mercoledì 9 agosto 2017

Abuso di Marcinelle

Lasciate stare l’indecente demagogia nel ricordo della tragedia di Marcinelle, dove morirono nel 1956 duecentosessantadue lavoratori in miniera, di cui la metà italiani, quasi tutti meridionali.
Lasciate stare, gufi, sinistreria e autorità, inclusi voi presidenti Mattarella e Boldrini, il paragone tra quei lavoratori morti sul lavoro e gli immigrati clandestini che arrivano a fiumi sulle nostre sponde.
Il paragone è totalmente infondato: quei minatori andarono in Belgio richiesti al nostro governo dalle autorità di Bruxelles e furono il frutto di un accordo di dieci anni prima tra i due paesi. Carbone per l’Italia a prezzi agevolati in cambio di 50mila lavoratori per le miniere del Belgio.
Uno scambio pattuito tra due paesi europei che necessitavano l’uno di energia e l’altro di braccia-lavoro.
Non clandestini ma richiesti, non disoccupati ma lavoratori dal primo giorno in cui arrivarono, non in fuga dal proprio paese ma costretti a lasciarlo per aiutare casa, non manovalanza disperata per la criminalità o business per Ong e centri di accoglienza, ma gente che partiva sapendo di finire in miniera, non per strada.
E di sbarcare su richiesta dello Stato-ospite, in un paese che era pur sempre figlio della stessa civiltà, della stessa religione, dello stesso universo di valori.
Entrambe sono tragedie, ma di tutt’altro tipo.
È una vergogna star lì appollaiati come sciacalli a cercare ogni occasione per rilanciare l’ideologia dell’accoglienza, con relativo traffico di imbarchi, sbarchi e con la prospettiva di lucrare qualcosa politicamente ed elettoralmente per aver detto e fatto “una cosa di sinistra”.
Persino a teatro, da noi, rifanno l’Eneide e attualizzano Enea come un immigrato ed esule per ragioni politiche: con la trascurabile differenza che Enea secondo il mito è un principe, proviene da una civiltà distrutta e viene a fondare una civiltà, Roma; mentre i poveri migranti sui gommoni si affidano agli scafisti e vengono qui per aggrapparsi a una civiltà, sfuggendo dalla barbarie e dalla miseria.
In tema d’immigrazione, la sinistra in Italia cerca di coprire tutte le posizioni e si presenta come un armadio quattrostagioni per tutti i gusti e i climi: cavalca un giorno l’accoglienza, un giorno i respingimenti, un altro dice che vuole aiutarli a casa loro, un altro ancora li carica sulle nostre spalle.
E adotta, da Crozza a Calabresi de la Repubblica, lo stesso ragionamento capzioso. Isola un episodio, una storia o un singolo sbarco per toccare l’emotività di ciascuno, per suggestionare con un’immagine anziché far ragionare.
Per poi dire: vedete che cento migranti in una città o centomila in una nazione sono una percentuale irrisoria. Ma certo che è irrisoria quella fetta, se si paragona un dato parziale e provvisorio a un dato generale e permanente, certo che non fa impressione se si isola il fotogramma; se invece vedi il film per intero, in tutte le sequenze e in prospettiva, se ti affacci davvero nella realtà, per le strade, per le piazze, nei mezzi pubblici, allora ti accorgi che si tratta di un fiume e non di una pozzanghera.
Prima che giungesse il freno alle Ong stavano sbarcando a decine di migliaia a settimana, i nostri centri d’accoglienza sono pieni. Il flusso non è una fallace “percezione” indotta dagli impresari della paura più di quanto sia una fallace percezione indotta dagli impresari del traffico di vite umane, l’impressione opposta, che sia una piccola, inerme minoranza di casi umani che possiamo agevolmente contenere nel nostro Grande Paese.
E ora si attaccano pure a quella tragedia di 61anni fa, al dolore di una storia, per cercare tramite una tragedia di dar corso a un’altra. Siete voi ad abusare del mercato delle emozioni, a speculare sui ricordi e sui lutti.
La tragedia di Marcinelle riemerse dopo anni di oblio grazie a Mirko Tremaglia che guidava i comitati per gli italiani all’estero. Fu una tragedia che strinse tutto il nostro popolo attorno a loro; ricordo da bambino un altro funerale di ragazzi che erano andati a lavorare dal mio paese nel nord Europa ed erano morti sul lavoro.
Giorni fa in piazza Maggiore a Bologna ho visto uno splendido documentario di Vittorio de Seta nei primi anni cinquanta sui lavoratori nelle miniere sarde e siciliane. Sembra preistoria, ma quei lavoratori umili, ignoranti, invecchiati precocemente, ti sembrano giganti rispetto a noi per i sacrifici immani che facevano per portare il pane a casa e mantenere le loro numerose famiglie, accontentandosi di poco.
E l’altra sera ho visto un film dedicato ai minatori in Cile, The 33, una storia vera, a lieto fine, di trentatrè minatori che furono salvati dopo un lungo calvario nelle viscere della terra che durò due mesi.
Storie di umanità, di pietà, di dedizione. Di quelle che rendono drammatico e non retorico l’articolo uno della costituzione, la repubblica fondata sul lavoro.
Non sporcate quelle storie e quelle memorie con le vostre prediche ideologiche, i vostri miserabili calcoli politici, le vostre insopportabili tirate finto-moralistiche.

(Fonte: Marcello Veneziani, Il Tempo, 9 agosto 2017)



La crisi del prete. Accettare “lo scarto”

L’attuale crisi del prete tocca l’identità e, di conseguenza, chiede di rivedere il modello ministeriale e pastorale, ritornando all’essenza della chiamata e all’essenziale del ministero. Siamo partiti da qui, solo per una breve fotografia e per iniziare a toccare qualche nervo scoperto.
Ritornerò sulla problematica, su alcuni dei suoi aspetti principali e sulla tipologia di prete che, almeno oggi, sembra entrare in crisi, invocando piste nuove e creative su come ripensare questa figura; tuttavia, proprio partendo dalla convinzione che prima di ogni “ricetta” pragmatica occorrono la riflessione e il pensiero – cosa che, peraltro, non convince molto neanche i preti! – è bene soffermarci sulla questione già accennata dell’identità presbiterale. Non si riuscirà ad affrontare la figura del prete se le possibili soluzioni, anzitutto, non partono dalla domanda sull’identità: chi è davvero il prete?
Quello “scarto” incolmabile
La domanda non vuole essere retorica né limitarsi ad offrire una qualche meditazione di taglio spirituale. Essa nasce da una semplice convinzione: sulla crisi in atto, vi sono motivi contingenti e contestuali, come i cambiamenti socio-culturali degli ultimi decenni, la crescente disaffezione nei confronti della fede cristiana, le nuove sfide rivolte all’annuncio della fede o il calo delle vocazioni che sovraccarica alcuni e aumenta l’età media del clero; tuttavia, essa coinvolge per così dire la “totalità dell’essere prete”, cioè quella sua identità profonda e radicale, che trascende ogni aspetto storico particolare.
Nessuno si spaventi se affermo che… la domanda sulla crisi del prete è strettamente “teologica”, cioè non potrà essere davvero affrontata se ci soffermeremo epidermicamente sull’analisi sociologica o su facili soluzioni di tipo pastorale.
C’è una parola che, più di tutte, ci rappresenta: scarto.
La avvertiamo dentro, quasi come un brivido, per la sua capacità di fotografare ciò che sperimentiamo ogni attimo sulla nostra pelle e ci rimanda, appunto, al contenuto teologico dell’identità presbiterale. Non si tratta di un semplice sentirsi “inadeguati” – anche un medico in parte lo è rispetto alla gravità di certe situazioni da prendere in cura, o un giudice rispetto a una decisione difficile – e né, tantomeno, dobbiamo scivolare in un certo moralismo depressivo che si fissa sulle fragilità e sul peccato. Saremo sempre dei preti peccatori.
Qui c’è molto di più: lo scarto è iscritto in modo costituzionale in ogni vocazione cristiana e, in generale, nell’esperienza di fede: Dio e l’uomo, Colui che chiama e il chiamato, il Maestro e il discepolo, il Vangelo e il cuore dell’uomo, non saranno mai sullo stesso piano. La rivelazione di Dio in Gesù Cristo abbatte i muri di separazione e colma tale distanza ma, tuttavia, ciò non significherà mai un annullamento della “differenza”. Tra Dio e noi essa continuerà ad esistere.
È Dio che invia e sostiene Mosé, che purifica le labbra di Isaia, che rassicura il giovane Geremia, che affida a un pescatore impulsivo la guida della Chiesa; tuttavia, ciò non avviene a prezzo di un “salto” della loro umanità, che di colpo cancellerebbe l’essere impuro, o giovane o impulsivo ma – come confesserà splendidamente san Paolo – proprio dentro le debolezze e le spine della carne.
Perciò, la questione dell’identità del prete ci rimanda alle origini della vocazione e a quella “differenza” che segnerà sempre uno scarto rispetto a Colui che ci ha chiamati e al compito affidatoci; si tratterà di restare sempre in cammino – mai arrivati e appagati – aperti a come il Signore, pur conservandoci in questo scarto talvolta difficile da portare nella carne, ci consolerà, ci rafforzerà e ci farà vedere, seppur in lontananza, “il paese dove scorrono latte e miele”.
Non siamo chiamati a fare “tutto”
Ogni volta che il ministero stesso ci colloca altroveci chiama e ci ridefinisce, ci invita a ricominciare sempre da capo, facendoci cambiare destinazioni pastorali e modelli precedentemente acquisiti, la nostra identità di preti cambia, si evolve, matura e si apre a paesaggi inediti. A patto che non ci chiudiamo rigidamente in uno schema precostituito e ci lasciamo – con grande fatica – interrogare dallo Spirito e dalla vita.
Dello scarto nella vita del prete ha scritto con grande efficacia Antonio Torresin, affermando che il ministero sacerdotale “è segnato da uno scarto, da un insuperabile contrasto che segna l’esperienza di essere discepoli, la missione e il mandato ricevuti. Meglio, che segna ogni chiamata, fino all’umano stesso. Non siamo all’altezza del compito assegnato, esso ci trascende in modo insuperabile, ci travolge e ci supera: è troppo per noi. Eppure è proprio ciò che meglio ci corrisponde, è ciò senza il quale la nostra umanità si perde. Questo eccesso che è il ministero è la nostra unica salvezza; non solo la via alla santità, ma la grazia per non perderci. (A. Torresin, «Il paradosso del ministero. Quando la missione ridefinisce il prete», Il Regno/Attualità 2/2010, 22).
Questo scarto è vissuto in modo diverso non solo da ciascun prete – cosa che rimane ovvia – ma anche a seconda delle fasi della vita sacerdotale, degli anni di messa, delle esperienze pastorali vissute nel tempo e, non da ultimo, dei contesti ecclesiali in cui siamo posti.
Senza voler negare alcune problematiche esistenti e inedite, che invocano un’ampia riflessione ecclesiale, credo che riconciliarci con questo scarto, accoglierlo e farselo amico nella vita sacerdotale di ogni giorno e, forse ancor prima, formarsi e prepararsi ad esso e a come conviverci, potrebbe essere un primo antidoto alla crisi e un punto di forza per la “tenuta” del prete.
Non è forse vero che, piccoli o grandi momenti di crisi nella nostra vita, dipendono talvolta dal non aver compreso che al prete non è richiesto “tutto”, che non è chiamato “salvare il mondo” (già fatto, ci ha pensato Nostro Signore), che non è e non dovrebbe essere il centro, la fonte e il culmine della comunità e dell’azione pastorale? Non sarà che molte frustrazioni, sofferenze e depressioni, dipendono anche dall’aver sopravvalutato noi stessi e fatto delle richieste eccessive (o almeno troppo numerose) al nostro ministero?

