martedì 20 settembre 2016

Dilaga la Chiesa arcobaleno. I vescovi, vigili e coraggiosi, come al solito tacciono

Il 7 settembre, Elisabetta e Serenella si sono unite civilmente a Palermo. La prima notizia sta nel fatto che questa unione civile non fa più notizia. La seconda notizia – sicuramente meno usuale – vede Padre Cosimo Scordato parroco di San Saverio, chiesa di un rione del centro storico palermitano, presentare durante la messa domenicale alla comunità dei fedeli la coppia lesbica (clicca qui). Il padre ha chiesto ai presenti di “accoglierle nella comunità e di pregare per la loro vita insieme”, perché – così sostiene – la scelta di Elisabetta e Serenella “guarda al futuro”. Poi ha aggiunto: “Qualche giorno fa sono venute da me per chiedermi di benedire gli anelli. La Chiesa non ammette questo sacramento per le coppie omosessuali ma le ho invitate comunque a venire a messa per presentarle alla Comunità, perché la Chiesa deve accogliere tutti”.
Evidentemente padre Scordato è tale di nome e di fatto perché immemore di ciò che dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: bene accogliere le persone omosessuali, male accogliere l’omosessualità. E la presentazione delle coppia omosessuale in chiesa, durante la celebrazione eucaristica non può che essere letta come benedizione dell’omosessualità. Ed infatti aggiunge a beneficio dei garantisti, cioè di coloro che tendono a minimizzare simile uscite eretiche: “Il mio auspicio è che un giorno la Chiesa accetti di benedire anche le relazioni omosessuali. Le cose si cambiano poco a poco, un passo per volta”. Ed infatti è noto che al peccato mortale in genere ci si avvicina per gradi.
Cambiamo scenario, ma la musica rimane la stessa. Un gruppo di credenti interconfessionali - cattolici, valdesi, battisti, “veterocattolici” (sic), tra cui laici e non – mette in piedi l’iniziativa Progetto Gionata teso a far “conoscere il cammino che i credenti omosessuali fanno ogni giorno nelle loro comunità e nelle varie Chiese”. Il Gruppo di Ricerca su Spiritualità ed Omosessualità nato in seno a questo progetto invita tutti, dal 14 al 16 ottobre presso l’Eremo di Monte Giove vicino a Fano (dove vive una comunità di monaci camaldolesi), al decimo “Ritiro-laboratorio di spiritualità LGBTI” che avrà come titolo “Ad immagine e somiglianza di un Dio queer”. E pensare che noi abbiamo sempre creduto di essere stati creati ad immagine e somiglianza del Dio cattolico. Vetero-ingenuità.
In realtà il Gruppo di ricerca di cui sopra non ha inventato nulla di nuovo. Da tempo esiste una vera e propria teologia queer tesa ad incistare il portato culturale e dottrinale cristiano con la teoria del gender. In breve – al pari della messa gay di Padre Scordato – si vuole che la Chiesa incensi omosessualità e transessualità. Perché, così pare a loro, Dio abbraccia il peccatore e il peccato.
Ed infatti il sito del Progetto Gionata così interroga noi cattolici old style: “Che cosa ha da dire, alla vita di gay e lesbiche, il Dio delle teologie queer? Quanto c’è di sconvolgente nel modo di essere e di amare delle persone LGBTI, che possa essere ritrovato nel Dio della tradizione ebraico-cristiana? E, viceversa, in quale misura gay, lesbiche, trans o intersessuali, costruiscono un’identità personale ispirata ad un Dio ‘altro’, e quanto invece a modelli culturali che appartengono semplicemente alla società in cui cresciamo? Ci proponiamo di fare un percorso di approfondimento e di integrazione corpo-spirito, con la teologa e pastora Daniela Di Carlo e l’insegnante di Biodanza SRT Maria Monti. [...] Vi aspettiamo per riscoprire insieme una spiritualità cristiana inclusiva e liberante”. L’aggettivo “liberante” è significativo perché rimanda non solo al percorso di liberazione da supposti tabù culturali eterosessisti, ma anche al processo di liberazione di gay, trans, lesbiche etc. dall’oppressione di una cultura bigotta. Alcuni infatti considerano la teologia queer come una costola della teologia della liberazione.
Lasciamo ai teologi rispondere alle domande che assillano gli organizzatori del ritiro, che appare più un ritiro dalla sana dottrina. Qui vogliamo solo appuntare un dato: l’inerzia totale delle gerarchie nel denunciare pubblicamente simili iniziative. Perché l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice non fa almeno una ramanzina a Padre Cosimo? Forse lo avrà ripreso privatamente – siamo anche noi garantisti – ma operando solo così lo scandalo non è evitato. Perché i vescovi competenti non tuonano contro il Progetto Gionata? Gli atti omissivi verso il male, che permettono il male quando sarebbe doveroso impedirlo, pesano tanto quanto se non di più degli atti commissivi.
In breve qui siamo in presenza di sedicenti cattolici che spacciano l’omosessualità come condizione buona e compatibile con l’insegnamento di Cristo. È come un rivenditore Ferrari che consiglia al cliente di comprarsi una bella Skoda. Non credete che il responsabile vendite Ferrari appena appreso di questo comportamento scorretto che favorisce la concorrenza licenzierebbe in tronco il fedifrago rivenditore?

(Fonte: Tommaso Scandroglio, Il Timone, 20 settembre 2016)


