBQ, 11 giugno 2017)



sabato 3 giugno 2017

«A rischio il “genoma” del sacerdozio cattolico»

“Il sacerdozio cattolico in Occidente sta vivendo una «morfogenesi» che rischia di cambiare perfino il suo «genoma» divinamente istituito”: queste parole di allarme per il ministero dei preti vengono dal Card. Carlo Caffarra. Sono datate al 19 gennaio scorso, ma in realtà inedite fino a oggi, perché costituiscono la prefazione del libro appena uscito in memoria di un sacerdote cesenate, don Ezio Casadei (1925-2015). 
Parole significative, perché non riguardano la pastorale né la sociologia ecclesiale - temi già ben illustrati dagli spot video dell’otto per mille ed ampiamente discussi in mille convegni e articoli - bensì l’ontologia, il DNA stesso del sacerdozio. Secondo l’arcivescovo emerito di Bologna, il «genoma» del prete così come è stato disegnato e voluto da Dio stesso rischia di trasformarsi pericolosamente in qualcosa d’altro. I motivi indicati a Caffarra: “Straziato come è (il sacerdozio, ndr) dalla tentazione di ridursi ad esercitare le opere di Misericordia corporale e dalla tentazione di conservare ciò che non esiste più».
Ulteriori indizi su tale doppia tentazione, il cardinale non ne fornisce. Ma in un altro brano della prefazione si comprende bene il livello della sua preoccupazione: dal racconto tratteggiato nel libro, a cura di Raffaele Bisulli, “risulta con chiarezza - scrive Caffarra - la coscienza drammatica che don Ezio aveva del suo sacerdozio. Per coscienza drammatica intendo la consapevolezza che il ministero sacerdotale vive nel cuore del dramma il cui prot(o)-agonista è Cristo nella potenza operante del suo atto redentivo. Il secondo attore è la persona umana nella sua libertà. L’ant(i)-agonista è il Satana. La trama si può riassumere in due [non una!] parole: «Misericordia di Dio» - «libertà dell’uomo»”. Quindi la lotta fra Cristo e Satana disegna drammaticamente l’identità del prete.
Caffarra si sofferma sulla “centralità che per questo sacerdote aveva la celebrazione dell’Eucarestia, e la celebrazione del Sacramento della Confessione. E non dammeno, la passione per l’educazione della persona come educazione alla libertà”. Nel libro, intitolato «Don Ezio. Una fede indomabile, un’amicizia fedele», ed. Alpha Service, Cesena, sono proprio quelle sul sacerdozio le pagine più dense.
“C’era in don Ezio - scrive Bisulli - un’acuta consapevolezza del compito primario ed essenziale del prete: quello di essere ministro dei sacramenti dell’Eucarestia e della Confessione. Spesso ricordava a noi che senza il sacerdote non c’era la Messa e non c’era l’Eucarestia, l’unica possibilità di un incontro fisico con Gesù, e che senza il sacerdote non c’era la possibilità di dire a una persona: «Va’ in pace i tuoi peccati sono stati perdonati»”. Frasi semplici e di cristallina chiarezza, oggi non più scontate.
“Don Ezio - prosegue Bisulli - non era in senso stretto un liturgista, anzi qualche volta criticava le scelte che gli specialisti di liturgia avevano imposto nella celebrazione della Messa; altre volte, invece, non era persuaso delle traduzioni delle lettere di san Paolo o dei brani evangelici: pensava che in certi casi avevano fatto perdere il vigore di alcune espressioni di Gesù e di san Paolo, ma questo non gli impediva affatto di amare la celebrazione della Messa che si capiva benissimo aveva un ruolo importantissimo nella sua giornata”.
Bisulli e gli altri amici più stretti lo capirono quando don Ezio, già avanti negli anni, ebbe uno svenimento prima di celebrare Messa nella cappella di palazzo Ghini: non voleva essere trasportato in ospedale, “con la sua proverbiale grinta si arrabbiò e disse che non voleva assolutamente andarci”. Dovette cedere solo perché le ragioni terapeutiche non lasciavano alternative. 
Il “noi” di cui parla ampiamente Bisulli nel tratteggiare la vita di don Casadei, “Billy” per gli amici, è il movimento di Gioventù Studentesca, poi Comunione e Liberazione, che lui incontrò e seguì poi come educatore e responsabile a partire dal 1962 fino alla fine della sua giornata terrena.  
Colpisce, in fondo al libro - presentato il 30 maggio al Teatro Verdi di Cesena alla presenza del vescovo mons. Regattieri - il testo dell’omelia predicata da don Ezio Casadei il 24 giugno 2008 a Macerone per il 60° anniversario della sua ordinazione: “Non c’è gioia più grande di quella di poter dire: «Prendi e mangia Cristo per ristorarti, per non venir meno per via, per la strada». E ancora, dire a uno che è oppresso, come dice la colletta di questa Messa, oppresso dal peccato: «Sei perdonato. Il Signore è con te!»”. Parole semplici, immediate, comprensibili e profonde, nelle quali traspare il «genoma» del prete. Quel DNA che, secondo il Card. Caffarra, rischia una mutazione.