(Fonte: Francesco Cosentino, Settimana News, 14 luglio 2017)



sabato 29 luglio 2017

“Obama ricattò Benedetto XVI per costringerlo a dimettersi”: accusa choc di una rivista cattolica

Donald Trump e papa Francesco. Che non corra buon sangue tra i due non è una novità. Il primo tira dritto sui muri anti-immigrati e i blocchi ai rifugiati, il secondo non nasconde di preferire chi apre le porte al prossimo, “secondo le indicazioni del Vangelo”.
Bene. Eppure nella relazione tra i due potrebbe inserirsi un nuovo capitolo interessante e che dagli Usa arriva diritto nelle segrete stanze del Vaticano: l’accusa avanzata da alcuni cattolici sulle mosse di Obama nell’abdicazione di Ratzinger.
Il 20 gennaio scorso la rivista cattolica tradizionalista “The Renmant” ha scritto una lettera aperta al nuovo Presidente americano per chiedergli di fare chiarezza sulle mosse Oltretevere di Barack Obama e il suo ruolo nell’abdicazione del papa emerito, Benedetto XVI. A firmare la missiva sono stati David Sonnier, ex tenente colonnello dell’esercito Usa, Christopher Ferrara, presidente dell’associazione avvocati cattolici americani, e Michael Matt, direttore di The Renmant. Il fulcro della missiva, che prende spunto da alcune rivelazioni e documenti pubblicati da Wikileaks, è il sospetto che “il cambio di regime [in Vaticano] sia stato progettato dall’amministrazione Obama”. Niente più e niente meno. Si tratterebbe di uno scandalo.
“Durante il terzo anno del primo mandato dell’amministrazione Obama – si legge nella lettera aperta – il segretario di Stato Hilllary Clinton, e altri funzionari del governo, hanno proposto una “rivoluzione” cattolica il cui obiettivo era la scomparsa definitiva di ciò che che restava della Chiesa cattolica in America”. I sospetti nascono da una e-mail che John Podesta, consigliere della Clinton, inviò a Sandy Newman, direttore di una rivista progressista. Nella e-mail Podestà spiega al suo interlocutore che sta cercando di realizzare una “primavera cattolica” in Vaticano simile alle “primavere” che hanno ribaltato i regimi del Nord Africa..
Secondo i firmatari della missiva, l’elezione di Papa Francesco sarebbe servita a “dare un appoggio spirituale al programma ideologico radicale della sinistra internazionale”, tanto che oggi il pontefice sarebbe ormai diventato “il leader della sinistra mondiale”. La rivista The Renmant, quindi, chiede a Trump di aprire una inchiesta che spieghi “per quale motivo la NSA ha monitorato il conclave che ha eletto papa Francesco”, “quali operazioni segrete sono state effettuate dal governo Usa sulle dimissioni di Benedetto XVI” e renda conto delle “transazioni monetarie con il Vaticano sospese pochi giorni prima delle dimissioni di Ratzinger“. In effetti nel dicembre 2013 Deutsche Bank chiuse i bancomat all’interno della Santa Sede con la scusa delle indagini sulle norme anti-riciclaggio sullo Ior, ma poi il giorno il giorno successivo alle dimissioni dell’ex pontefice il Vaticano e la banca trovarono subito un accordo. Riaprendo i bancomat.
Infine, i firmatari chiedono al presidente di chiarire il ruolo di Podesta in quella che lui stesso avrebbe definito “primavera cattolica“, quale influenza abbia avuto il finanziere George Soros e se l’amministrazione Obama sia entrata in qualche modo in contatto con quella che è stata chiamata la “mafia di San Gallo“, ovvero il consesso di cardinali e vescovi (Carlo Maria Martini, Adriaan Van Luyn, Walter Kasper e Karl Lehman, Achille Silvestrini eBasil Hume) che già nel 2005 avrebbe individuato in Bergoglio il papa perfetto per la riforma della Chiesa in senso progressista.

(Fonte: Redazionale Tuttonotizie360, 27 Luglio 2017



Una chiesa è ancora un luogo sacro? I preti che ne pensano? La Bonino, e altrove un piccolo episodio…

Un lettore di Stilum Curiae ci ha mandato una serie di fotografie e una piccola storia. Una compagnia probabilmente amatoriale di teatro-danza organizza con l’appoggio del comune e evidentemente dei responsabili di Chiesa uno spettacolo che ha come palcoscenico il sagrato di una chiesa in provincia di Parma. Il problema è che come backstage viene usata la chiesa stessa; con tutta la libertà che un backstage comporta: comprese ragazze in slip e reggiseno.
È un episodio minimo, rispetto ad altri – come far parlare dal presbiterio di una chiesa Emma Bonino, probabilmente la più nota abortista del Paese, convinta adesso dell’aborto come lo era mezzo secolo fa – e probabilmente vissuto con innocenza e ingenuità. Ma, secondo il nostro modesto parere, mette in luce un problema: quale sensibilità esiste nel clero, o in una gran parte di esso verso la sacralità del luogo in cui si svolge ogni giorno, o almeno ogni domenica il sacrificio eucaristico? Una chiesa è solo uno spazio polifunzionale, da utilizzare per ogni scopo, dai concerti in giù? Nei seminari che cosa viene insegnato ai futuri preti, sotto questo aspetto? Un luogo consacrato è realmente vissuto come tale da molti preti? Credo che siano domande non marginali, e che attengono in maniera diretta alla banalizzazione e al degrado della fede nel nostro Paese.
Ecco alcuni brani della lettera del lettore, che ringraziamo di cuore per questa informazione :
“Le immagini (tratte da Facebook e nella qualità possibile) si riferiscono al “dietro le quinte” di uno spettacolo presentato da una compagnia teatrale – amatoriale ritengo – chiamata “Tuttoattaccato”…
Lo spettacolo, tuttavia, ha avuto quale palcoscenico il sagrato della chiesa parrocchiale di Sant’Antonino e la stessa chiesa è stata ritenuta “spazio adatto” per le necessità di trucco e preparazione degli artisti: le immagini che sono allegate lo documentano bene…
Inutile, mi pare, andare ad indagare circa la presenza del Santissimo Sacramento: il problema attiene alla sacralità del luogo e impone serie domande circa la concezione che taluni possono avere di tale sacralità (e qui mi fermo stante l’ampiezza che tale discorso potrebbe sviluppare) e amare e tristi prese d’atto da parte di chi percepisce ed ha un po’ più chiara tale sacralità.
E dico questo anche solamente considerando che, a fianco della facciata della chiesa, c’è l’ingresso agli spazi ed ai locali dell’oratorio, della canonica e dell’asilo parrocchiale e che, pertanto, potevano essere utilizzati come camerino.
Per inciso, in due immagini, si nota, in fondo, in penombra, ben esposta la statua della Beata Vergine del Carmine, patrona di Borgo val di Taro”.

(Fonte: Marco Tosatti, Stilum curiae, 29 luglio 2017)


lunedì 24 luglio 2017

Un concentrato di idiozie: ecco come sperperano i nostri soldi!

La notizia che mi lascia sbalordito è questa: il “presidente” della Camera [non me ne voglia l’autore che usa il termine “presidenta”, ma mi rifiuto di usare una tale storpiatura: trattandosi di una carica istituzionale dello Stato Italiano, essa conserva invariato il suo nome proprio, indipendentemente dal genere di chi la ricopre, uomo o donna che sia! n.d.r.], tale Laura Boldrini, ha istituito una commissione contro l’odio (la denominazione ufficiale è “commissione sull’intolleranza,la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio” (sic!), che in questi giorni ha terminato i propri lavori, svolti, immagino, in un clima di grande amore e tolleranza. Come frutto di tale tenero lavoro, è stata depositata una relazione che non può non far inorridire tutti coloro che hanno a cuore l’articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di opinione e l’articolo 33 che tutela la libertà delle arti e della scienza e quella del loro insegnamento.
Infatti, il quotidiano La Verità ha pubblicato alcune delle raccomandazioni contenute in detta relazione. Enumero e commento.
1)”Approvare alcune importanti proposte di legge all’esame delle Camere, tra cui quelle sulla cittadinanza e sul contrasto dell’omofobia e della transfobia”. E’ quasi inutile ripetere che la legge sulla cittadinanza già c’è e funzione e la presidenta della Camera dovrebbe saperlo. Il contrasto all’omofobia, così come viene configurato dai compagni della Boldrini, si tradurrebbe praticamente nella scomparsa, appunto, della libertà di pensiero e di opinione. Basti pensare che in Spagna un Cardinale è sottoposto a giudizio per il solo fatto di avere ripetuto, in una omelia, la dottrina cattolica circa i temi dell’omosessualità. Se dovesse passare la legge così come richiesta, calerebbe il silenzio su tutta quella questione. Ma per par condicio occorrerebbe allora prevedere anche il reato di eterofobia! Così, silenzio assoluto. Si potrebbe parlare solo di calcio!
2)”Sanzionare penalmente le campagne d’odio (insulti pubblici, diffamazione o minacce) contro persone o gruppi”. Mi sembra addirittura al limite del ridicolo pretendere di sconfiggere l’odio per via di legge ed anche molto presuntuoso, visto che per tale impresa si è scomodato addirittura Dio donandoci Suo Figlio ed il compito non sembra ancora finito. Poi, la prima a dover essere perseguita è proprio la presidenta della Camera, la quale, ogni volta che parla (e purtroppo troppo spesso) non fa che offendere qualcuno. Ultimamente ha tacciato di ignoranza chi non la pensa come lei. Qui, poi, c’è un grande equivoco, su cui torna spesso, e giustamente, il nostro comune amico Robi Ronza: si sta dando per scontato che se uno ha un’idea diversa dalla mia debba per forza odiarmi. Ma che l’ha detto? Chesterton ha polemizzato tutta la vita con B. Shaw, ma ha anche sempre detto che egli era il suo migliore amico. Tacciare di odio chi la pensa in modo diverso costituisce il modo più subdolo per far fuori la libertà di pensiero.
3)”Rafforzare il mandato dell’UNAR”, che fino ad oggi è stato lo strumento scorretto (e fuori di competenza) con il quale sono state valorizzate tutte la organizzazioni LGBT e censurate tutte le altre associazioni.
4)”Rafforzare nelle scuole l’educazione di genere e l’educazione alla cittadinanza, finalizzata agli obiettivi di rispetto, apertura interculturale, interreligiosa e contrasto a intolleranza e razzismo”. Il solito ipocrita giro di parole con le quali le stesse organizzazioni LGBT entrano di soppiatto nelle scuole solo per propagandare l’ideologia “gender”. Anche questo punto dimentica la nostra Costituzione, la quale riconosce il diritto all’educazione solo e unicamente ai genitori, i quali devono poter dire l’ultima parola su quanto avviene nella scuola su questo tema. Nulla di delicato può avvenire nella scuola senza il consenso informato della famiglia.
4)”Prevedere l’istituzione di un giurì che garantisca la correttezza dell’informazione e sollecitare l’ordine professionale e il sindacato dei giornalisti sul controllo della deontologia professionale”. Con questa raccomandazione si vuole far fuori la tanto conclamata libertà di stampa. Durante il ventennio fascista si parlava di Minculpop ed il pensiero unico era totalmente controllato dal potere. Oggi si vorrebbe fare altrettanto con un organismo dal nome più gentile (giurì), ma con le stesse pratiche funzioni.
Caro direttore, sono impressionato da questa considerazione: ci sono uomini e donne che si proclamano ardenti antifascisti, ma che sui temi del libero pensiero cercano di comportarsi esattamente come i fascisti. Tutto ciò deve essere contrastato apertamente e fortemente in sede civile. Ma anche la Chiesa dovrebbe preoccuparsi, perché si sta sempre più restingendo ciò per cui, anche noi laici, ci siamo battuti per molti anni: la “libertas Ecclesiae”.