Così si perde l’intuizione da cui nacque Assisi 1986

Ieri, 18 settembre, si è verificata una strana coincidenza: si è chiuso il Congresso Eucaristico nazionale a Genova, mentre si apriva l’incontro interreligioso per la pace ad Assisi (“Sete di pace” è il tema) nel trentesimo anniversario dell’incontro voluto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986. Coincidenza certamente non voluta, e neanche notata dai rispettivi organizzatori, eppure molto significativa. Perché se ad Assisi si prega per la pace, a Genova si adorava Cristo che «è la vera pace». L’uno, l’appuntamento di Genova, è il fondamento del secondo, l’incontro con i rappresentanti delle altre religioni ad Assisi.
Ce lo aveva ben chiaro san Giovanni Paolo II quando ebbe l’intuizione di convocare ad Assisi i rappresentanti di tutte le religioni. Lo spiegò efficacemente due mesi dopo, nel discorso di auguri alla Curia Romana (22 dicembre 1986), in cui respinse qualsiasi «confusione e sincretismo», ponendo invece l’incontro di Assisi nella prospettiva dell’«ordine della creazione»: «l’unità dell’origine divina di tutta la famiglia umana, di ogni uomo e donna, che si riflette nell’unità della immagine divina che ciascuno porta in sé (cf. Gen 1, 26), e orienta di per se stessa a un fine comune (cf. Nostra Aetate, 1)».
Da questo punto di vista le divisioni religiose sono il frutto della «caduta», del peccato. Sta alla Chiesa, depositaria della verità rivelata, «sacramento di salvezza» e «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», testimoniare ciò a cui tutte le religioni, e tutti gli uomini, aspirano: «Il disegno divino, unico e definitivo, ha il suo centro in Gesù Cristo, Dio e uomo “nel quale gli uomini trovano la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato a sé tutte le cose”». La preghiera, spiegava ancora Giovanni Paolo II - ognuno «secondo la propria identità e nella ricerca della verità» - è il comune riconoscimento che la pace viene da Dio, è un passo nella consapevolezza di quell’ordine della creazione che vale per tutti. E questa era l’immagine sintetica che san Giovanni Paolo II offriva dell’incontro di Assisi: «La Chiesa cattolica che tiene per mano i fratelli cristiani e questi tutti insieme che congiungono la mano con i fratelli delle altre religioni».
È per questo che nel breve discorso finale ad Assisi, san Giovanni Paolo II annunciò con molta chiarezza: «In relazione all’ultima preghiera, quella cristiana, nella serie che abbiamo ascoltato, professo di nuovo la mia convinzione, condivisa da tutti i cristiani, che in Gesù Cristo, quale Salvatore di tutti, è da ricercare la vera pace. (…) È infatti la mia convinzione di fede che mi ha fatto rivolgere a voi, rappresentanti di Chiese cristiane e comunità ecclesiali e religioni mondiali, in spirito di profondo amore e rispetto. Con gli altri cristiani noi condividiamo molte convinzioni, particolarmente per quanto riguarda la pace. Con le religioni mondiali condividiamo un comune rispetto e obbedienza alla coscienza, la quale insegna a noi tutti a cercare la verità, ad amare e servire tutti gli individui e tutti i popoli, e perciò a fare pace tra i singoli e tra le nazioni».
Spiace dirlo, ma negli interventi che l’hanno preceduto e nelle relazioni d’apertura di ieri ad Assisi, di questo approccio delle origini proprio non si trova traccia. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e vero motore degli incontri interreligiosi che dal 1987 proseguono come eredità del primo incontro, evoca continuamente lo “spirito di Assisi” e si accredita come l’erede di Giovanni Paolo II (per quel che riguarda il dialogo interreligioso), ma l’approccio appare ben diverso da quello descritto nel 1986: dialogo è la parola d’ordine ma il disegno divino è ridotto a una generica pace, in vista della quale si capisce che non giovi l’affermazione della propria identità. 
Per questo non è possibile cogliere il nesso con il Congresso Eucaristico, che san Giovanni Paolo II – proprio per la sua dichiarazione di fede che fece in quell’occasione – avrebbe visto come il fondamento dell’incontro di Assisi. Ovviamente non sappiamo cosa dirà domani, martedì, papa Francesco quando toccherà a lui incontrare i leader religiosi nella città umbra e non dubitiamo che almeno lui riprenda l’intuizione originale di trenta anni fa. Però c’è un dato oggettivo che, lo si voglia o meno, lancia un messaggio: papa Francesco sarà infatti ad Assisi ma non è andato a Genova. E siccome le luci dei media si accendono ovviamente dove c’è il Papa, è così che tutti i riflettori sono su Assisi, mentre il Congresso Eucaristico è passato completamente inosservato. Così si è persa una grande occasione per mostrare l’origine e il fine del dialogo per la pace.
Ma c’è un altro gesto compiuto dal Papa che è significativo: ovvero la mancanza di un invito ad Assisi per il Dalai Lama, che invece trenta anni fa era al fianco di Giovanni Paolo II. Sebbene la notizia, rivelata dall’entourage del Dalai Lama, non sia stata spiegata o commentata dalla Sala Stampa vaticana, appare evidente che tale decisione sia stata presa per evitare di irritare Pechino nel momento in cui la Santa Sede sta facendo di tutto per riallacciare le relazioni diplomatiche con la Cina popolare. È insomma il ritorno della realpolitik – cui Giovanni Paolo II era decisamente contrario - che sembrava sepolta dopo il fallimento cui era andata incontro con i paesi dell’allora Unione Sovietica. Del resto, per lo stesso motivo, il Dalai Lama non era stato ricevuto dal Papa neanche due anni fa, quando era a Roma per il summit dei Premi Nobel. Ma c’è una oggettiva differenza di significato tra una visita privata, cui si può rinunciare senza grossi problemi, e un’iniziativa pubblica, religiosa, che viene modulata sulle esigenze politiche del momento. Non è che noi si muoia dalla voglia di vedere il Dalai Lama ad Assisi, ma non vederlo per compiacere l’Imperatore lascia un certo disagio.

(Fonte: Riccardo Cascioli, La nuova bussola quotidiana, 19 settembre 2016)


E il sindaco Virginia si diverte con i matrimoni gay

Chi si ostina a sostenere che il sindaco Raggi (mi rifiuto di oltraggiare l'italiano con "sindaca"! n.d.r.) non ha fatto ancora niente per la Capitale, da ieri potrà affermare che il primo cittadino pentastellato ha celebrato in Campidoglio la prima unione civile omosessuale nel comune di Roma ai sensi della Legge Cirinnà. 
Gli “sposi” sono Francisco Raffaele Villarusso, 43 anni, nato a Cerignola, e Luca De Sario, 30 anni, di Roma. I due uomini indossavano un cilindro viola uguale, camicie con jabot e sneakers. Deve essere stato questo look stravagante dei due uomini a ispirare il discorso della sindaca che ha augurato «una unione lunga e divertente». D’altra parte l’auspicio di generare figli maschi va ancora incontro a problemi di natura biologica. Questa unione «potrebbe avere qualche scossone», ha proseguito Raggi, «ma vi auguro di superare gli ostacoli che la vita ci pone davanti. Questa è la sfida che vi accingete a intraprendere, andate avanti a testa alta con forza e divertitevi, il segreto è divertirsi. Vi auguro una vita intensa».
Insomma, il segreto di una relazione stabile e duratura secondo il sindaco di Roma è divertirsi; forse la giovane Virginia alludeva alla mancanza dell’obbligo di fedeltà come previsto dalla legge che regolamenta le unioni civili. Eppure la Raggi senza troppi giri di parole ha spiegato che si tratta di «un momento importante, una grande emozione», perché «nasce una nuova coppia e una famiglia». Quindi, con buona pace di Alfano e dei parlamentari di Ndc che per mesi hanno sostenuto il contrario, il primo cittadino della capitale d’Italia ha voluto sottolineare che si è trattato di un matrimonio in tutto e per tutto che va a formare una nuova famiglia. 
Concetto ribadito alla stampa presente in piazza del Campidoglio anche da Raffaele  e Luca: «Questa legge ci rende tutti uguali. Abbiamo messo nero su bianco, ora siamo una famiglia». Nessun commento, ovviamente, dal Viminale dopo che Alfano ha passato tutta l’estate a raccomandare i Comuni che non si sarebbe dovuto parlare di celebrazioni e rivendicando il risultato ottenuto grazie alla sua mediazione che non esisterebbe alcuna similitudine col matrimonio. 
Bisognerebbe poi aprire un capitolo a parte sul fatto che Roma sia una delle poche città in Italia che ha già allestito il registro per le Unioni Civili. La solerzia di essere uno dei primi Comuni che alza bandiera arcobaleno, fa da contraltare ad un città ancora in balia del degrado. Ma come dare torto a Virginia? L’importante è divertirsi. 

(Fonte: Marco Guerra, La bussola quotidiana, 18 settembre 2016)


Chi ha trasmesso il documentario piu' crudele contro Madre Teresa? Tv2000, il canale della CEI