(Fonte: Paolo Facciotto, LNBQ, 03 giugno 2017)



Caso Ricci, il doppio gioco di Avvenire

Applausi. Applausi a scena aperta. Quando è giusto è giusto: bisogna riconoscere la bravura. Difendere uno psicologo nel mirino del suo ordine professionale per aver sostenuto che un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà, e allo stesso tempo cogliere l’occasione per promuovere l’omosessualità e l’ideologia del gender (quella buona ovviamente). Bisogna avere classe non c’è dubbio. E il quotidiano Avvenire, “voce” della Conferenza episcopale italiana, in questo non è secondo a nessuno.
La vicenda è nota: lo psicologo milanese Giancarlo Ricci dovrà subire un procedimento disciplinare dal proprio ordine professionale per le affermazioni in tv su omosessualità e gender. È una vicenda che si inserisce nel quadro di una vera e propria opera di intimidazione e discriminazione nei confronti di psicologi e psichiatri che non si piegano all’ideologia Lgbt (vedi qui). Su tale vicenda Avvenire intervista (edizione del 9 maggio) lo psichiatra Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione italiana psichiatri e psicologi cattolici (Aippc), e – aggiungiamo noi – punto di riferimento privilegiato per la Cei (qui il testo dell'intervista).
Nell’intervista Cantelmi è molto chiaro nella difesa del proprio collega, ma soltanto in quanto è in pericolo la libertà di pensiero e di ricerca scientifica. Ma poi quando si entra nel merito, il professor Cantelmi – se il suo pensiero è stato riportato fedelmente – fa delle affermazioni che non solo negano il pensiero di Ricci, ma anche ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. E oltretutto non spiega questa differenza, così che il lettore potrebbe pensare che con Ricci ci sia identità di vedute.
Ma ecco i passaggi fondamentali del Cantelmi-Avvenire pensiero:
Punto uno: «l’omosessualità di per sé non è una patologia. Dobbiamo accogliere il frutto della ricerca scientifica con serietà. Al momento attuale l’omosessualità è considerata una variante della sessualità senza una connotazione patologica a priori». Cosa capisce il lettore? L’omosessualità non è più un disordine oggettivo – come afferma il Catechismo della Chiesa cattolica -, ma una delle possibili varianti della sessualità: omo, etero, fluido, cosa importa? Tutto è sullo stesso piano, l’importante è «la felicità e il benessere».
Punto due: Secco no alle terapie riparative, così come a quelle affermative, anche qui tutto sullo stesso piano. Ovvio, se l’omosessualità è soltanto uno dei possibili orientamenti sessuali, soltanto l’offrire la possibilità di un percorso che porti all’eterosessualità diventa una violenza. Questo ci fa capire perché associazioni come il Gruppo Lot di Luca Di Tolve siano ostracizzate dai vescovi italiani mentre fioriscono gruppi cristiani di Lgbt. E chi vive con disagio la propria omosessualità, chiede il giornalista? C’è la psicoterapia, risponde Cantelmi, perché ogni disagio va ascoltato. In altre parole accompagnare, discernere, ecc. Il disagio dunque, nel caso non fosse chiaro, non ha radice nell’omosessualità.
Punto tre: non c’è solo il gender cattivo, c’è anche quello buono: i gender studies, che ci hanno insegnato a combattere contro gli stereotipi di genere, ci dice Cantelmi. E qui torna la favoletta su cui Avvenire insiste ormai da tempo, una strategia per far passare l’ideologia gender dando l’impressione di combatterla. Su La Nuova BQ, a suo tempo lo ha spiegato chiaramente lo psicologo Roberto Marchesini (qui e qui), ma anche Giancarlo Ricci ha spiegato chiaramente come i gender studies derivino dal costruttivismo: «L’identità sessuale, e in generale la sessualità umana, viene cioè concepita essenzialmente come l’effetto di una costruzione culturale e sociale. La natura è esclusa, anzi superata. Ciò che è naturale è ampiamente disponibile, modificabile, superabile in vista di una mutazione antropologica in cui il genere potrà essere liberamente scelto». I gender studies insomma non hanno portato alcun beneficio, sono invece un attacco alla metafisica, alle basi della nostra civiltà, sono la negazione di una natura con una sua finalità.
Sì, è vero: l’ordine degli psicologi che vuole processare Ricci è vergognoso. Ma Avvenire è forse anche peggio: neutralizza il suo pensiero facendo finta di difenderlo.

(Fonte: Riccardo Cascioli, LNBQ, 11 maggio 2017)



lunedì 15 maggio 2017

Quale Madonna di Fatima?