(Fonte: La commissione che restringe il nostro spazio di Peppino Zola, LNBQ, 24 luglio 2017)



Cara Boldrini, giù le mani dalla nostra libertà. A seminare odio è lei, non noi.

Diciamolo francamente: “La piramide dell’odio” ovvero la Commissione “Jo Cox” su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo, voluta dalla Boldrini e che ha coinvolto ben 26 persone tra deputati ed esperti a vario titolo, è un falso ideologico. O, detto più, semplicemente un’operazione di bassa e soprattutto pericolosa propaganda.
Sì, pericolosa.
Già il titolo è fuorviante. Le commissioni, quelle serie, espongono le proprie conclusioni alla fine di una dotta e spassionata analisi, in questo caso, invece si urla una denuncia forte e scioccante. Quel titolo “la piramide dell’odio” antepone il giudizio all’analisi, pone sulla difensiva il lettore, lo colpevolizza a prescindere. E’ un’operazione, spinta, di spin a cui un’istituzione come la Camera dei deputati non dovrebbe mai prestarsi, Ma, si sa, con la Boldrini, tutto diventa relativo. Anche i contenuti di un rapporto che ha richiesto un anno di lavori.
Mi aspettavo dati scioccanti su un’Italia intollerante e razzista. E invece esce il quadro di un Paese tollerante. Pensate un po’, il 20% degli italiani pensa che sia disdicevole avere un collega gay. Io lo leggo positivamente: l’80% non ha più pregiudizi omosessuali. Stessa percentuale di chi pensa che gli uomini siano migliori dirigenti o migliori politici delle donne. Non mi scandalizzo affatto per il fatto che il 49,7% ritiene che l’uomo debba provvedere alle necessità economiche della famiglia e questa non può essere considerata una falsa rappresentazione, ma la proiezione di una concezione tradizionale e legittima della famiglia.
La Boldrini e i suoi esperti inorridiscono sapendo che la maggior parte degli interpellati ritiene che quartieri ad alta densità di immigrati favoriscano il terrorismo e la criminalità e che il 65% pensa che i rifugiati siano un peso perché godono di benefits sociali e del lavoro degli abitanti. Ma non sono dato scioccanti, bensì inevitabili quando l’immigrazione diventa incontrollata e supera le soglie fisiologiche e quando riguarda un Paese gravato dalle tasse e con un alto tasso di disoccupazione. Il problema non lo risolvi biasimando gli italiani ma ponendo fine a una situazione fuori controllo e rilanciando l’economia del Paese.
E se l’80% degli italiani esprime un’opinione negativa rispetto ai rom, inclusi dunque molti elettori di sinistra, forse bisognerebbe chiedersi non se gli italiani siano razzisti ma perché i rom – che non sono più i romantici gitani di una volta – accentuino, con la loro violazione delle più elementari regole civili, la diffidenza nei propri confronti.
Questo rapporto è inconsistente ma diventa pericoloso quando propone le misure correttive. Perché emerge la finalità liberticida dell’operazione “boldriniana”. Il vero scopo non è di contrastare un inesistente razzismo ma di mettere a tacere chi non la pensa come vuole lei, chi non si adegua passivamente al politicamente corretto, chi si oppone a sfacciate operazioni di ingegneria sociale. Insomma, chi pensa liberamente diventa un nemico da far tacere.
La Boldrini ci ha già provato cavalcando strumentalmente la polemica sulle Fake news. Ora che la fine della legislatura si avvicina e con essa la fine, mai tanto auspicata, del suo mandato di presidente della Camera, costei sa di non avere più tempo e per questo invoca la censura. E lo fa furbescamente.
Quando “esige l’autoregolazione delle piattaforme al fine di rimuovere l’hate speech online” e invita a “stabilire la responsabilità giuridica sociale dei provider e delle piattaforme di social e a obbligarli a rimuovere con la massima tempestività i contenuti segnalati come lesivi da parte degli utenti“, intende togliere di mezzo i commentatori scomodi demandando a un entità astratta – “gli utenti” – il compito di giudicare chi semina odio e chi no.
Quando propone di “sostenere e promuovere blog e attivisti no hate o testate che promuovono una contronarrazione” compie un’operazione orwelliana, perché si arroga il diritto di stabilire chi detenga la Verità, negando uno degli elementi costitutivi della democrazia: il confronto delle idee.
Ma si supera quando sostiene “l’istituzione di un giurì che garantisca la correttezza dell’informazione“. Ma sì un Miniculpop, il Ministero della Censura, che impedirebbe a voi, cari lettori, di leggere questo blog, o goofynomics di Alberto Bagnai o i tweet di Vladimiro Giacchè o i siti che a destra e a sinistra difendono il diritto a un’interpretazione diversa dalla realtà.
Questi sono propositi inaccettabili in democrazia e fonte di rabbia e di diffidenza. Nei suoi confronti, cara presidente Boldrini. Perché, a ben vedere, la vera propagatrice d’odio è lei. Non noi.

(Fonte: Marcello Foà, blog-il giornale.it, 23 luglio 2017)


mercoledì 19 luglio 2017

Abusi sessuali. Che coincidenze nell'inchiesta del coro!

Me, come direbbe Carlotta, la figlia Pasionaria di Guareschi, alle coincidenze ci credo. E tanto più se vengono da un Paese preciso e al di sopra di ogni sospetto come la Germania. Così, quando ho letto che "finalmente" è stato pubblicato il rapporto sulle violenze compiute sui passerotti del coro del Duomo di Ratisbona.
E’ vero che parliamo di 547 episodi, spalmati nell’arco di circa mezzo secolo, e di cui per fortuna o grazie a Dio, come preferite, solamente 67 riguardano abusi sessuali. Gli altri rientrano in una pedagogia che adesso farebbe inorridire e intaserebbe Telefono Azzurro; ma all’epoca era diffusa. Dare una sberla a un allievo testone, o eccessivamente indisciplinato, era la norma; e nessun genitore avrebbe armato una protesta per una sberla. Io mi ricordo – nella regal Torino degli anni ’50, scuola elementare Federico Sclopis, via del Carmine, di essere stato messo dietro la lavagna in punizione per non ricordo quale reato. E qualche scappellotto l’ho visto volare.
Ben più gravi gli abusi sessuali: e bene ha fatto la Chiesa tedesca a voler mettere un punto finale alla vicenda, con una sua inchiesta, affidata a un responsabile esterno. Quarantanove persone sono state identificate; i due principali responsabili sono morti da una trentina d'anni. I reati sono comunque prescritti. Le vittime riceveranno un compenso-rimborso di ventimila euro ciascuno.
E a questo punto cominciano le coincidenze. Il destino ha voluto che il rapporto tirasse in causa Georg Ratzinger, il fratello maggiore di Joseph, che per molti anni è stato il Direttore del Coro dei “Passeri del Duomo”. Georg ha diretto il corso per trent’anni, dal1964 al 1994. In un’intervista di sette anni fa ammise qualche schiaffo nei primi anni di incarico. "Se fossi stato a conoscenza dell'eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa (...) Mi scuso con le vittime", disse. Nella conferenza stampa l'avvocato Weber ha attribuito a Georg Ratzinger la responsabilità di "aver chiuso gli occhi e non aver preso misure a riguardo".
Certo la coincidenza è che il rapporto coincide temporalmente con il messaggio di Benedetto XVI per le esequie del card. Meisner. Un messaggio in cui come sappiamo si è voluto vedere da parte di qualcuno una critica alla situazione della Chiesa, e ai pastori che non lottano contro la dittatura dello spirito del tempo, e di cui la Chiesa tedesca certo non difetta. E poi ce n’è anche per Müller, nel rapporto. Gerhard Ludwig Müller era vescovo di Ratisbona nel 2010. Il rapporto critica la sua gestione, rimproverandogli in particolare la mancanza di dialogo con le presunte vittime. Povero Müller! Non gli è bastata la pedata nel sedere del Pontefice, e dover cercare, passato il primo bruciore (vedi l’intervista al Passauer Neue Presse) di far finta di niente, e che il Pontefice gli vuole bene. Adesso anche quest’altra cosina simpatica dalla natia Germania, dove, come si sa, è popolarissimo presso i confratelli.
Nel frattempo è stata annunciata la nomina del segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non, come qualcuno si aspettava, il Segretario aggiunto, l’arcivescovo americano Agostino Dinoia. Ma il sottosegretario, mons. Giacomo Morandi, l’uomo collocato nella ratzingeriana e muelleriana congregazione un anno e mezzo fa. Una carriera ben rapida. E’ proprio nato sotto una buona Stella. Quella di Beniamino, Prefetto della Congregazione per il Clero, il grande regista curiale del Pontefice. Tutte coincidenze.

(Fonte: Marco Tosatti, LNBQ, 19 luglio 2017)



lunedì 17 luglio 2017

Violare il segreto confessionale: un Fatto immorale

Poco meno di trecento chilometri, la distanza percorsa da Ersilio Mattioni, al soldo del Millennium, il mensile de Il Fatto Quotidiano. Per fare che? Per infilarsi dentro i confessionali di Milano e provincia, fingersi un cattolico perplesso nei confronti di papa Francesco e poi scrivere notizie bomba… ma bombe d’acqua. Fossi stata io il direttore, l’avrei lasciato a pane e acqua per un mese; non dico per la dissacrazione – bisognerebbe spiegare a questi fenomeni cosa siano i sacramenti: tempo e fiato sprecati - ma perché tutto sto tempo in giro per riempire nemmeno cinque paginette di niente…! 
E invece il mega-direttore-generale Peter Gomez (foto) sarà stato pure contento dei grandi scoop: scoprire che i preti ambrosiani sono così disobbedienti da affermare che il Papa non è infallibile ogni volta che apre bocca, così reazionari da definire una schifezza il bacio pubblico tra due omosessuali e così illegali da confidare che per qualche lavoretto fatto in oratorio ogni tanto danno mance e non le dichiarano al fisco… beh, ci voleva proprio una volpe come il Mattioni! Genesi dell’articolo secondo un proverbio toscano: tutte le mattine si alzano un furbo e un bischero: se si incontrano l’affare è fatto…
Abbiamo raggiunto telefonicamente don Armando Bosani, Parroco di Vanzaghello, il primo della lista. Quando lo chiamo e gli svelo di essere stato destinatario di tante attenzioni, ovviamente non ne sa niente. Perché in terra ambrosiana ci sono ancora parroci che il tempo lo dedicano a Dio e alla anime… Gli spiego la cosa. Risposta: “Sono talmente tanti quelli che vengono a confessarsi e che di frequente manifestano smarrimento e perplessità nei confronti di questo pontificato, anche da fuori parrocchia! Figuriamoci se mi ricordo di uno preciso…”. In effetti sono molti i sacerdoti che da qualche anno registrano la stessa cosa: la gente è sempre più disorientata e persino contrariata da certe dichiarazioni e da certi silenzi che vengono dall’alto e vanno in confessionale per chiedere luce e orientamento. Evidentemente il problema sussiste.
E cosa dice il don di tanto sconcertante a queste pecorelle dubbiose? “Ma niente. Io mi attengo a questa regola generale: andare avanti come si è sempre fatto, insistendo particolarmente su una soda e genuina devozione alla Madonna e sulla partecipazione al Sacrificio eucaristico ben fatto”. Eucaristia e SS. Vergine: come il sogno di don Bosco. Ma poi gli dirà pure qualcosa di più specifico? “Non si può dire che vada tutto bene. Io dico: è vero, ci sono problemi. Attendiamo che vengano chiariti da chi di dovere. Nel frattempo stiamo fermi nella fede di sempre”, quella della nonna Loide e della madre Eunice (cf. 2Tim. 1, 5), per capirci.
Anche a Legnano il Mattioni scova un prete reazionario, che semplicemente esprime la propria preoccupazione che l’invasione di profughi finirà per distruggere la nostra cultura e richiama il nostro dovere di cristiani – ed ancor più dei pastori -  di difendere Cristo come l’unica cosa importante. Ma la nostra volpe fiuta l’eccezionale preda e così decide – parole sue – di “spararne una grossa”: “Tanto i Papi, prima o poi, cambiano. Prima ce n’era uno, quello tedesco, che mi sembrava più rigido su certe cose e mi piaceva”. Risposta sconcertante dell’anziano sacerdote: “Eh, sì, ognuno è fatto a suo modo”. Cosa volete? Per Millennium queste sì che son notizie! Ma si sa che l’importante è dire, scrivere, gonfiare: A chi vusa pusè, la vaca le sua (traduzione per i non milanesi: chi urla di più ha diritto alla vacca). 