“Madre Teresa: al servizio di Dio” è il titolo di un documentario trasmesso in quattro momenti diversi (sabato 3 settembre alle 7.35 e 23.20 e domenica 4 settembre alle ore 12.50 e 18.30) da Tv2000, la televisione che fa riferimento alla Chiesa italiana. Il filmato è presentato sul sito di Tv2000 così: «È un documentario dai toni forti, talvolta crudeli, ma che mette in luce la forza interiore di questa donna, ma anche le sue fragilità. È un ritratto che esalta tutte le sfumature di una personalità complessa e controversa». Mah! A noi pare un’infelice accozzaglia di tutte le feroci critiche che per molti anni sono state scaraventate contro la santa di Calcutta. E che fino a ieri pensavamo potessero arrivare solo da un certo mondo laicista, non certo da una televisione di chiara ispirazione cattolica. Qui di seguito pubblichiamo un post tratto dalla pagina Facebook In movimento.
IL SANTO NON È UN SUPERUOMO MA UN UOMO VERO
Domenica 4 settembre è stata canonizzata Madre Teresa di Calcutta.
Come scriveva don Giussani nella presentazione del libro di Cyril Martindale Santi, «il santo non è un superuomo ma un uomo vero... perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore e di cui è costituito il suo destino... fare la volontà di Dio dentro una umanità che rimane tale e pur diventa diversa».
Noi che corriamo, persi nella sbadataggine della vita quotidiana, nel giorno della canonizzazione sentiamo il bisogno di essere aiutati a conoscere e comprendere l’eccezionalità di quella grande persona, per fermarci un attimo e comprendere la nostra vita. E magari per questo accendiamo TV2000, la televisione dei vescovi italiani. Di mattina danno un documentario su Madre Teresa di Calcutta, girato nel 2010, diretto da una giornalista francese, tale Patricia Boutinard Rouelle, che anziché dipingere una santa ci descrive una persona ossessionata dal peccato, moralisticamente integralista, che involontariamente fa del male pensando di fare del bene. Il documentario viene addirittura riproposto nel pomeriggio, tanto è importante.
Per chi non l’avesse visto, e per meglio capirne il tenore, ne riporto alcuni passaggi.
IL DOCUMENTARIO SCANDALISTICO SU MADRE TERESA
Nel documentario la voce fuori campo dice che nelle case della congregazione religiosa delle Missionarie della carità, luoghi sporchi e fatiscenti, si può entrare purché non si pongano domande, facendo quasi intendere che ci si trovi in luoghi dove alle suore sia imposto dall’alto il silenzio, in modo che non si diano spiegazioni, quasi fossero luoghi “omertosi”. Sono posti dove le persone moribonde vengono accompagnate alla morte, e quindi a Cristo, piuttosto che alla guarigione. Dubbi vengono fatti sorgere circa la destinazione dei fondi, si dice infatti: «Le donazioni arrivano, la congregazione è ricca, ma la questione denaro è poco chiara, non ci sono cifre disponibili».
Madre Teresa sarebbe una persona tormentata dal pensiero di non avere abbastanza fede e dunque «come incontrare Dio se non offrendogli sempre più anime. Per placare la sete di Gesù (notate come Gesù venga raffigurato come “assetato”, ndr), Madre Teresa si imbarca in una sorta di corsa alle anime. La sua lotta contro l’aborto non è forse il maggiore esempio di questa volontà di salvare più anime?». E quindi ecco il filmato del discorso tenuto in occasione del ricevimento del premio Nobel per la pace, in cui afferma che l’aborto è il maggior distruttore della pace. [leggi MADRE TERESA: IL PIU’ GRANDE DISTRUTTORE DELLA PACE E’ L’ABORTO, clicca qui, N.d.BB]
Ma, subito dopo, viene intervistato un padre gesuita, definito stretto collaboratore di Madre Teresa, che afferma che «nelle parole di Madre Teresa non vede nessuna compassione nei confronti delle donne costrette ad abortire, ma un giudizio morale». Il gesuita dice che nell’ascoltare quelle parole proferite durante la cerimonia del Nobel si è sentito a disagio. Per il commentatore «questa crociata (notare il termine, ndr) contro l’aborto nasconde un’altra battaglia, quella contro la contraccezione».
I PIÙ POVERI TRA I POVERI
Si passa poi a visitare il reparto con bambini disabili in cui alcuni vengono legati per questione di sicurezza. Per questo, la voce fuori campo si chiede perché le suore non utilizzino i soldi per assumere altro personale. Ma Madre Teresa è ossessionata dalla sofferenza, da disabilità o altro non importa, e viene rappresentata quasi come una persona masochista, e per darne un esempio viene citata una sua affermazione, definita «molto strana»: «I poveri sono amareggiati e soffrono perché non hanno la felicità che la povertà ci dona quando nasce per amore di Cristo».
Ad alcune ragazze universitarie svizzere, che hanno passato un mese in una casa delle Missionarie della carità peruviana, con bambini handicappati, le suore, che si danno per amore ai poveri, sette giorni su sette, non avendo tempo di pensare a se stesse, appaiono quasi inumane, e si chiedono se esse abbiano dei sentimenti. Le ragazze fanno quasi intendere che il luogo sia un “lager” poiché le suore impongono le restrizioni, frutto del loro voto di povertà, anche ai poveri bambini sfortunati. Quindi la voce fuori campo dice: «A che serve il voto di povertà se fa soffrire chi vogliamo aiutare? Per le suore servire Dio dà senso a tutto ciò che fanno, rischiando di allontanarle dalla realtà e dagli uomini». Madre Teresa come una persona ossessionata da un vuoto interiore alla ricerca di Dio, un’ossessione che le fa fare cose strane.
Infine si passa a Londra. I cronisti, accompagnando le suorine nelle loro escursioni notturne, si meravigliano perché pensavano di andare in alcune zone interdette, in alcune periferie difficili, «ma no, niente affatto. Con alcune medagliette della Vergine in mano, partono per un quartiere animato del centro, dove, usando una loro espressione, “vanno a salvare le anime dalle tenebre del peccato”». Si vedono così alcuni pornoshop e una suora che riprende, con voce autoritaria e moralisticheggiante (nella voce tradotta italiana) una persona frequentante quei locali. La suora, nella voce originale, non ha, ovviamente, quel tono. Il fine è quello di raffigurare una realtà che non esiste, di proporre una tesi ideologicamente precostituita.
INTERROGATIVI CHE AUMENTANO LA NOSTRA CONFUSIONE
Dopo la visione di questo documentario verrebbe spontaneo chiedersi: «Ma perché si canonizza una tale persona? Una persona ossessionata dal peccato? Che fa crociate contro l’aborto solo per portare più anime a Cristo e ingraziarselo, visto che sente di avere poca fede? Che salvando bambini dall’aborto e criticando la contraccezione non porta certo aiuto ad una nazione sovraffollata come l’India? Una persona che “plagia” le suorine sue consorelle tanto da farle diventare delle macchine, inumane ed insensibili persino ai loro stessi bisogni?».
Il documentario di TV2000 è in pieno accordo con l’editoriale di MicroMega pubblicato il giorno prima della canonizzazione dal titolo: “Madre Teresa NON era una santa”, in cui si sostiene che Madre Teresa ha aperto case dove i malati venivano abbandonati a loro stessi, nonostante abbia raccolto centinaia di milioni di sterline da donazioni che non si saprebbe dove siano finiti, forse su conti bancari segreti. Che ha aperto sì 517 case di accoglienza in oltre 100 paesi, ma che questo costituisce «una ragione senza dubbio valida per chiudere un occhio, almeno qui in Terra. Ai giudizi divini, penserà qualcun altro».
E allora, mi chiedo, è possibile che venga prodotto, proprio sulla TV dei vescovi italiani, seguita da tante semplici persone che si fidano, un documentario così radicalmente denigratorio della figura della santa Teresa di Calcutta? Diffuso proprio nella mattinata della sua canonizzazione, e riproposto addirittura per ben due volte nella stessa giornata? Quale il fine? Che cosa ci vuole dire? TV2000 di che cosa ci vuole convincere? Sono tanti gli interrogativi che aumentano la nostra confusione, anche se una cosa è certa: qualcosa non quadra!

(Fonte: Sabino Paciolla, BastaBugie n.471, 14 settembre 2016)