«Quale Maria?», chiedeva venerdì sera il Papa nel suo discorso pronunciato a Fatima prima della benedizione delle candele, nella cappella delle apparizioni.  «Quale Maria?», si è chiesto per dare una risposta che – come spesso accade – divide i cattolici in buoni (pochi) e cattivi (la stragrande maggioranza). Ma «quale Maria?» e soprattutto «quale Madonna di Fatima?», si sono chiesti anche tantissimi cattolici, dopo aver ascoltato la personale interpretazione di papa Francesco a proposito degli eventi accaduti a Cova da Iria giusto cento anni fa. Nel discorso del Papa infatti non c’è traccia di invito alla conversione, di penitenza, di sacrificio per la riparazione dei peccati, della visione dell’inferno, di conseguenze storiche del peccato (eh sì che le guerre continuano e il comunismo non smette di propagare le sue nefaste conseguenze, anche all’interno della Chiesa). 
E qui il problema non è l’interpretazione, è il fatto. Può piacere o meno, ma i pastorelli hanno avuto la visione orribile dell’Inferno, Francesco e Giacinta – ieri canonizzati – su richiesta della Madonna hanno liberamente offerto la loro vita e le loro sofferenze per i peccatori, la Madonna ha chiaramente indicato quali sarebbero state le conseguenze storiche del peccato se non ci fosse stata la conversione degli uomini; Maria ha anche indicato la preghiera del rosario e chiesto la consacrazione al suo Cuore immacolato. Il messaggio, pur nella infinita grandezza del Mistero dell’amore di Dio che ci comunica, è molto semplice nel suo contenuto. Se si vuole parlare di Fatima, non si può evitare di misurarsi con questi semplici fatti che costituiscono l’evento unico e straordinario accaduto cento anni fa.
Certo, è stata anche questa apparizione una manifestazione della Misericordia di Dio, ma contrapponendo la misericordia al giudizio e alla giustizia si dà l’idea di una indistinta sanatoria in cui i comportamenti dell’uomo non contano più nulla, tanto ci ha già pensato Cristo a risolvere tutto. Una concezione che risalta evidente in un problematico passaggio dell’intervento di venerdì sera: Gesù «non negò il peccato, ma ha pagato per noi sulla Croce. E così, nella fede che ci unisce alla Croce di Cristo, siamo liberi dai nostri peccati; mettiamo da parte ogni forma di paura e timore, perché non si addice a chi è amato». Insomma, sembra che basti la fede nel Cristo crocifisso per essere salvati, una affermazione che così espressa ricalca la posizione di Lutero, tagliando via la libertà dell’uomo. 
Ma in questo modo che senso avrebbe allora mostrare a dei bambini la visione dell’Inferno, o chiedere preghiera, penitenza, sacrificio riparatore dei peccati? Sono domande che non possono essere così disinvoltamente eluse. La Chiesa ha riconosciuto la veridicità di queste apparizioni e i messaggi che vi sono collegati. Il cliché della “Madonna postina”, che tanto è avversato da papa Francesco, non si può applicare alla Madonna di Fatima, per quanto anch’essa fissasse appuntamenti per consegnare dei messaggi. 
Siamo davanti a un fatto storico, alla realtà di un messaggio che provoca la nostra libertà. L’amore di Dio si manifesta proprio in questo, è per aver sperimentato questo amore che Francesco e Giacinta rispondono sì alla domanda di Maria sul sacrificio delle proprie vite per salvare i peccatori. Come ogni genitore che ama i propri figli, Maria mette in guardia dai pericoli del peccato non per terrorizzare, ma per aiutarci a scegliere il bene, a rispondere all’amore. Non per niente il “timore di Dio” è uno dei sette doni dello Spirito Santo.
Molto più chiare delle mie parole sono però quelle dell’allora cardinale Joseph Ratzinger che, in qualità di prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, scrisse nel 2000 il Commento teologico ai segreti di Fatima. Le ripropongo perché - a proposito del terzo segreto e delle visioni dei veggenti - scrisse ciò che ci restituisce l’estrema attualità del messaggio e il compito che noi abbiamo:
«L'angelo con la spada di fuoco a sinistra della Madre di Dio ricorda analoghe immagini dell'Apocalisse. Esso rappresenta la minaccia del giudizio, che incombe sul mondo. La prospettiva che il mondo potrebbe essere incenerito in un mare di fiamme, oggi non appare assolutamente più come pura fantasia: l'uomo stesso ha preparato con le sue invenzioni la spada di fuoco. La visione mostra poi la forza che si contrappone al potere della distruzione — lo splendore della Madre di Dio, e, proveniente in un certo modo da questo, l'appello alla penitenza. In tal modo viene sottolineata l'importanza della libertà dell'uomo: il futuro non è affatto determinato in modo immutabile, e l'immagine, che i bambini videro, non è affatto un film anticipato del futuro, del quale nulla potrebbe più essere cambiato. Tutta quanta la visione avviene in realtà solo per richiamare sullo scenario la libertà e per volgerla in una direzione positiva. Il senso della visione non è quindi quello di mostrare un film sul futuro irrimediabilmente fissato. Il suo senso è esattamente il contrario, quello di mobilitare le forze del cambiamento in bene».

(Fonte: Riccardo Cascioli, La NBQ, 14 maggio 2017)