(Fonte: Luisella Scrosati, LNBQ, 16 luglio 2017)



lunedì 10 luglio 2017

Gender diktat: il neosindaco di Verona Sboarina sotto attacco

È oramai diventata un vero e proprio caso nazionale la vicenda del “ritiro dei libri gender” che coinvolge il neosindaco di Verona, Federico Sboarina. A mettere in moto la macchina da guerra LGBT contro la nuova amministrazione veronese è il punto del suo programma elettorale in cui si prevede il «contrasto alla diffusione delle teorie del gender nelle scuole» e il «ritiro dalle biblioteche e dalle scuole comunali o convenzionate (nidi compresi) dei libri e delle pubblicazioni, che promuovono l’equiparazione della famiglia naturale alle unioni di persone dello stesso sesso». 
Che la famiglia fosse una delle priorità d’azione di Sboarina si evince chiaramente anche in un altro passaggio dello stesso programma dove si legge che la nuova giunta si sarebbe impegnata
«a respingere ogni iniziativa (delibere, mozioni, ordini del giorno, raccolta firme, gay pride, ecc.) in contrasto con i valori della vita, della famiglia naturale o del primario diritto dei genitori di educare i figli secondo i propri principi morali e religiosi».
LE REAZIONI
All’indomani dell’elezione del nuovo sindaco di centrodestra tutti sembrano dunque essersi improvvisamente accorti che le sue linee programmatiche ponevano al centro la famiglia naturale oggi pesantemente minacciata da ogni fronte.
Tra i primi ad insorgere vi è stata l’Associazione italiana biblioteche, che ha parlato  di «minacce di censura», subito spalleggiata dal presidente dell’Associazione Italiana Editori (Aie), Ricardo Franco Levi, che ha inviato una lettera alla neo presidente dell’Aib, Rosa Maiello, nella quale sottolinea come una società pluralista debba lasciare spazio a qualsiasi tipo di pubblicazione al di là del contenuto:
«le parole ritiro dei libri dalle biblioteche, dalle scuole e persino dai nidi d’infanzia non sono mai accettabili per nessuna ragione. Mi auguro che il sindaco di Verona riveda il suo programma. Invece del ritiro dei libri, potrà impegnarsi a fornire le risorse per arricchire le collezioni delle biblioteche, comprese quelle scolastiche. E per la scelta dei libri si fiderà della professionalità, sensibilità pluralista, competenza e passione dei bibliotecari e degli insegnanti veronesi».
Secondo Alex Cremonesi di Arcigay Verona il diktat relativista è un “fatto” del quale dobbiamo farci una ragione:
“Invitiamo il neosindaco a riflettere e a rispettare i principi laici e plurali della nostra Costituzione alla quale il suo ruolo lo chiama a rispondere. Che al primo cittadino piaccia o meno, le molteplici forme dell’essere famiglia e della genitorialità, le differenze razziali e religiose, le diversità di orientamento sessuale e di genere sono un fatto, anche a scuola, può scegliere solo se rispettarle o meno”
Parole in linea con quelle dei consiglieri comunali Tommaso Ferrari e Michele Bertucco.
Secondo il primo un modello di famiglia vale l’altro, l’importante è che siano garantiti i “diritti” a tutti:
“La libertà di stampa e di espressione è la linfa vitale della nostra società e della nostra cultura. La coesione sociale passa dall’approfondire la complessità dell’età contemporanea, analizzandone le sfaccettature senza cedere ad anacronistiche logiche divisive. I diritti civili per le coppie omosessuali non devono essere messi in discussione, neppure con approssimative manovre indirette, perché non sono in contrasto o in concorrenza con serie politiche familiari”.
Dello stesso pensiero anche Bertucco, per il quale nel 2017 è improponibile non potere educare i nostri giovani alla libertà di orientamento sessuale:
“Il sindaco Federico Sboarina e il futuro vicesindaco Lorenzo Fontana sono liberi di pensare quello che vogliono della famiglia naturale, ma con i diritti civili non si scherza. È improponibile nel 2017 pretendere di negare l’esistenza di differenti orientamenti sessuali e altrettanto improponibile, con tutto il razzismo e i pregiudizi che ci sono in giro, pensare di vietare alla scuola di educare anche a queste differenze”.
La polemica dei “libri gender” ha raggiunto anche il Parlamento dove il portavoce alla Camera per il Movimento 5 Stelle Mattia Fantinati è intervenuto, rivelando ancora una volta la posizione dei grillini in materia:
“Bandire i libri che trattano di famiglie cosiddette gender da scuole, asili e biblioteche è da mentalità retrograda, medioevale e ricordano gli inizi di una delle più becere dittature in cui si vietano da subito i libri e la libertà di espressione. Le idee vetuste, folli ed anacronistiche del sindaco Sboarina non possono essere accettate”.
L’unica voce fuori dal coro è stata quella del consigliere comunale Alberto Zelger che ha espresso la sua solidarietà al nuovo sindaco evidenziando quello che è il cuore del problema:
“Sboarina è stato votato dalla maggioranza dei veronesi anche per questa sua decisa presa di posizione contro ogni tentativo di indottrinamento dei bambini a favore dell’ideologia del gender, che vorrebbe equiparare la famiglia formata da un uomo e una donna, all’unione di due persone dello stesso sesso. Qui non si tratta di mandare al rogo dei libri ma di investire il denaro pubblico, destinato alle scuole e alle biblioteche, per veicolare modelli familiari in linea con la Costituzione e con il comune sentire dei nostri cittadini”.
TOLLERANZA A SENSO UNICO
Le parole di Zelger centrano perfettamente il nocciolo della questione. Sboarina ha incentrato la sua campagna sul tema della famiglia ed è stato votato “dalla maggioranza dei veronesi anche per questa sua decisa presa di posizione contro ogni tentativo di indottrinamento dei bambini a favore dell’ideologia del gender”. Le sue intenzioni, una volta eletto, erano scritte nero su bianco nel proprio programma elettorale e quindi non si capisce dove sta il problema.
A ben vedere, il problema consiste nel fatto che i paladini della “tolleranza” e della “diversità” non accettano che venga messo in discussione il loro diktat etico relativista che, in nome del principio di “non discriminazione”, mette sullo stesso piano e chiama “famiglia” qualsiasi tipo di unione, arrivando, in maniera abile ed indiretta, a distruggere l’unico modello vero di famiglia composto da un uomo e una donna.
Se i teorici del Sessantotto proclamavano la “morte della famiglia”, gli ideologi del gender celebrano dunque la comparsa di diverse forme di famiglia per proclamare che “tutto è famiglia”: uno slogan astuto e dall’evidente sapore ideologico per dire che “niente è famiglia”. Si tratta di un chiaro stratagemma che, equiparando i diversi modelli di unione, punta a minare l’identità dell’istituto famigliare naturale, svuotandolo della sua peculiarità e specificità.

(Fonte:  Rodolfo de Mattei, Riscossa Cristiana, 8 luglio 2017)


mercoledì 21 giugno 2017

Ancora sull'altra lettera dei quattro cardinali al papa. Anche questa senza risposta

A distanza di sette mesi dai "dubia", papa Francesco ha ricevuto a metà di questa primavera un'altra lettera dagli stessi quattro cardinali, firmata da Carlo Caffarra a nome degli altri tre: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke e Joachim Meisner.
E anche a questa lettera, come già ai "dubia", egli non ha risposto.
I quattro cardinali chiedevano al papa di essere ricevuti in udienza. Per parlare con lui delle divisioni generate da "Amoris laetitia" e della conseguente "situazione di confusione e smarrimento" di larga parte della Chiesa.
La lettera è nelle mani di Francesco dal 6 maggio. Ma la prolungata assenza di una risposta ne ha ampliato la natura. Come già è avvenuto per i "dubia", i quattro cardinali ritengono ora giusto che la lettera sia offerta alla riflessione dell'intero "popolo di Dio", dal quale sale la domanda di chiarezza a cui essi danno voce.
Il testo integrale della lettera è riprodotto più sotto.
Ma intanto è anche utile rilevare che, nei 45 giorni intercorsi tra la consegna della lettera al papa e la sua pubblicazione, la Babele delle interpretazioni di "Amoris laetitia" – ma non solo – è andata ulteriormente crescendo.
Si possono segnalare in proposito questi nuovi fatti.
– In Polonia, la conferenza episcopale ha annunciato che in ottobre pubblicherà delle linee guida per l'applicazione di "Amoris laetitia" che terranno fermo, senza eccezioni, l'insegnamento di Giovanni Paolo II sui divorziati risposati, i quali potranno fare la comunione solo se si impegnano a vivere "come fratello e sorella".
– Ma in Belgio i vescovi, in una "Lettera pastorale", hanno dato il via libera alla comunione per i divorziati risposati, anche se semplicemente "decisa in coscienza": cosa che in quel paese già avviene quasi ovunque da tempo.
– Anche in Italia la conferenza episcopale della regione Sicilia ha pubblicato degli "Orientamenti pastorali" sul capitolo ottavo di "Amoris laetitia" che prevedono "soluzioni pratiche differenziate secondo le situazioni", comprendenti l'assoluzione e la comunione per i divorziati risposati che vivono "more uxorio".
– In Argentina, nella diocesi di Reconquista, il vescovo Ángel José Macín, ivi insediato da papa Francesco nel 2013, ha festeggiato pubblicamente la piena riammissione nella Chiesa di circa trenta coppie di divorziati risposati che continuano a vivere "more uxorio", dando loro la comunione – ha detto – al termine di un percorso collettivo di preparazione sulla base delle indicazioni di "Amoris laetitia" e della successiva lettera scritta dal papa ai vescovi della regione del Rio de la Plata.
– Ancora in Italia, il teologo Maurizio Chiodi ha pubblicato sull'ultimo numero dell'autorevole "Rivista del Clero Italiano" un saggio nel quale argomenta alla luce di "Amoris laetitia" la possibilità della comunione per i divorziati risposati sulla base di "una teoria della coscienza oltre l'alternativa della norma". La "Rivista del Clero Italiano" è edita dall'Università Cattolica di Milano, sotto la direzione di tre vescovi: Gianni Ambrosio, Franco Giulio Brambilla e Claudio Giuliodori. E Chiodi è stato nominato dal papa pochi giorni fa membro ordinario della rinnovata Pontificia Accademia per la Vita.
– Sempre in Italia, a Torino, il sacerdote cattolico Fredo Olivero ha reso noto che il gruppo interconfessionale "Spezzare il pane" al quale partecipa si riunisce una volta al mese a celebrare l'eucaristia in rito ora cattolico ora protestante, con i presenti che fanno tutti la comunione. Si è detto sicuro che questo è il vero "pensiero personale" di papa Francesco, secondo quanto da lui detto il 15 novembre 2015 durante la visita alla chiesa luterana di Roma. Ha aggiunto che il dogma della transustaziazione va riletto in chiave "spirituale" e che, stando a Gesù, la messa la può celebrare chiunque e non solo un ministro ordinato. Don Olivero ha fatto questo "outing" sull'ultimo numero di "Riforma", il settimanale della Chiesa valdese.
– E infine, in Vaticano, risulta che sia stata insediata una commissione incaricata di "reinterpretare" alla luce di "Amoris laetitia" l'enciclica di Paolo VI "Humanae vitae" sulla contraccezione. Fanno parte di questa commissione Pierangelo Sequeri, preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, Angelo Maffeis, preside dell’Istituto Paolo VI di Brescia, e Philippe Chenaux, docente di storia della Chiesa presso la Pontificia Università Lateranense. Il coordinatore è Gilfredo Marengo, docente di antropologia teologica nel suddetto istituto fondato da Giovanni Paolo II e sostenitore da qualche tempo di tesi revisioniste.