giovedì 8 settembre 2016

Sbeffeggiati al Festival di Venezia il Papa e il Vaticano

La figura del Papa è approdata alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno nel modo peggiore che si potesse immaginare. Essa è stata dileggiata, schernita, vilipesa con gli strumenti dell’affabulatore pensiero contemporaneo, ammantato di abilità artistica e cerebrale.
A Venezia sono state presentate le prime due puntate (sulle complessive dieci) della serie tv The Young Pope, diretta dal regista pluripremiato Paolo Sorrentino e prodotta da Sky, HBO e Canal+: investimento sostanzioso per un prodotto che, in contemporanea al Pontificato di Francesco, elimina in toto l’aura di sacralità del Pontefice.
Sorrentino, che si è limitato a raccogliere tutto ciò che offre la secolarizzata e materializzata civiltà occidentale, con questo provocatorio lavoro sorpassa in bruttezza, in volgarità e blasfemia il satirico Habemus Papam di Nanni Moretti: là il Papa, che aveva comunque già perso il suo ruolo di Vicario di Cristo, era un uomo insicuro, bisognoso dello psicanalista. Qui, invece, siamo di fronte ad un uomo diabolico.
La Chiesa viene rappresentata soltanto come un contenitore di vanità, di potere, di fobie e di manie di grandezza. Vero squallore per gli squallidi tempi che viviamo, dove il limite non esiste più, come ha dimostrato l’orrenda vignetta di Charlie Hebdosulle vittime del terremoto del 24 agosto scorso. Miasmi di un’età in cui il Papato da 50 anni a questa parte ha sempre più rinunciato ad assolvere il suo compito fondativo: confermare i fedeli nella fede ed evangelizzare le genti per la salvezza eterna delle anime.
Il papa di Sorrentino è americano, si chiama Lenny Belardo – interpretato da Jude Law – e, una volta eletto, prende il nome di Pio XIII. Fuma in maniera compulsiva, mette le infradito, indossa scarpe Louboutin.
Dal 21 ottobre andrà in onda su SKY Atlantic e, forse, sarebbe buona cosa che gli uomini di Chiesa, soprattutto le alte gerarchie, ne prendessero visione al fine di rendersi conto che cosa sia davvero accaduto nel voler, con il Concilio Vaticano II, dialogare con il mondo e con i lontani: non solo le vocazioni sono rare e le chiese sempre più vuote, ma ormai la figura del Capo della Chiesa viene sbeffeggiata e dileggiata con arroganza, tanto da arrivare a far dire al papa: «Non credo in Dio» per poi sogghignare mefistofelicamente e dire «Sto scherzando». Ma questo film non è affatto uno scherzo e neppure una buffonata. È, al contrario, estremamente serio nel rispecchiare un’epoca in cui la Chiesa terrena ha perso l’orientamento, ha smarrito, in sintesi, l’altare rivolto verso oriente, verso Dio.
Il regista non ha nessun timore per i commenti oltre Tevere. «Quali reazioni mi aspetto dal Vaticano? È un problema loro, non mio, capiranno che è un lavoro onesto, senza sterili provocazioni o pregiudizi, sulle contraddizioni e le difficoltà di quel mondo, e di un prete speciale che è il Papa» ha detto al Corriere della Sera lo scorso 3 settembre. Perverso e pasoliniano meditare cinematografico quello di Sorrentino in questa architettonica operazione. Comunque sia, il film infierisce pesantemente sul Vaticano, che dovrebbe porsi davvero il «problema»: dalla crisi della Chiesa postconciliare si è passati all’agonia, sulla quale irridono coloro che utilizzano le debolezze altrui per farne il proprio successo e per servire il padrone degli abissi.
L’astuto Sorrentino non vuole far intendere che la Chiesa sia cambiata, perché, così facendo, metterebbe in allarme, allora indaga su «come si gestisce e si manipola il potere in uno Stato che ha come dogma e come imperativo morale la rinuncia al potere e l’amore disinteressato verso il prossimo». Ci vorrebbe, secondo il regista, più e più libertà nella Chiesa (siamo di fronte all’abbraccio mortale con il mondo): «Che il cammino della Chiesa verso la liberalità continui dopo Francesco è illusorio pensarlo, come è illusorio pensare che la Chiesa sia cambiata». (http://www.corriere.it/spettacoli /16_settembre_03/mostra-cinema-venezia-2016-papa-provocatorio-sorrentino-012eb5c4-71bb-11e6-a5ab-6335286216cb.shtml). Gode nel colpire e ferire l’immagine pseudopetrina, ben sapendo di trovarsi di fronte ad una realtà sempre meno sacra, sempre più svuotata dei suoi contenuti dottrinali e di fede, sempre più fragile, vulnerabile e corrotta spiritualmente e moralmente.
Il cast è di prim’ordine: oltre al già citato divo protagonista, troviamo Diane Keaton, segretaria particolare del papa, che nel film indossa una t-shirt con il titolo della canzone di Madonna Louise Veronica Ciccone, Like a Virgin; Silvio Orlando interpreta, invece, il segretario di Stato avversato da Pio XIII, una sorta di Jago, che cerca di studiare i punti deboli del pontefice, «perché gli uomini sono come Dio: non cambiano mai». Orlando pensa soprattutto ai giocatori del Napoli, ai soldi e al potere; mentre Cécile de France è la responsabile del marketing del Vaticano.
Sorrentino parla «dei segni evidenti dell’esistenza e dell’assenza di Dio, di come si cerca e di come si perde la fede, della grandezza della Santità, così grande da ritenerla insopportabile». Il suo è un pontefice spigoloso, imprevedibile («ho imparato a confondere i pensieri del prossimo fin da bambino»), solitario, contraddittorio, tradizionalista, che rinvia la prima omelia dal balcone di San Pietro, perché vuole essere irraggiungibile come una rockstar, «invisibile come Salinger e Mina». Molte le scene forti, in particolare quelle della libertà sognata da questo antipapa, che esorta le persone a peccare e a non avere più sensi di colpa…
Non andiamo oltre, tutto ciò è sufficiente per bussare alla porta del Vaticano e chiedere: per quanto tempo ancora dovremo rinunciare alla condanna di ciò che è giusto per ciò che è ingiusto e malvagio? Per quanto tempo ancora deve essere sottratta la Verità portata dal Figlio di Dio a questa povera umanità contemporanea, ubriacata da Kant, Freud, Rahner, Teilhard de Chardin… dai Pasolini, Pannella, Scalfari, Sorrentino? Per quanto tempo ancora, dopo aver elargito perle agli indegni, si continuerà ad essere superbi con la Santissima Trinità, umiliandosi senza onore davanti agli uomini per vedere calpestare le perle di inestimabile valore ed essere sbranati dai senza Dio?

(Fonte: Cristina Siccardi, Corrispondenza Romana, 7 settembre 2016)



venerdì 19 agosto 2016

La lobby LGBT esiste: George Soros finanzia Arcigay

Che esista una lobby LGBT lo diciamo da tempo. Ora però ne abbiamo la prova.
Dopo l’operazione di hackeraggio delle mail del magnate George Soros avvenuta pochi giorni fa, infatti, è possibile vedere chiaramente chi guida il mondo e verso quale direzione.

Non è questa la sede per entrare nel merito dei singoli documenti rubati. Basti solo mettere in evidenza che lo scopo di Soros è “supportare la società civile nel mondo”. E, dai database della sua Open Society Foundation – con cellule e società affiliate in tutto il mondo -, emerge nitidamente che la crisi economica è considerata positivamente: «L’avversità in campo economico stimola apatia perché i cittadini sono più preoccupati a risolvere i propri affari privati». Dunque avranno meno tempo e meno voglia di lottare per la dimensione valoriale. Capite bene?Ci vogliono tenere affamati in modo da impedirci ogni forma di ribellione alla dittatura che intendono instaurare. Non è un caso quindi se proprio ora cercano di farci digerire ideologia gender, pseudo-matrimoni omosessuali, adozioni gay e utero in affitto. Sanno che questo è il momento favorevole.
E arriviamo allora al rapporto del miliardario con le associazioni LGBT, che è il tema per noi più interessante. Osserviamo l’immagine qui sotto:
Notiamo che tra il 2013 e il 2014 – in pratica in vista delle elezioni europee – Soros si è occupato dell’Italia e ha dato ben 100.000 dollari (per l’esattezza 99.690$) all’Arcigay, nel contesto del progetto “LGBT Mob-Watch Italy-Europe 2014“.
«Questo progetto – è scritto – punta a mobilitare, canalizzare ed amplificare la voce e le richieste delle persone LGBT italiane e dei loro alleati alle elezioni europee 2014, costruendo uno strumento permanente per monitorare, fare campagne, mobilitare e fare lobby in queste e nelle prossime elezioni. Arcigay punta a informare, mobilitare e incanalare la voce degli elettori LGBT – e di quelli che simpatizzano per la loro causa – in modo da ridurre la distanza tra gli standard italiani e quelli della UE riguardo la protezione delle persone LGBT, evidenziando il ruolo positivo della UE nel campo dei diritti umani e dei diritti LGBT».
Dietro l’agenda LGBT c’è il grande capitale (si veda ad esempio quiqui e qui). Lo stesso – detto per inciso – che finanzia e sostiene Hillary Clinton, la candidata legata alle lobby Lgbt e dichiaratamente abortista.
Quanto accaduto con il furto delle mail, però, dimostra che, nonostante la sua potenza, Soros è un gigante coi piedi d’argilla, che può essere sconfitto. Se non avesse paura del popolo, infatti, non sprecherebbe tutte queste energie e risorse per tenerlo fuori dalle decisioni e imporgli determinate ideologie.
Pertanto, dobbiamo tenere duro e avere coraggio: c’è ancora speranza. Il buon senso dei più vincerà.

(Fonte: Redazionale, Notizie ProVita, 18 agosto 2016)



L’ultimo testamento. La parola "fine" di Benedetto XVI alla sua vita

Tra tanti primati papali il record, non solo editoriale, lo vincerà lui. Per la prima volta nella storia, non solo della Chiesa cattolica, ma del mondo, Benedetto XVI uscirà in libreria con un inedito assoluto che non ha neppure un minimo lontano precedente: il primo libro intervista di un Papa emerito. A scriverlo insieme con Ratzinger anche questa volta è stato il suo biografo, il giornalista tedesco Peter Seewald. Quello che uscirà in contemporanea mondiale l’8 settembre prossimo sarà il quarto della serie: due scritti con l’allora cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (Il sale della terra, e Dio e il mondo), uno con il Papa felicemente regnante nel quale si parlava anche della possibilità delle dimissioni dalla cattedra di Pietro (Luce del mondo) e, infine, uno con il Pontefice emerito che nella versione italiana si intitola Ultime conversazioni ed è edito da Garzanti, mentre in quella inglese è certo che avrà un titolo molto più accattivante: L’ultimo testamento.
Un volume con il quale Benedetto XVI metterà la parola fine alla sua vita e soprattutto al suo controverso pontificato, oggetto di attacchi spregiudicati dentro e fuori la Curia romana che ricordano quelli di cui erano vittime i Pontefici medioevali. Un testo tutt’altro che edulcorato o spirituale come qualcuno potrebbe immaginare e men che mai revisionista che, da una prospettiva unica nel suo genere, quella del Papa emerito, ovvero di chi può guardare e commentare la successione al proprio pontificato, ripercorre gli otto anni che lo hanno visto guidare la barca di Pietro in un mare a dir poco in tempesta. Si spazia a partire dalla presenza di una “lobby gay” in Vaticano, composta da quattro o cinque persone che Ratzinger afferma di essere riuscito a sciogliere.
Benedetto XVI si spinge ancora più avanti ripercorrendo i suoi tentativi di riformare lo Ior e la sua politica della tolleranza zero per debellare definitivamente la piaga della pedofilia, sottolineando le difficoltà che un Papa incontra quando cerca di intervenire sulla “sporcizia nella Chiesa” che lui stesso aveva denunciato con forza pubblicamente da cardinale. A Seewald che lo incalza con le domande, Ratzinger racconta anche di come ha preparato in gran segreto la rinuncia e ammette di aver appreso “con sorpresa” il nome del suo successore: aveva pensato a dei nomi, “ma non a lui”, Jorge Mario Bergoglio. Così come confessa la sua “gioia” nel vedere in televisione come il Papa appena eletto pregava e comunicava con la folla nella sua prima apparizione pubblica subito dopo la fumata bianca e descrive la figura di Francesco evidenziando sia ciò che lo accomuna a lui, sia ciò che lo differenzia.
Non ho mai percepito il potere – afferma Ratzinger in Ultime conversazioni  – come una posizione di forza, ma sempre come responsabilità, come un compito pesante e gravoso. Un compito che costringe ogni giorno a chiedersi: ne sono stato all’altezza?”. Il volume, spiega l’editore italiano Garzanti, rappresenta “il testamento spirituale, il lascito intimo e personale del Papa che più di ogni altro è riuscito ad attirare l’attenzione sia dei fedeli sia dei non credenti sul ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo. Indimenticabile resta la scelta di abbandonare il pontificato e di rinunciare al potere: un gesto senza precedenti e destinato a cambiare per sempre il corso della storia. In questa lunga intervista con Seewald il Papa affronta per la prima volta i tormenti, la commozione e i duri momenti che hanno preceduto le sue dimissioni; ma risponde anche, con sorprendente sincerità, alle tante domande sulla sua vita pubblica e privata: la carriera di teologo di successo e l’amicizia con san Giovanni Paolo II, i giorni del Concilio Vaticano II e l’elezione al papato, gli scandali degli abusi sessuali del clero e i complotti di Vatileaks. Benedetto XVI si racconta con estremo coraggio e candore, alternando ricordi personali a parole profonde e cariche di speranza sul futuro della fede e della cristianità. Leggere oggi le sue ultime riflessioni è un’occasione privilegiata per rivivere e riascoltare i pensieri e gli insegnamenti di un uomo straordinario capace di amare e di stupire il mondo”.
Congedandosi per sempre dal mondo il 28 febbraio 2013 sul balcone del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, Ratzinger aveva detto: “Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità. E mi sento molto appoggiato dalla vostra simpatia. Andiamo avanti insieme con il Signore per il bene della Chiesa e del mondo”.
Un pellegrino che, trasferitosi stabilmente all’interno del “recinto di Pietro”, nel Monastero Mater Ecclesiae nei giardini vaticani, ha rotto poche volte il suo silenzio. Lo ha fatto ultimamente il 28 giugno scorso ritornando per la prima volta dopo le dimissioni nel Palazzo Apostolico che negli anni del pontificato era stato la sua casa. Francesco ha voluto festeggiare con lui nella sala Clementina il suo 65esimo anniversario di sacerdozio in una cerimonia semplice e commovente nella quale è emersa in modo trasparente l’amicizia autentica che lega Ratzinger al suo successore: “Grazie soprattutto a lei, Santo Padre: la sua bontà, dal primo momento dell’elezione, in ogni momento della mia vita qui, mi colpisce, mi porta realmente, interiormente più che nei giardini vaticani, con la bellezza, la Sua bontà è il luogo dove abito: mi sento protetto. Grazie anche della parola di ringraziamento, per tutto. E speriamo che lei potrà andare avanti con noi tutti con questa via della misericordia divina, mostrando la strada di Gesù, a Gesù, a Dio”.
Parole che saranno riprese e sviluppate nel libro intervista destinato a diventare un bestseller mondiale. Un ulteriore segno di ciò che Benedetto XVI aveva spiegato ai fedeli nella sua ultima udienza generale, il 27 febbraio 2013:  “Chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per cosi’ dire,totalmente tolta la dimensione privata. Ho potuto sperimentare e lo sperimento precisamente ora, che uno riceve la vita proprio quando la dona”. In questi tre anni e mezzo di pontificato alla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, sapientemente guidata dal presidente monsignor Giuseppe Antonio Scotti che ha recentemente passato il testimone a padre Federico Lombardi, è toccato il ruolo di tenere vivo il magistero del Papa tedesco. Tantissime sono state le iniziative con un successo a dir poco sorprendente che ne hanno favorito la conoscenza e lo studio su scala mondiale: dai numerosi convegni internazionali, al prestigioso Premio Ratzinger, alla biblioteca intitolata al successore di Francesco all’interno del complesso del Campo Santo Teutonico in Vaticano, alla pagina Facebook della Fondazione che ha letteralmente sbancato sul social network. Una testimonianza preziosa alla quale oggi si associa lo stesso Papa emerito con il suo ultimo testamento.

(Fonte: Francesco Antonio Grana, Faro di Roma, 18 agosto 2016)



venerdì 12 agosto 2016

Francesco il ribelle. Contro la "colonizzazione ideologica"

È quella, dice, di chi insegna "che il sesso ognuno lo può scegliere". E intanto i vescovi australiani documentano come avanza ovunque l'ideologia del "gender", a scapito del matrimonio tra uomo e donna.
  
Rompendo l'iniziale consegna del silenzio, la Santa Sede ha resa pubblica qualche giorno fa la trascrizione del colloquio a porte chiuse avvenuto tra papa Francesco e i vescovi della Polonia nel primo giorno della sua trasferta in quel paese, il 27 luglio a Cracovia:
Una ragione di questa insolita pubblicazione "ex post" è stata probabilmente la volontà di troncare le indiscrezioni che circolavano sui contenuti di quel colloquio, in particolare riguardo alla comunione ai divorziati risposati, vista la compatta contrarietà dei vescovi polacchi a qualsiasi cedimento in proposito.
In realtà, a leggere la trascrizione del lungo colloquio, non vi si trova alcun accenno alla "Amoris laetitia" e alle relative controversie.
Vi si scopre invece, verso la fine, una vibrante arringa del papa contro l'ideologia del "gender", da lui bollata come una "vera colonizzazione ideologica" su scala mondiale.
Ecco qui di seguito le sue parole testuali:
"In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni Paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste – lo dico chiaramente con nome e cognome – è il 'gender'! Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. E perché insegnano questo? Perché i libri sono quelli delle persone e delle istituzioni che ti danno i soldi. Sono le colonizzazioni ideologiche, sostenute anche da Paesi molto influenti. E questo è terribile. Parlando con papa Benedetto, che sta bene e ha un pensiero chiaro, mi diceva: 'Santità, questa è l’epoca del peccato contro Dio Creatore!'. È intelligente! Dio ha creato l’uomo e la donna; Dio ha creato il mondo così, così, così… e noi stiamo facendo il contrario. Dio ci ha dato uno stato 'incolto', perché noi lo facessimo diventare cultura; e poi, con questa cultura, facciamo cose che ci riportano allo stato 'incolto'! Quello che ha detto papa Benedetto dobbiamo pensarlo: 'È l’epoca del peccato contro Dio Creatore!'”.
Il circuito dei grandi media ha praticamente ignorato queste parole di Francesco, per di più arricchite da una citazione di peso del papa emerito. E non c'è da stupirsi, perché è questo che capita ogni volta che Francesco dice qualcosa che stride con la sua immagine mediatica dominante, di papa aperto alla modernità.
Intanto però quelle cose le ha dette, come già altre volte in passato. E si può presumere che non siano state bene accolte da quei settori della Chiesa che propugnano un drastico ammodernamento della dottrina cattolica in materia di "gender", di omosessualità, di "matrimonio" tra persone dello stesso sesso.
Sono settori ecclesiali, questi, ben presenti ed attivi soprattutto nel centro Europa, con tanto di vescovi e teologi in prima fila.
Ma è anche vero che queste tendenze moderniste incontrano l'opposizione di settori molto ampi della Chiesa mondiale, per i quali invece sono musica le parole dette da papa Francesco a Cracovia contro l'ideologia del "gender".
Un esempio tra tanti di questo fronte di resistenza è la lettera pastorale pubblicata a fine novembre del 2015 – cioè dopo la fine del sinodo sulla famiglia – dai vescovi dell'Australia, rivolta non solo ai cattolici ma a tutti i cittadini di quel paese.
In questa lettera, i vescovi australiani difendono vigorosamente la visione originaria del matrimonio tra uomo e donna dalla "confusione" ingenerata dal cosiddetto "matrimonio omosessuale".
(Ecco il testo integrale della lettera pastorale dei vescovi dell'Australia: > Non fare confusione sul matrimonio)
E non si limitano a denunciare tale insidia. La documentano elencando una serie di episodi avvenuti in vari paesi dell'Occidente che testimoniano l'aggressività della nuova ideologia, tale da far diventare il matrimonio tra uomo e donna "una verità che non si può più dire", se non a prezzo di punizioni e di umiliazioni.