(Fonte: Sandro Magister, Settimo cielo, 20 giugno 2017)



Lo scandalo del silenzio

I quattro cardinali, autori dei “dubia” concernenti l’Esortazione Amoris laetitia, hanno reso nota, attraverso il blog del vaticanista Sandro Magister, una richiesta di udienza che il cardinale Carlo Caffarra ha presentato al Papa lo scorso 25 aprile ma che, come i “dubia”, non ha avuto risposta. Il deliberato silenzio di Papa Francesco – che pure riceve a Santa Marta personalità molto meno rilevanti, per discutere di problemi molto meno importanti per la vita della Chiesa – è la ragione della pubblicazione del documento.
Nella richiesta filiale di udienza, i quattro cardinali (Brandmüller, Burke, Caffarra e Meisner) fanno sapere che avrebbero voluto spiegare al Pontefice le ragioni dei “dubia” ed esporre la situazione di grave confusione e smarrimento in cui versa la Chiesa, soprattutto per quanto riguarda i pastori d’anime e, “in primis”, i parroci. Infatti, nell’anno trascorso dalla pubblicazione di Amoris laetitia, «sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo – oh quanto è doloroso constatarlo! – che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”».
Non c’è scandalo né ribellione nel fatto che dei collaboratori del Papa gli chiedano un’udienza privata e che, nella richiesta, descrivano con parrhesia, ma con oggettività, la divisione che ogni giorno si allarga nella Chiesa. Lo scandalo è il rifiuto del Successore  di Pietro di ascoltare chi chiede di essere ricevuto. Tanto più che Papa Francesco ha voluto fare dell’ “accoglienza” il marchio di fabbrica del suo pontificato affermando, in una delle sue prime omelie a Santa Marta (25 maggio 2013) che i «cristiani che chiedono non devono mai trovare porte chiuse». Perché rifiutarsi di dare udienza a quattro cardinali che non fanno altro che il loro dovere di consiglieri del Papa?
Le parole dei cardinali sono filiali e rispettose. Si può presumere che la loro intenzione sia stata di cercare di “discernere” meglio, in un’udienza privata, le intenzioni e i piani di papa Francesco ed eventualmente rivolgere al Pontefice  una correzione filiale in camera caritatis. Il silenzio di Papa Francesco nei loro confronti è ostinato e irriguardoso, ma nel suo perdurare esprime la posizione di chi va avanti con determinazione per la sua strada. Vista l’impossibilità di una correzione privata per il rifiuto inspiegabile dell’udienza, ora anche i cardinali dovranno andare avanti con decisione nella loro strada, se vorranno evitare che, nella Chiesa, il silenzio sia più forte delle loro parole.

Di seguito la lettera al papa del Cardinale Carlo Caffarra.
“LA NOSTRA COSCIENZA CI SPINGE…”
Beatissimo Padre,
è con una certa trepidazione che mi rivolgo alla Santità Vostra, durante questi giorni del tempo pasquale. Lo faccio a nome degli Em.mi Cardinali: Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Joachim Meisner, e mio personale.
Desideriamo innanzi tutto rinnovare la nostra assoluta dedizione ed il nostro amore incondizionato alla Cattedra di Pietro e per la Vostra augusta persona, nella quale riconosciamo il Successore di Pietro ed il Vicario di Gesù: il “dolce Cristo in terra”, come amava dire S. Caterina da Siena. Non ci appartiene minimamente la posizione di chi considera vacante la Sede di Pietro, né di chi vuole attribuire anche ad altri l’indivisibile responsabilità del “munus” petrino. Siamo mossi solamente dalla coscienza della responsabilità grave proveniente dal “munus” cardinalizio: essere consiglieri del Successore di Pietro nel suo sovrano ministero. E del Sacramento dell’Episcopato, che “ci ha posti come vescovi a pascere la Chiesa, che Egli si è acquistata col suo sangue” (At 20, 28).
Il 19 settembre 2016 abbiamo consegnato alla Santità Vostra e alla Congregazione della Dottrina della Fede cinque “dubia”, chiedendoLe di dirimere incertezze e fare chiarezza su alcuni punti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia”.
Non avendo ricevuto alcuna risposta da Vostra Santità, siamo giunti alla decisione di chiederLe, rispettosamente ed umilmente, Udienza, assieme se così piacerà alla Santità Vostra. Alleghiamo, come è prassi, un Foglio di Udienza in cui esponiamo i due punti sui quali desideriamo intrattenerci con Lei.
Beatissimo Padre,
è trascorso ormai un anno dalla pubblicazione di “Amoris Laetitia”. In questo periodo sono state pubblicamente date interpretazioni di alcuni passi obiettivamente ambigui dell’Esortazione post-sinodale, non divergenti dal, ma contrarie al permanente Magistero della Chiesa. Nonostante che il Prefetto della Dottrina della Fede abbia più volte dichiarato che la dottrina della Chiesa non è cambiata, sono apparse numerose dichiarazioni di singoli Vescovi, di Cardinali, e perfino di Conferenze Episcopali, che approvano ciò che il Magistero della Chiesa non ha mai approvato. Non solo l’accesso alla Santa Eucarestia di coloro che oggettivamente e pubblicamente vivono in una situazione di peccato grave, ed intendono rimanervi, ma anche una concezione della coscienza morale contraria alla Tradizione della Chiesa. E così sta accadendo – oh quanto è doloroso constatarlo! – che ciò che è peccato in Polonia è bene in Germania, ciò che è proibito nell’Arcidiocesi di Filadelfia è lecito a Malta. E così via. Viene alla mente l’amara constatazione di B. Pascal: “Giustizia al di qua dei Pirenei, ingiustizia al di là; giustizia sulla riva sinistra del fiume, ingiustizia sulla riva destra”.
Numerosi laici competenti, profondamente amanti della Chiesa e solidamente leali verso la Sede Apostolica, si sono rivolti ai loro Pastori e alla Santità Vostra, per essere confermati nella Santa Dottrina riguardante i tre sacramenti del Matrimonio, della Confessione e dell’Eucarestia. E proprio in questi giorni, a Roma, sei laici provenienti da ogni Continente hanno proposto un Seminario di studio assai frequentato, dal significativo titolo: “Fare chiarezza”.
Di fronte a questa grave situazione, nella quale molte comunità cristiane si stanno dividendo, sentiamo il peso della nostra responsabilità, e la nostra coscienza ci spinge a chiedere umilmente e rispettosamente Udienza.
Voglia la Santità Vostra ricordarsi di noi nelle Sue preghiere, come noi La assicuriamo che faremo nelle nostre. E chiediamo il dono della Sua Benedizione Apostolica.
Carlo Card. Caffarra
Roma, 25 aprile 2017, Festa di San Marco Evangelista

(Fonte: Roberto de Mattei, Corrispondenza Romana, 20 giugno 2017)



giovedì 15 giugno 2017

Il rapporto tra papa Francesco e papa Benedetto, e l’arroganza di Andrea Grillo

La coesistenza e quasi convivenza nello stesso luogo, lo Stato della Città del Vaticano, di due Papi legittimi, dei quali uno regnante e l’altro cosiddetto emerito, non si era mai verificata nel corso della storia della Chiesa. Il tutto ci porta a interrogarci legittimamente sul misterioso status giuridico del Santo Padre Benedetto XVI. È un fatto del tutto nuovo, che può sorprendere, ma non deve turbare, perché non intacca per nulla la continuità della tradizione e successione apostoliche e il primato del Romano Pontefice. Certamente infatti è salvo il principio monarchico della guida della Chiesa, né altrimenti potrebbe essere, dato che esso è voluto da Cristo per l’unità, la stabilità, l’universalità, la giustizia, la concordia, la libertà, il progresso e la pace nella Chiesa.
Certo, è un fatto legittimo di primaria importanza per le sorti della Chiesa, interessata in tal caso al suo vertice, fatto che però richiede l’invenzione e l’adozione di espedienti, ritrovati ed accorgimenti giuridici del tutto inediti, che consentano di affrontare, valutare e regolamentare con prudenza, alla luce della fede, questa nuova situazione, benché non pare che siamo del tutto digiuni di casi simili, come per esempio il vescovo emerito di una diocesi o le dimissioni o la cessazione dall’incarico di un Superiore in un Istituto Religioso.
In un evento inaudito del genere, dobbiamo vedere una di quelle che Papa Francesco chiama «sorprese dello Spirito Santo». Apparentemente un fatto del genere sembrerebbe segnalare che ci troviamo in una situazione che contrasta con l’essenza o quanto meno col buon vivere della Chiesa. Se così fosse, certamente tale situazione andrebbe sanata, anche se si può prevedere che essa durerà poco, data l’età avanzata di entrambi i Pontefici, ai quali tuttavia auguriamo vita lunga e serena, ricca di buone opere e frutti spirituali.
L’eventualità che un Papa faccia atto di rinuncia, era già prevista dal diritto canonico [cf. can. 332 §2. Vedere testo QUI]. Ma esso poi non regola quelli che devono essere la condotta e lo status giuridico del rinunciante. L’espressione Papa emerito suscita pertanto in alcuni dei problemi. Essi obiettano infatti che non è possibile fare il paragone col vescovo emerito, perché questi resta comunque vescovo; ma un Papa che dà le dimissioni non è più Papa. Il caso di Benedetto XVI è unico nella storia della Chiesa, sul piano canonico ed ecclesiale, perché nei rarissimi precedenti che si sono registrati, il rinunciatario è sempre tornato al proprio status precedente l’elezione al Sacro Soglio. Pertanto, a parere di diversi canonisti e teologi, Benedetto XVI avrebbe dovuto ritornare nella semplice condizione di cardinale. Lasciando infatti che lo si chiami Papa emerito, può dar l’impressione che voglia in qualche modo mantenere almeno moralmente, se non giuridicamente, un’influenza speciale sul Papa regnante, similmente appunto a quello che può fare un vescovo emerito nei confronti di quello titolare. D’altra parte, Benedetto XVI ha professato piena obbedienza a Papa Francesco come Papa legittimo sin da prima della sua elezione, com’ebbe ad affermare prima che i Padri Cardinali si riunissero in conclave per l’elezione del successore [vedere video ufficiale QUI].
Lo stesso Benedetto XVI, in un’intervista a Peter Seewald, si riconosce ancora Papa, ma in un senso «più profondo e più intimo» [1]; dice di «mantenere la responsabilità che ha assunto in un senso interiore, ma non nella funzione. Per questo a poco a poco si capirà che il ministero papale non viene sminuito, anche se forse risulta più chiaramente la sua umanità».
Coloro che non approvano l’espressione Papa emerito vedono con maggior favore e cosa più giusta, per non dire doverosa, citare l’esempio famoso della rinuncia di Papa Celestino V, che tra l’altro è stato fatto Santo, il quale, lasciato il governo della Chiesa, se ne tornò alla semplice condizione di monaco qual era prima.
Per illuminare convenientemente questa complessa situazione, per comprenderne il senso alla luce della fede, trovare vie giuridiche per dirimerla e darle un’opportuna regolazione, correggere difetti e allontanare eventuali rischi o pericoli presenti e futuri, ci permettiamo di suggerire al Pontefice regnante, in collaborazione col Santo Padre Benedetto XVI, con l’aiuto e il consiglio di validi collaboratori, canonisti, moralisti, ecclesiologi e profeti,  di valersi del seguente quadruplice criterio di giudizio, tenendo sempre presente la volontà di Cristo, il bene della Chiesa, l’onore di Dio e la salvezza delle anime.
La prima verifica da fare, che non dovrebbe presentare difficoltà, è se questa coesistenza di due Papi offende in qualche modo la giustizia naturale o la legge morale cristiana o la carità fraterna. Se la cosa passa a questo primo controllo, bisogna vedere se essa risponde a un impulso dello Spirito Santo. Se la cosa passa anche a questo vaglio, allora bisogna verificare se contrasta in qualche modo con la costituzione essenziale della Chiesa e del papato. Ma per fare un’opera veramente saggia e adeguata all’importanza spirituale della questione, bisognerà consultare la storia della Chiesa e gli esempi dei Santi, nei quali, seppure in altri campi, è apparso evidente l’operare innovatore e sorprendente dello Spirito Santo. Solo a questo punto si potrà passare all’istituzione di opportune norme giuridiche attinenti non solo al caso presente, ma anche ad eventuali casi futuri.
Una cosa è certa, a distanza di oltre quattro anni dall’atto di rinuncia di Benedetto XVI, la figura del cosiddetto Papa emerito non è stato istituita, meno che mai inserita nel Codice di Diritto Canonico e regolamentata dalle leggi della Chiesa, proprio perché il titolo di “emerito” dato ad un Sommo Pontefice che ha fatto libero atto di rinuncia, crea dei problemi forse non facili da risolvere sia sul piano giuridico e teologico. Pertanto, fin quando l’emeritato applicato al Romano Pontefice non sarà istituito e regolato dalle leggi canoniche, rimarrà solo un modo di dire per indicare una situazione insolita e provvisoria. E tra una situazione insolita e provvisoria, ed un istituto giuridico, la differenza che corre non è certo cosa di poco conto.

Un tribunale rivoluzionario
Con quanto sin qui premesso diamo atto al Professor Andrea Grillo di aver preso in considerazione il grave e non facile problema dello status giuridico di Benedetto XVI. Grillo, che è anche un giurista, si è accorto dell’esistenza di una zona giuridica rimasta scoperta e bisognosa come tale di essere regolata in un settore delicatissimo della vita della Chiesa: nientedimeno che il diritto pontificio [vedere testo integrale della sua intervista, QUI].
Papa Francesco sembra curarsi poco di questa questione. Ma ciò fa sì che su di essa stiano imperversando gli interventi e i pareri più strani e contradditori, riflettenti, come al solito, la sciagurata contrapposizione fra lefebvriani e modernisti, col risultato da una parte di far piacere al mondo e ai nemici della Chiesa esterni ed interni e dall’altra, di sconcertare e turbare gli animi dei buoni fedeli su quello che è un cardine della concezione cattolica della Chiesa, ossia il ministero petrino.
Purtroppo Grillo ha affrontato questa gravissima ed urgentissima questione senza dar mostra di basarsi sui criteri suddetti, al contrario, in modo superficiale ed a tratta anche irresponsabile, come se si trattasse di allontanare o di punire in un partito politico un ex-dirigente che vuol ancora influire sul legittimo successore. Per giunta, dal tono della reprimenda del misericordista Grillo contro Benedetto XVI, si evince uno stato d’animo fazioso e giustizialista e un argomentare apparentemente razionale, ma in realtà sofistico contro il cosiddetto Papa emerito, da lui chiamato sibillinamente «vescovo emerito».
Grillo, con lo stile di un tribuno del popolo dell’’89 o di un sessantottino che decreta giustizia sommaria contro i padroni, sembra ingiungere più che suggerire, al Papa emerito, di andarsene in esilio lontano dal Vaticano e di tacere per sempre, motivando ciò con argomenti capziosi ed inconsistenti, che mostrano solo la rabbia di Grillo per un grande teologo che ha scoperto i suoi altarini. Per questo,  secondo me, Grillo ― mi rivolgo a lui fraternamente, da teologo a teologo ―, per evitare di aumentare la cattiva fama che già si è procurato con altre uscite del genere, farebbe bene lui a tacere. E se vuol parlare, cosa che, sia come teologo cattolico sia come giurista ha diritto e dovere di fare, parli pure, ma cum grano salis e cum sobrietate ma soprattutto evitando di spegnere il fuoco con la benzina.
Forse Grillo non si rende conto della gravissima portata dei suoi giudizi in una situazione ecclesiale ed ecclesiastica già tormentata e lacerata da ostinate contrapposizioni estremistiche interne tra gli avversi partiti dei lefebvriani e dei modernisti, dove gli spazi di mediazione sembrano ridursi di giorno in giorno e il solco tra i nemici sta diventando un abisso per il continuo emergere sulla scena di personaggi sovversivi e farneticanti, che si spacciano per amici e collaboratori del Santo Padre, mentre in realtà il loro cattolicesimo assomiglia alla dottrina della Chiesa come la strega dei sette nani assomiglia a Biancaneve.
Suscita davvero sofferenza l’impudenza con la quale Grillo accusa Benedetto XVI di disprezzo della ragione per il solo fatto di aver sostenuto con sagge parole il valore del silenzio liturgico, se teniamo presente la forza e l’autorevolezza con le quali egli, sul solco della sua precedente attività come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a fianco del poderoso Autore della Fides et Ratio e nella linea dei grandi ultimi Papi vindici e promotori della ragione nella fede, dal  Beato Pio IX, a San Pio X, Pio XI, Pio XII, San Giovanni XXIII, il Beato Paolo VI, ha coraggiosamente e sapientemente sostenuto e difeso la dignità dell’umana ragione («l’allargamento della ragione»), come premessa alla morale (i «valori non negoziabili»), preambolo della fede e strumento della teologia, sopportando le opposizioni provenienti da scientisti, irrazionalisti, luterani, modernisti, idealisti, massoni, comunisti e musulmani.
Infelice e fuori luogo è quindi l’idea di Grillo di mettere a tacere nel Professor Joseph Ratzinger il più grande dei teologi del Novecento, mostrando di essere in tal modo scarsamente capace di cogliere la robustezza e nobiltà di pensiero di colui che per vent’anni ha combattuto come capo della Congregazione per la dottrina della fede per i valori della ragione e della fede. Infatti, con la sua recente critica rasente lo sfottò rivolta all’etica del Cardinale Carlo Caffarra e di San Giovanni Paolo II, Grillo mostra chiaramente di esser pronto a stravolgere il dato reale, se è vero, come egli sostiene, che Papa Francesco ha rivoluzionato il concetto del matrimonio del Beato Pio IX, di Pio XI e di San Giovanni Paolo II [vedere precedenti articoli, QUIQUIQUIQUIQUI].
Grillo pare proprio ignorare quello che è il sacrosanto diritto e dovere di Papa Benedetto di esprimere il proprio autorevolissimo pensiero, in sua qualità di grande teologo annoverato ormai tra i più grandi teologi contemporanei. È semplicemente ridicolo che Grillo, infetto di modernismo, pretenda di insegnare a Benedetto come deve atteggiarsi nei confronti di Papa Francesco. L’accusa che Grillo fa a Benedetto di uscire dal suo posto e di mettere a disagio Francesco o addirittura di interferire nella sua autorità apostolica con la sua prefazione al libro del Cardinale Robert Sarah è assolutamente infondata. Benedetto sa molto meglio di Grillo come, in che termini ed entro quali limiti un teologo può e deve esprimere il proprio pensiero in aiuto al magistero pontificio, proprio lui che da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede emanò nel 1990 la Donum veritatis, un’illuminante istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo [vedere testo QUI].
Sono sicuro invece che il Santo Padre, che ha venerazione per Benedetto e se lo tiene vicino, ad manus, come suo autorevolissimo e saggio consigliere, ha molto gradito l’intervento umile, utile e misurato di Benedetto, che sa benissimo come destreggiarsi col Sommo Pontefice, avendo congiunto egli stesso nella sua persona il ruolo di Papa con quello di teologo fedelissimo al Magistero.

Un’enciclica scritta a quattro mani
La stessa enciclica di Papa Francesco,Lumen Fidei, come è noto, riprende e completa il lavoro che Benedetto aveva iniziato e lasciato interrotto con il suo atto di rinuncia, tanto che è stata chiamata enciclica scritta “a quattro mani”.  In essa si può avvertire un’eco della venerazione ratzingheriana per Sant’Agostino, cultore di Platone come mistagogo ai misteri della fede: «Nella vita di Sant’Agostino troviamo un esempio significativo del cammino in cui la ricerca della ragione, con il suo desiderio di verità e di chiarezza, è stata integrata nell’orizzonte della fede, da cui ha ricevuto nuova comprensione» [n. 33].
Sappiamo altresì quanto Benedetto XVI ha messo in rilievo l’apporto della filosofia greca per la comprensione della Parola di Dio spiegata e formulata dalla Chiesa nel dogma. E difatti il testo così prosegue: «Da una parte, Agostino accoglie la filosofia greca della luce con la sua insistenza sulla visione. Il suo incontro con il neoplatonismo gli ha fatto conoscere il paradigma della luce, che discende dall’alto per illuminare le cose, ed è così un simbolo di Dio […] D’altra parte, però, nell’esperienza concreta di Sant’Agostino, che egli stesso racconta nelle sue confessioni, il momento decisivo del suo cammino di fede non è stato quello di una visione di Dio, oltre questo mondo, ma piuttosto quello dell’ascolto, quando nel giardino sentì una voce che gli diceva: “prendi e leggi”; egli prese il volume con le Lettere di San Paolo soffermandosi sul capitolo tredicesimo di quella ai Romani. Apparve così il Dio personale della Bibbia, capace di parlare all’uomo, di scendere a vivere con lui e di accompagnare il suo cammino nella storia, manifestandosi nel tempo dell’ascolto e della risposta. E tuttavia, questo incontro con il Dio della Parola non ha portato Sant’Agostino  a rifiutare la luce e la visione. Egli ha integrato ambedue le prospettive, guidato sempre dalla rivelazione dell’amore di Dio in Gesù. E così ha elaborato una filosofia della luce che accoglie in sé la reciprocità propria della parola e apre uno spazio alla libertà dello sguardo verso la luce» [ibid.].
In Sant’Agostino l’ascolto della Parola di Dio nella fede è la preparazione e l’introduzione alla beata visione di Dio in cielo. Infatti egli è ben consapevole del fatto che quaggiù è possibile conoscere Dio solo indirettamente, per la mediazione delle creature, come dice San Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio e in enigma, ma allora vedremo faccia a faccia» [I Cor 13,12].
Benedetto XVI e Francesco I s’incontrano,come è ovvio per due Papi, nel riconoscimento di questa funzione essenziale della ragione nell’acquisto della fede, gesto sommamente importante per la salvezza degli uomini del nostro tempo, smarriti nella ragione ancor prima che nella fede. E se Papa Benedetto insisteva tanto da teologo nel mettere in luce la ragione come base della fede, Papa Francesco, consapevole anch’egli dell’urgenza di ricostruire la dignità e i poteri della ragione,  a suo modo anch’egli opera per questo nobile fine, da un punto di vista di pastore e non di teologo, quando con tanta insistenza esalta i valori umani, tanto da suscitare fastidio se non scandalo in coloro che vorrebbero i suoi discorsi più intonati e più attenti ai valori dello spirito, del sacro, della religione e del soprannaturale.
Ma già Pio XII, che non si può certo accusare di poca attenzione alla spiritualità, si era accorto della necessità di ripristinare l’umano come condizione per poter edificare il cristiano e il Beato Paolo VI sottolineava la necessità di far precedere all’evangelizzazione la promozione umana in un mondo che ha perduto la nozione della ragione e con ciò stesso la nozione dell’uomo, se è vero che l’uomo è l’animale ragionevole.