(Fonte: Sandro Magister, www.chiesa, 8 agosto 2016)



martedì 2 agosto 2016

Musulmani a Messa: un atto insensato

Dai media nazionali e internazionali apprendiamo dei fatti – in una certa misura indiscutibili nella loro fattualità – ma ascoltiamo anche un accavallarsi di opinioni, molte delle quali presentate a loro volta come fatti; si tratta però di fatti di secondo livello, ossia di notizie riguardanti le “reazioni” delle istituzioni (Chiesa cattolica, rappresentanti delle altre comunità religiose, parlamenti nazionali, capi di Stato e di governo) ai fatti di primo livello. Questa breve premessa massmediologica serve per ragionare da cattolici sull’evento tragico dell’irruzione di due terroristi islamici nella chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, nei pressi di Rouen, e dell’assassinio brutale dell’abbé Jacques Hamel che stava celebrando la Santa Messa.
Le “reazioni” a questo fatto sono state tante, e alcune corrispondono in pieno alla logica della coscienza cristiana: esecrazione di fronte a un sacrilegio così orribile (profanazione di un luogo sacro e aggressione di una persona sacra nel momento stesso in cui svolgeva il rito più sacro), preghiera e opere di riparazione e al sentimento di venerazione di fronte alla vittima innocente della violenza anticristiana. Il professor Roberto de Mattei, per esempio, ha subito pubblicato un editoriale nella sua agenzia “Corrispondenza romana” onorando «il primo martire  dell’islam in Europa».
Altre “reazioni” sono invece dissennate. I media di ieri hanno parlato di una decisione che dovrebbe attuarsi già oggi: invitare i musulmani a partecipare alla Messa domenicale assieme ai fedeli cattolici, nelle chiese cattoliche. La proposta, inizialmente avanzata dal mondo musulmano e sposata dal parroco di Saint Etienne, è stata poi approvata (sembra) dall’intero episcopato francese, e per ultimo anche dall’episcopato italiano, il cui portavoce ha detto (e la frase a effetto ha ottenuto il suo scopo, quello cioè di essere citata da tutte le radio, le televisioni, Internet  e i giornali) che «si tratta di un gesto enorme!».
Di “enorme” in questa uscita del portavoce, c’è solo l’insensatezza (che spero non sia davvero di tutta intera la Conferenza Episcopale Italiana) e la stupidità di esprimersi in questo modo di fronte a eventi come quello di cui si sta parlando. Queste dichiarazioni rispondono evidentemente al dettato di una legge non scritta, ma rigorosamente applicata all’unisono da tutti i poteri forti del nostro mondo occidentale, siano essi poteri ecclesiastici che civili (politica, finanza, informazione).
La legge è che non bisogna condannare nulla, ma proprio nulla, se la condanna deve mettere in cattiva luce la religione dell’islam, senza troppo distinguere tra islam considerato moderato e il cosiddetto islam radicalizzato, e senza sottilizzare troppo sulle intenzioni di guerra santa professate dall’autoproclamato Stato islamico. Non bisogna parlare male dell’islam e non bisogna presentare le vittime cristiane dell’islam come vittime e/o come  cristiane. Bisogna parlare d’altro. Meglio tornare a parlare un’altra volta, come da anni, dell’uguaglianza di tutte le religioni, che sono tutte per la pace e non usano mai la violenza per imporsi le une sulle altre. In questa linea di retorica pacifista, l’idea di invitate i musulmani a Messa costituisce una trovata geniale. Così almeno dice (non so se lo pensa davvero) il portavoce della Cei.
Ma c’è un problema. Oltre alla responsabilità istituzionale che obbliga in un certo grado ed entro certi limiti la Chiesa gerarchica a occuparsi di diplomazia inter-religiosa (buon vicinato, rispetto incondizionato per l’altro, silenzio sulle colpe altrui e richiesta di perdono per la proprie colpe, vere o presunte che siano, non importa), c’è anche – ed è la più importante, anzi è quella essenziale, tanto che se manca quella non c’è proprio più Chiesa – la responsabilità di dare a Cristo Gesù, realmente presente «in corpo, sangue, anima e divinità» nell’Eucaristia, il dovuto culto adorazione.
Nelle chiese cattoliche questo culto si dà con la santa Messa e con la “riserva” eucaristica  nel Tabernacolo. Per questo le chiese cattoliche non sono un semplice luogo di incontro della comunità, e quindi non sono qualcosa di analogo alle sinagoghe e alle moschee: sono – in senso proprio, cioè in senso teologico e soprannaturale – la “casa di Dio”. Sono un “luogo sacro”, e la profanazione di un luogo sacro è un orrendo peccato agli occhi di Dio, perché è esattamente il contrario di ciò che Dio ordina nel primo comandamento del Decalogo. Anche il sacerdote cattolico è una “persona sacra”, come la Chiesa ha sempre riconosciuto; è una “persona sacra” per effetto della consacrazione sacerdotale ricevuta nel momento in cui un vescovo gli ha conferito il sacramento dell’Ordine, che imprime nell’anima del soggetto un “carattere” indelebile, come il Battesimo.
E’ vero che il mondo contemporaneo è dominato, nella sua cultura apparentemente egemone, dall’ideologia del secolarismo e dal processo sociale della secolarizzazione, quindi anche dalla smania di dimenticare, anzi di rimuovere ogni forma di presenza del Sacro. E’ vero che molti pensatori protestanti (a cominciare da Paul Tillich) pretendono che anche i cristiani di oggi sappiano accettare la secolarizzazione come un fatto positivo, che addirittura risponderebbe al messaggio cristiano originario; è vero che Martin Lutero ha abolito il sacramento dell’Ordine sacro e che per i luterani i preti cattolici, considerati alla stregua dei “pastori” protestanti, non hanno alcun carattere sacro. 
Ma tutto ciò non toglie che la nostra condizione di cattolici ci impone in termini assoluti (cioè, non in termini relativi a qualche convenienza politica del momento) di professare in ogni luogo e in ogni tempo la nostra santa fede, il cui nucleo fondamentale è il mistero della Santissima Trinità e il mistero dell’Incarnazione del Verbo, che è Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo. Professare questi misteri della fede non è compatibile con l’invito, rivolto ai musulmani, di riunirsi con i  cattolici nelle chiese cattoliche per manifestare i propri sentimenti di pace. 
Fare opera di pacificazione, di perdono e di ricerca di un’intesa su qualche valore condivisibile è legittimo, anzi doveroso, in quanto corrisponde a quel dialogo inter-religioso che è stato promosso dal Vaticano II con il decreto Nostra Aetate. Ma fare questa opera di pacificazione nel modo che è stato ora prospettato è assurdo. E’ un «gesto enorme», nel senso che è un’enorme (e abnorme) testimonianza di fede al contrario. Alla fine risulta una vera e propria profanazione, la seconda per quanto riguarda la chiesa di Saint Etienne a Rouen, già orribilmente profanata dall’assassinio rituale di un sacerdote cattolico mentre celebrava la Santa Messa.
E’ inutile far finta di non sapere (lo sanno tutti) che i musulmani che si vogliono invitare a partecipare alla santa Messa professano una fede religiosa che è non solo diversa ma esplicitamente contraria alla fede cattolica. I musulmani non accettano in alcun modo quelli che sono i fondamentali misteri della fede cattolica che nella Messa si celebrano, anzi, li considerano bestemmie contro l’unico Dio, e sono sempre in qualche modo ostili a noi che siamo, ai loro occhi, gli infedeli, gli idolatri.
Che cosa si spera dunque di ottenere dall’ingresso dei musulmani nelle nostre chiese quando viene celebrata la Messa? Nessuno di loro penserà di entrare in luogo sacro, dove si svolge una funzione sacra e si adora il vero Dio in tre Persone, dove si celebra sacramentalmente il sacrificio redentore del Figlio di Dio per la remissione dei nostri peccati. Nessuno di loro, entrando in chiesa, si farà il segno della Croce con l’acqua benedetta (un sacramentale che prepara i fedeli all’atto penitenziale e alla degna ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia). Nessuno di loro si inginocchierà al momento della consacrazione per adorare il Santissimo Sacramento dell’Altare. Soprattutto, nessuno di loro ascolterà l’omelia del sacerdote celebrata come commento liturgico al Vangelo di Gesù Cristo proclamato nella Messa: al massimo, la potranno considerare come qualcosa di analogo (e di contrario) ai sermoni del loro imam.
A che pro tutto questo? Per il bene del dialogo inter-religioso? Per la pace nel mondo? Sono tutti risultati che corrispondono a una pia illusione irenista. Quello che realmente ne risulterà è un’empia profanazione della Santa Messa, del luogo sacro dove essa viene celebrata e della persona sacra del celebrante, che sull’altare è Cristo stesso, in quanto presta la voce e i gesti a Cristo sommo ed eterno Sacerdote, che si fa Vittima perla nostra salvezza.
E se qualcuno, leggendo queste poche righe, penserà che qui si dà troppa importanza al dogma e che quello che conta è la pastorale e l’azione ecumenica, ebbene, sappia che è vittima di accecamento prodotto dalla falsa teologia e dai cattivi pastori. La fede della Chiesa è quella che ho ricordato; nessun Concilio e nessun papa l’ha voluta cambiare, né avrebbe potuto. E sappia che nessuna pastorale e nessuna iniziativa ecumenica raggiunge i suoi veri scopi se ignora o contraddice il dogma.