Benedetto e Francesco si completano a vicenda
La cosa che è sotto gli occhi di tutti sono i buoni rapporti esterni e gli attestati di reciproca stima fra i due Papi, rapporti che essi hanno espresso pubblicamente in più occasioni; questa è già una buona base per affrontare e risolvere la questione di un certo contrasto ad una maggiore profondità. A mio modo di vedere Papa Francesco farebbe bene a raccogliere e far fruttare la ricca e preziosa eredità di Benedetto XVI, come ho cercato di mostrare in un mio recente articolo su L’Isola di Patmos. Papa Francesco ha voluto dare impulso alla riforma conciliare, ma forse che ciò non stava anche negli intenti di Benedetto? Solo che Benedetto era preoccupato di difendere il Concilio dall’interpretazione modernista rahneriana. Viceversa, il modo col quale Francesco esalta il Concilio fa sì che a volte egli dia l’impressione di avvicinarsi all’interpretazione modernista e lo si vede dal fatto che evita di evidenziare l’opposizione, della quale parlava Benedetto XVI tra continuità e rottura circa la questione del rapporto del Concilio con la tradizione. Sembra che per Francesco i problemi vengano soprattutto dal fariseismo, dal conservatorismo e dalla «rigidezza», mentre è troppo indulgente verso le ben più gravi deviazioni storiciste, relativiste, mutabiliste, sovversive e moderniste. Egli peraltro accentua una certa tendenza misericordista della pastorale conciliare, che Ratzinger aveva tentato di arginare.
Occorrerebbe che i due Papi sapessero meglio sostenersi e completarsi a vicenda e collaborare meglio, nell’utilizzazione delle qualità proprie di ciascuno: Benedetto XVI può aiutare il Pontefice regnante insieme al Cardinale Gerhard L. Müller nella promozione e nella difesa della sana dottrina, correggendo l’ecumenismo opportunista, inconcludente e relativista del Cardinale Walter Kasper. A Papa Francesco, pertanto, resta tuttora il gravoso compito di adoperarsi per il raggiungimento dell’obbiettivo ultimo della Unitatis redintegratio, ancora disatteso dalla linea Kasper, obbiettivo che prevede, tolti «ostacoli» e «carenze», «l’accesso dei fratelli separati nella piena comunione con la Chiesa cattolica» [cf. n.3].
Così pure nel dialogo con l’Islam, occorre che Papa Francesco, fedele all’insegnamento conciliare sull’Islam della Nostra aetate, che evidenzia i punti di contatto della teologia islamica con quella cristiana, ai fine di offrire alla Chiesa una visione completa della teologia islamica, integri l’insegnamento conciliare con quello di Papa Benedetto espresso nella famosa lectio magistralis di Ratisbona, che evidenzia l’aspetto irrazionale e fatalistico del Dio coranico, cosa che Grillo dovrebbe tenere presente prima di accusare Benedetto di irrazionalismo [testo e video QUI e QUI].
Nella vicenda della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Papa Francesco ha mostrato benevolenza concedendo ai sacerdoti permessi di confessare e di celebrare matrimoni, ma resta ancora l’opposizione della Fraternità alle dottrine del Concilio segnalata da Benedetto XVI ed il giudizio di filo-protestantesimo dato dall’Arcivescovo Marcel Lefèbvre alla Messa novus ordo, cose che, come ha avvertito il predecessore del Pontefice regnante:  «impediscono alla Fraternità di essere in piena comunione con la Chiesa» [cf. QUI].
Papa Francesco sopperisce e rimedia alla limitata sensibilità sociale di Papa Benedetto ― da lui umilmente riconosciuta ―, con la indefessa predicazione dell’apertura al prossimo, con l’enunciazione dei princìpi della giustizia sociale ed economica, con interventi concreti in questo campo, con la promozione della misericordia, della conversione, del perdono, della pace e della riconciliazione, riguardo alle grandi questioni umanitarie di come affrontare il degrado morale nelle famiglie e nella società, l’educazione dei giovani, l’opera di pacificazione da condurre fra belligeranti, la corruzione politica e dei costumi, l’opposizione ai fondamentalismi e al terrorismo, i problemi dell’alimentazione e della salute, quelli posti dalle disuguaglianze e sperequazioni economiche, lo sfruttamento del lavoro dei minori e delle donne, il dramma dell’immigrazione e il problema della sopravvivenza di immense masse umane prive del necessario, l’urgenza della cura e del rispetto della natura, il problema dei mutamenti climatici, con le relative conseguenze dannose nelle popolazioni povere.
Nella delicata questione della teologia della liberazione, il Cardinale Müller mette in luce con la citazione di alcune dichiarazioni di Gustavo Gutiérrez, gli elementi positivi di detta teologia, che l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, come Capo della Congregazione per la dottrina della fede, aveva già evidenziato nell’Istruzione Libertatis nuntius del 1986. Dice il Cardinale Müller: «In un discorso tenuto a metà degli anni Novanta alla presenza del cardinale Ratzinger, Gustavo Gutiérrez sottolineò che «è importante che nel suo passo finale l’opzione per i poveri sia un’opzione per il Dio di quel regno annunciato da Gesù Cristo», e aggiunse: «il motivo ultimo per l’impegno a favore dei poveri e degli oppressi non risiede quindi in un’analisi della società, né nell’esperienza diretta che possiamo fare della povertà, e neanche nella nostra compassione umana. Tutte queste cose sono motivazioni utili, che senza dubbio giocano un ruolo importante nella nostra vita e nei nostri rapporti umani. Ciononostante, il nostro impegno di cristiani si fonda sulla fede nel Dio di Gesù Cristo. Si tratta di un’opzione teocentrica e profetica, che affonda le sue radici nella gratuità dell’amore di Dio, che la rende necessaria”» [2].
È noto come Papa Francesco simpatizzi per gli aspetti positivi della teologia della liberazione, il che ovviamente non vuol dire che egli ignori il rischio che essa sia contaminata dal marxismo, segnalato dalla Congregazione per la dottrina della fede nell’Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della liberazione” del 1984 [vedere testo QUI].
La pubblicazione dell’Amoris laetitia ha fatto pensare ad alcuni un contrasto fra il Magistero di Papa Francesco e quello di Papa Benedetto, con particolare rifermento al permesso della Comunione ai divorziati risposati. Come ho spiegato più volte suL’Isola di Patmos, l’eventualità che Francesco conceda in casi speciali, come quelli indicati dal Cardinale Francesco Coccopalmerio, il detto permesso, rientra nella sua facoltà di disciplinare l’amministrazione dei Sacramenti, per cui resta salva la continuità magisteriale fra i due Papi in campo dogmatico, come del resto diversamente non potrebbe essere. Piuttosto, coloro che creano confusione in questo campo col loro storicismo situazionista e relativista sono il Cardinale Kasper e il Grillo. Vero interprete del documento papale, indicato dallo stesso Pontefice, è invece il Cardinale Christoph  Schönborn.
Il maggior successo di popolo che Papa Francesco ottiene nei suoi viaggi rispetto a Papa Benedetto non è tanto dovuto a una migliore evangelizzazione o ad una proposta cristiana più elevata, quanto ad una maggiore attenzione agli aspetti antropologici e sociali. L’elevato numero di non credenti o di ex nemici della Chiesa, che rimangono tali, ma che tessono lodi sperticate a Papa Francesco non sembra per lo più motivato dal fatto che esse vedono maggiormente in lui l’uomo di Dio o il testimone del regno di Dio o forse il Vicario di Cristo, ma sembra in parte influenzato e frastornato dai potenti mass-media controllati dalla massoneria, che presentano abilmente al pubblico un Papa liberazionista, modernista, populista, filo-luterano e misericordista, lassista e permissivo. Tutti difetti che il Santo Padre sembrerebbe avere, ma che in realtà non ha, perché la cosa sarebbe troppo grave, benché il suo linguaggio non sempre chiaro, l’imprudenza di certe sue scelte pastorali, la durezza di certi sui interventi che sanno di autoritarismo, la parzialità di certi giudizi che dividono anziché unire, e l’ambiguità della sua condotta morale, che sa di opportunismo, sembrino favorire questa interpretazione.
Il successo popolare non è sempre segno che il predicatore ha annunciato il Vangelo nella sua integralità scandalosa e irritante per il mondo. Se il predicatore piace al mondo, non è detto che sia un buon segno. Il messaggio evangelico, per la verità, si pone a due livelli contenutistici, che appaiono chiaramente dall’esempio stesso di Gesù: uno, attinente ai bisogni e ai diritti dell’uomo, soprattutto dei poveri, dei sofferenti e degli oppressi. Gesù infatti inizia la sua predicazione chiamando alla conversione ed esortando alle buone opere, ed annunciando la prossima venuta del regno di Dio, regno di misericordia, di perdono, di libertà, di giustizia e di pace, e compiendo miracoli. Le folle, comprensibilmente, sono molto soddisfatte per un simile benefattore e accorrono a frotte dal Signore, tessendone le lodi. Ma poi Gesù, a un certo punto, dopo essersi reso credibile con queste opere di carità e di misericordia ed insegnamenti di comune saggezza umana, passa ad annunciare il cuore del messaggio evangelico, che è il mistero della croce e sono i misteri propri della salvezza e della vita eterna, apparentemente ostici alla ragione ed agli interessi umani, ma in realtà sorgenti della vera  beatitudine, come per esempio, quando parla dell’Eucaristia [cf. Gv 6] o annuncia a Pietro la sua passione, per non parlare di quando annuncia di essere il Messia Figlio di Dio giudice dei vivi e dei morti. È a questo punto che le folle si diradano, Gesù resta solo ed incontra un’opposizione tale, che Lo condurrà alla croce.
Papa Francesco si è fermato finora soprattutto al primo livello e ha fatto del bene. Ma i buoni cattolici e veri evangelizzatori, e non le masse manovrate dai furbi e gli adulatori del Papa, attendono che egli passi al secondo livello di predicazione, dando egli l’impressione di indugiare troppo sul primo, quasi per rispetto umano o per timore delle minacce dell’opposizione che viene dal mondo, oggi soprattutto dalla massoneria, penetrata nella Chiesa, sin dall’epoca del Beato Paolo VI, per mezzo dei modernisti e dei rahneriani. Certo, il Papa avrà sotto gli occhi quello che è successo a Benedetto per aver annunciato Cristo Crocifisso, soprattutto nella sua bellissima e dottissima trilogia cristologica. Francesco va molto cauto per non tirarsi addosso l’aggressione dei modernisti, dei rahneriani, dei comunisti, dei  luterani e degli islamici. Egli cerca ogni possibile punto di contatto e di dialogo; e questo va bene. Ma a volte ha delle espressioni a doppio senso, che possono avere un senso ortodosso, ma anche eterodosso, quindi facilmente strumentalizzabile dai nemici della Chiesa. E questo difetto, atto a generare equivoci, difetto che gli è stato più volte rimproverato da molti, anche da buoni Cardinali, non va bene; quindi è necessario che si corregga. Inoltre, Francesco non potrà tacere all’infinito circa gli errori dei nemici della Chiesa. E poi, secondo me, farebbe bene a mettere in maggior luce quella che è la sostanza originale del Vangelo, della quale parla troppo poco. Chiediamo allo Spirito Santo e all’intercessione della Madonna che ottengano a Papa Francesco la forza di resistere a questi nemici e di vincerli.

Come e perché si è giunti a questa situazione? E come si può uscire?
Quello che semmai potremmo chiederci è come mai e a causa di quali eventi o per quali motivi la Chiesa si trova oggi ad avere contemporaneamente due Papi e come potrebbero e dovrebbero essere considerati e regolati i rapporti fra di loro. I recenti interventi di Andrea Grillo in merito, danno l’impressione, come si suol dire, di un elefante entrato in un negozio di cristalli. Non si potrebbe infatti immaginare nulla di più grossolano ed offensivo nei confronti di Benedetto XVI, né di smaccatamente adulatorio e cortigiano nei confronti di Papa Francesco. È evidente l’incapacità del Grillo di mitigare, come dovrebbe, l’indubbio benché non grave contrasto esistente fra la pastorale elitaria ratzingeriana e quella populista bergogliana. Occorre invece con ogni mezzo operare per favorire la collaborazione fra i due Papi per il bene della Chiesa.
C’è peraltro da notare che dall’epoca del Beato Paolo VI ha cominciato ad apparir sempre più chiaro, fino a giungere all’evidenza palmare dei nostri giorni, che il papato è oggetto, da parte della massoneria, di una sistematica operazione di accerchiamento ed isolamento dal resto della Chiesa, tesa a conservare l’istituto tributandogli apparente ossequio, ma in realtà rendendone inoperante l’azione di  governo, al fine di svuotarlo del suo valore proprio, voluto da Cristo, per svilirlo ad una semplice funzione simbolica o di rappresentanza, sul tipo della monarchia britannica o della presidenza dell’O.N.U o dei patriarcati ortodossi o dei pastori protestanti, mentre il governo effettivo della Chiesa verrebbe affidato a un gruppo di potere modernista, longa manus della massoneria, sorto all’interno dell’episcopato e del collegio cardinalizio. E lo strumento teologico del quale la massoneria si è servita e si serve per condurre questa operazione, è la teologia di Rahner, la quale, spacciata per teologia del Concilio Vaticano II, grazie a una metodica perseveranza ed ad un’ottima organizzazione, lautamente finanziata dalla massoneria, è stata fatta penetrare subdolamente negli istituti educativi della Chiesa, senza che il papato sia riuscito ad impedirlo, così da ottenere un episcopato e un cardinalato rahneriano, soggetto non al papato, ma alla massoneria. Questa colossale operazione diabolica, oggi come oggi, è in gran parte riuscita. È sorta così una Chiesa massonica ― la Chiesa modernista ― all’interno della Chiesa cattolica. Alcuni la chiamano «neochiesa». Usiamo allora l’espressione giusta: è una falsa chiesa.
A proposito di Rahner, alcuni potrebbero ricordarmi che in fin dei conti Ratzinger e Rahner collaborarono assieme nei lavori del Concilio Vaticano II. È  vero. Ma quando Ratzinger fu eletto al Sacro Soglio, molta acqua era passata sotto i ponti. Infatti, come narra lo stesso Ratzinger nella detta intervista a Seewald, e come risulta dalla storia della teologia post-conciliare, finito il Concilio, Ratzinger si accorse che Rahner, sotto la maschera del progressista ― nel che non c’è nulla di male ― in realtà era un modernista,  il che è chiaramente eresia. A quel punto, Ratzinger, che intendeva mantenersi fedele al magistero della Chiesa, cominciò non solo a prendere le distanze da Rahner, ma ad attaccarlo severamente, come meritava. Per tutta risposta, Rahner e compagni kunghiani mossero guerra contro Ratzinger, una guerra che tuttora è in corso.
San Giovanni Paolo II, dal canto suo premiò il coraggio dell’Arcivescovo Joseph Ratzinger facendolo nel 1981 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Il conclave del 2005 lo premiò ulteriormente con la sua elezione a Sommo Pontefice. Ma intanto, i potentissimi rahneriani che erano penetrati nel sacro collegio, riuscirono a ottenere il favore dei filo-rahneriani, per cui capovolsero da favorevole a sfavorevole l’orientamento nei confronti di Benedetto. Così è giunto l’atto di rinuncia di Benedetto XVI, dopo che lo si era spinto in una situazione insostenibile. Poco dopo Benedetto XVI è stato succeduto da Papa Francesco, che nella mente dei rahneriani doveva essere un loro docile strumento da manovrare a piacere. Ma non hanno fatto bene i conti. Si sono lasciati sfuggire il fatto che Papa Francesco, pur con tutti i suoi limiti umani, è Vicario di Cristo. Per questo Papa Francesco terrà saldo il timone della Chiesa, nonostante la sua apparente manovrabilità.
Il libero atto di rinuncia di Papa Benedetto, avvenuto com’egli stesso ha dichiarato in piena libertà e senza alcuna coartazione, si spiega dunque come volontà di non prestarsi a questa abbietta operazione, di non cedere a questa imposizione e nel contempo suppongono la convinzione di non riuscire a farvi fronte. Chi si trova a combattere contro un nemico troppo forte, si arrende, rifiutando di cedere alle sue richieste o di aderire o di aver parte alle sue intenzioni malvagie e di lasciarsi usare da lui. Questa è stata la scelta di Benedetto, dettata da piena e cosciente libertà. Tuttavia in questa scelta c’è un aspetto lodevole e un aspetto riprovevole. L’aspetto lodevole, in quanto, da finissimo teologo qual era, Ratzinger conosceva bene l’inganno e la seduzione del modernismo, per cui rifiutò assolutamente di farsene complice. L’aspetto riprovevole, in quanto Benedetto ragionò troppo in termini umani, pensò eccessivamente alla sua debolezza umana ― come risulta dal motivo ufficiale del suo atto di rinuncia – e troppo poco in termini di fede, ossia pensò troppo poco alla forza soprannaturale del carisma di Pietro.
Forse che nei secoli precedenti molti Romani Pontefici non si erano trovati in situazioni simili? Eppure non hanno fatto atto di rinuncia, hanno resistito fino all’ultimo ed alcuni hanno affrontato il martirio. Il capo di un’azienda non possiede un carisma divino che gli permette di restare sempre al suo posto, ma il Capo della Chiesa sì, lo possiede per la promessa e la volontà di Cristo che lo assiste attraverso l’opera e le azioni di grazia dello Spirito Santo [cf. Lc 22, 31-34; Gv 20, 19-29]. Benedetto XVI, comunque, non ce l’ha fatta. Difficile sapere se per limiti oggettivi insuperabili, indipendenti dalla sua volontà, per umiltà o per mancanza di coraggio e fede nel carisma di Pietro. Lasciamo a Dio il giudizio sulla sua coscienza e sulle sue responsabilità. Ma il fatto in se stesso resterà alla storia. Benedetto ci è stato di esempio di fedeltà alla dottrina, ma non di esempio nel coraggio.
Papa Benedetto ha fatto atto di rinunciaperché si è accorto di essere tradito persino dai suoi intimi collaboratori, come apparve chiaro nella vicenda di Paolo Gabriele. E poiché la croce si stava facendo troppo pesante, non se la è sentita di continuare a lavorare con collaboratori infidi. «Il Papa», dice Benedetto [3], «incontra quotidianamente la croce […] Se un Papa ricevesse solo gli applausi, si dovrebbe chiedersi se non stia facendo qualcosa di sbagliato […] Il Papa sarà sempre segno di contraddizione, … ma ciò non significa che deve morire sotto la mannaia». Non gli è proibito sottrarsi a un carico troppo pesante. Benedetto si è trovato a un certo punto circondato da collaboratori infidi, modernisti e rahneriani. E si è accorto che in quelle condizioni non era più in grado di governare la Chiesa, ostacolato da chi maggiormente doveva aiutarlo.
Papa Francesco, dal canto suo, carattere più energico e coriaceo, consapevole del fatto che la Chiesa deve pur avere una guida, benché consapevole della situazione, si è messo con fiducia nelle mani dello Spirito Santo, avviando un’azione difficilissima, con la quale da una parte salva l’essenziale del ministero petrino; ma dall’altra deve cedere su punti secondari per evitare il peggio. Ma egli ha già detto che, per amore di Cristo, è pronto ad affrontare il martirio.
Intanto l’operazione dei massoni e dei Giuda è giunta a tal punto di maturazione, che, dopo decenni di scalata al potere, e di cedimento del papato, ormai sono giunti nelle immediate vicinanze del trono di Pietro, all’interno della stessa Segreteria di Stato. La pentola è pronta. Manca il coperchio. Ma questo non ci sarà mai, giacché, come dice il proverbio, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. La vera Chiesa resisterà, sotto la guida del Papa, nonostante l’opera che attualmente la massoneria sta tentando per convincerlo, tra adulazioni e minacce, circondandolo di falsi collaboratori, a cedere alla sua concezione del papato non come guida della Chiesa ma semplicemente come rappresentante ed espressione della collegialità dei credenti.
Siccome Dio vuol tutti salvi e dà a tutti i mezzi per salvarsi, dobbiamo, tutti insieme col Santo Padre, aver più fiducia, come sempre la Chiesa ha avuto fiducia, di poter condurre, sotto l’impulso dello Spirito Santo, con la predicazione e il buon esempio, tutti i popoli della terra alla Chiesa cattolica, quale che sia la cultura o religione alla quale appartengono. Questo è il senso dellaEvangelii Gaudium, in linea con la spinta evangelizzatrice del Concilio e di tutti i Papi del post-concilio. In particolare, contro il buonismo di oggi, che è una vera e propria droga dello spirito, e per un’autentica concezione della misericordia, sulla quale tanto insiste il Papa, occorre ricordare che la predicazione della misericordia e della confidenza in Dio dev’essere bensì accompagnata dall’amore per il peccatore, ma nel contempo dall’odio per il peccato, e quindi dall’avvertimento che Dio punisce il peccato, per cui deve suscitare il timor di Dio e la volontà assoluta di non offenderLo. In questo modo la Chiesa, suscitando nei cuori il senso della loro responsabilità davanti a Dio, tornerà a proporre in maniera persuasiva la vera via del Vangelo e della santificazione degli uomini, liberandosi da un falso misericordismo che la conduce alla rovina.

(Fonte: Giovanni Cavalcoli, O.P., L’Isola di Patmos, 12 giugno 2017)