(Fonte: Antonio Livi, La nuova bussola quotidiana, 31 luglio 2016)



lunedì 1 agosto 2016

Qualcosa non torna se nelle chiese si legge il Corano

Che nella chiesa dove è stato sgozzato padre Jacques siano andati dei musulmani in segno di solidarietà, è sicuramente apprezzabile. Che l’iniziativa sia stata estesa a tutta la Francia, dove gli attacchi del terrorismo islamico si sono moltiplicati, ci sta. Ma vedere che in Italia, a Bari, nella cattedrale di San Sabino è stato letto il Corano (in arabo) in cattedrale; vedere in un video che a Santa Maria in Trastevere addirittura un Imam canta un versetto del Corano; vedere la distribuzione di pane ai musulmani durante la messa, a Ventimiglia (perché? Se non era una "simil-comunione", cos’era: la merenda di metà mattina?) mi lascia, a dir poco, profondamente a disagio, a prescindere dalle intenzioni di chi l’ha fatto.
Sono gesti di grande ambiguità, perché se è vero che nelle nostre chiese può entrare chiunque, e chiunque, singolarmente e personalmente, può mettersi a pregare, è lapalissiano che moschee, sinagoghe e chiese servono fedi differenti, perché è diverso il Dio che vi si prega. Non è vero che abbiamo lo stesso Dio. La chiesa cattolica in particolare non è semplicemente uno spazio dedicato alla preghiera, dove leggere antichi testi sacri, come per altre religioni, ma è il luogo dove viene custodito il corpo di Gesù (e la Messa è la celebrazione dell'Eucarestia, Mistero della Fede), il luogo dei sacramenti; non puoi farci qualunque cosa. 
Gli incontri interreligiosi non si possono improvvisare ma vanno preparati con cura: per difendere la nostra identità, dobbiamo innanzitutto riconoscerla ed affermarla piuttosto che annegarla in un mare di indifferenziata spiritualità. Le intenzioni di chi vuole manifestare la propria abissale distanza dai terroristi sono lodevoli, persino commoventi, e manifestamente sincere, ma che un imam reciti versetti del Corano durante la messa dà l’idea che alla fin fine quel testo non sia poi così diverso dall’Antico e Nuovo Testamento. E allo stesso tempo, un conto può essere il gesto simbolico di un imam, in una chiesa specifica e significativa – come ad esempio quella francese dove è stato ucciso il sacerdote – un altro è una partecipazione corale di musulmani alla messa. Che poi quanto corale sia stata, non è dato sapere, visto che le cifre vengono solo da una organizzazione (la Comai, le Comunità del Mondo arabo in Italia). Insomma, io resto perplessa, e almeno aspetterei prima di parlare di "evento epocale", come hanno fatto in tanti, probabilmente per il sollievo di assistere a un primo gesto significativo della comunità islamica. Per esempio aspetterei di vedere se questa, pur con le sue ombre, è la prima di una serie di iniziative a favore della libertà religiosa, sempre da parte dei musulmani.
Aspetterei di vedere se ne seguiranno altre per dire pubblicamente che anche i cristiani (come tutti i credenti diversi dai musulmani) hanno diritto di costruire chiese nei paesi islamici, hanno diritto di pregare in pubblico e di educare nella propria fede i propri figli, in terra islamica. Aspetterei, insomma, perché a mio personalissimo avviso “la domenica andando alla messa” è solo il titolo di una vecchia canzone, e ho molti dubbi possa essere, di per sé e da solo, la bandiera dell’Islam moderato.

(Fonte: Assuntina Morresi, L’Occidentale, 1 agosto 2016)


mercoledì 27 luglio 2016

Ora la linea morbida del Vaticano mette a disagio il mondo cattolico

I malumori per le posizioni delle gerarchie ecclesiali: "Ingenue e buoniste, serve verità"

La parola disagio stava già stretta prima. Figurarsi oggi dopo la mattanza in una chiesetta della Normandia. Una parte del mondo cattolico fatica a riconoscersi nelle perifrasi delle gerarchie, nel pastoralismo di tante prediche, nel buonismo spalmato sui massacri sempre più frequenti.
Non si tratta di iscriversi al partito degli anti Bergoglio, formuletta frusta e un po' semplicistica, e però diverse voci segnalano un malessere crescente dentro il corpo, vasto e trasversale, della Chiesa italiana che troppo spesso usa un linguaggio politicamente corretto, inadeguato davanti ai drammi della nostra epoca. «La Chiesa - punge Sandro Magister, storico vaticanista dell'Espresso e autore di un blog, Settimo cielo, molto seguito - ha il dovere della verità e invece continua a non chiamare le cose con il loro nome. Nessuno che ai piani alti della Cei metta il terrorismo in relazione con l'Islam. Si utilizzano giri di parole per non dire quel che il fedele vorrebbe sentire. Nessuno che alzi il velo della reticenza: il terrore non è figlio della povertà o della mancata integrazione. In Germania l'integrazione era andata avanti, ma è successo quel che è successo e invece tutti, anche i vescovi, se la cavano parlando di follia, di psichiatria, di emarginazione. La Chiesa - conclude Magister - dovrebbe tornare a Ratzinger e ai suoi ragionamenti sul rapporto fra cristianesimo e illuminismo. Benedetto sosteneva che il cristianesimo ha avuto benefici dall'incontro, pure aspro, con l' illuminismo mentre l'Islam questo confronto non l'ha neanche iniziato. Ma la lezione di Ratzinger è stata oscurata».
La requisitoria di Magister coincide per molti aspetti con quella di Riccardo Cascioli, direttore del foglio on-line La Nuova bussola quotidiana e del mensile Il timone, punti di riferimento per molti laici inquieti e disorientati. «Qui si fanno grandi teorie sull'accoglienza senza distinguere - spiega Cascioli - non si è capito che siamo in guerra, non si è compreso che il Medio Oriente è arrivato qui da noi. Ho appena letto un discorso di monsignor Galantino, voce unica dei vescovi italiani, che dice di non capire chi prega e poi frena sulla politica delle porte aperte a tutti. Ma no, sono io che non capisco lui, come si fa a non misurarsi con quello che sta accadendo?».
Cascioli va all'attacco: «Siamo davanti a una Chiesa ingenua e buonista che ha tradito il realismo cristiano. Ci si balocca con slogan vuoti, si dialoga con l'Islam presunto moderato che pure è una finzione e così si accreditano i fanatici dell'ideologia travestiti da agnelli. E non si distingue fra profugo, rifugiato, immigrato, clandestino perdendo concetti preziosi che sono nel diritto internazionale». Dunque, niente dubbi: «La melassa dei buoni sentimenti non aiuta a capire la complessità delle sfide che dobbiamo fronteggiare e nello stesso tempo annacqua pericolosamente la profondità del messaggio cristiano».
Siamo all'origine, secondo i critici, della malattia. «Guardi - riprende Cascioli - la diagnosi l'aveva già fatta il cardinal Biffi quando diceva che o l'Europa ritrova il suo spirito cristiano, le sue radici, oppure verrà spazzata via dall'Islam. Sarà un'immagine forte ma ora, dopo quello che è successo in Francia, è ancora più vera». E di immagine in immagine, anche il polemista cattolico finisce per recuperare il magistero di Ratzinger e del Benedetto più urticante, quello di Ratisbona: «Il Papa sosteneva che l'Occidente ha come suo
pilastro la ragione ma dimentica la fede, l'Islam al contrario privilegia la fede ma mette in un angolo la ragione. È un discorso scomodissimo ma non per questo meno attuale».
Un tema variegato, con molte suggestioni. L' ultimo tratto lo accenna Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio internazionale cardinale Van Thuan: «La dottrina sociale della Chiesa ci dice che le nazioni hanno il diritto a non perdere la loro identità. E invece dopo Giovanni Paolo II in questa sottolineatura è andata persa in un universalismo zuccheroso e incolore». E il gregge è sempre più confuso.

(Fonte: Stefano Zurlo, Il Giornale, 27 luglio 2016)
http://www.ilgiornale.it/news/politica/ora-linea-morbida-mette-disagio-mondo-cattolico-1289762.html


sabato 23 luglio 2016

Don Georg non va in vacanza e dice la sua su papa Francesco

In luglio papa Francesco sospende le udienze e questa vacanza varrebbe anche per il prefetto della casa pontificia, l’arcivescovo Georg Gänswein, che nello stesse tempo continua ad essere il segretario del “papa emerito” Joseph Ratzinger.
Vacanza non inoperosa, a giudicare dalla fiammeggiante intervista rilasciata da Gänswein a Hendrik Groth della Schwäbische Zeitung, che l’ha pubblicata il 17 luglio:
Ecco qui di seguito un florilegio che invoglia a leggere anche tutto il resto.

“AMORIS LAETITIA” CAMPIONE DI OSCURITÀ
“Quando un papa vuole cambiare qualcosa nella dottrina, allora deve dirlo con chiarezza, in modo che sia vincolante. Importanti concetti dottrinali non possono essere cambiati da mezze frasi o da qualche nota a piè di pagina formulata in modo generico. La metodologia teologica ha criteri chiari a riguardo. Una legge che non è chiara in se stessa, non può obbligare. Lo stesso vale per la teologia. Le dichiarazioni magisteriali devono essere chiare, affinché siano vincolanti. Dichiarazioni che aprono a diverse interpretazioni sono rischiose… Alcuni vescovi hanno davvero la preoccupazione che l’edificio della dottrina possa subire delle perdite a motivo di un linguaggio non cristallino”.
IL GESUITA DI BUENOS AIRES
“Papa Francesco è fortemente influenzato dalla sua esperienza come provinciale dei gesuiti e soprattutto come arcivescovo di Buenos Aires… Già in quella grande città e mega-diocesi si era capito che ciò di cui lui è convinto, lo fa e lo porta fino in fondo senza scrupoli. Questo vale anche adesso come vescovo di Roma e come papa. Che nei discorsi, rispetto ai suoi predecessori, di tanto in tanto sia un po’ impreciso, e addirittura irrispettoso, si deve solo accettare. Ogni papa ha il suo stile personale. È il suo modo di parlare, anche correndo il rischio che ciò possa dar adito ad equivoci, a volte anche a interpretazioni avventurose”.
PIETRA CHE VACILLA
“La certezza che il papa sia una roccia nei marosi, ritenuto come l’ultima ancora, ha iniziato in effetti a vacillare. Se questa percezione corrisponda alla realtà e se riproduca correttamente l’immagine di papa Francesco, o se sia piuttosto un’immagine dei media, non posso giudicarlo”.
“EFFETTO FRANCESCO”, TUTTO FUMO
“Un vescovo, pochi mesi dopo l’elezione di papa Francesco, ha parlato di ‘effetto-Francesco’ e, tutto impettito, ha aggiunto che adesso era di nuovo bello essere cattolici. si poteva percepire di nuovo pubblicamente uno slancio nella fede e nella Chiesa. Ma questo accade davvero? Non dovrebbe esserci una vita cattolica più viva, le messe più frequentate, le vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa aumentate, e un maggior ritorno degli uomini che hanno lasciato la Chiesa? Cosa significa ‘effetto-Francesco’ concretamente per la vita della fede nella nostra patria [Germania, n.d.t.]? Dall’esterno non si percepisce un nuovo inizio. La mia impressione è che papa Francesco goda di grande simpatia come uomo più di tutti gli altri leader del mondo. Ma riguardo alla vita e all’identità della fede, però, questa sua simpatia non sembra avere grande influenza. I dati statistici, se non mentono, mi danno purtroppo ragione”.
CASSE PIENE E CHIESE VUOTE
“Come reagisce la Chiesa cattolica in Germania ad un’uscita dalla Chiesa [per chi non paga la tassa per la Chiesa n.d.t.]? Con l’automatica esclusione dalla comunità ecclesiale, il che significa: scomunica. Ciò è eccessivo, incomprensibile. Si possono mettere in dubbio i dogmi e nessuno viene cacciato fuori. Forse che il non pagamento della Kirchensteuer è un’infrazione più grave contro la fede che non le trasgressioni contro le verità di fede? L’impressione è che, finché c’è in gioco la fede, non sia così tragico, quando però entra in gioco il denaro, allora non si scherza più”.

(Fonte: Sandro Magister, blogautore, 22 luglio 2016


lunedì 4 luglio 2016

Mario Giordano: il Papa che prega Allah mi sembra una resa, non un dialogo


Un articolo che sarà anche datato, ma di grande attualità. Merita di essere riproposto.

Sarà pur stata un’“adorazione silenziosa”, e non una vera e propria preghiera. Sarà pur stato un gesto simile a quello compiuto da Benedetto XVI nel 2006, come s’affanna a precisare il preoccupato portavoce della Santa Sede. Sarà tutto quel che si vuole, ma fa un certo effetto vedere il Papa che si mette a mani giunte verso la Mecca nella Moschea Blu di Istanbul, mentre l’imam recita i versetti del Corano. E fa ancor più effetto pensare che quel Corano è lo stesso che, poco distante da lì, gli islamici usano per eccitare le folle a squartare i cristiani, a impalarli e crocefiggerli. A spazzarli via. C’è un contrasto troppo forte fra il Papa che rispetta fino all’ultimo tutti i riti dell’Islam, si toglie le scarpe e s’inchina al "mihrab", e gli islamici che a pochi chilometri dalla Moschea Blu non rispettano nulla dei cristiani. Non le loro chiese, non le tradizioni, non i riti. E nemmeno la loro vita.
Papa Francesco vuole dialogare con l’Islam, si capisce. Ma come si fa a dialogare con chi non vuole farlo? Come si fa dialogare con chi vuole solo abbatterti? Come si fa a dialogare con chi vuole piantare la bandiera del Califfato in piazza San Pietro? Il dialogo è una parola bellissima, che permette discorsi straordinari, preghiere comuni, gesti esemplari. Ci si toglie le scarpe insieme. Ci si inchina alla Mecca. Ci si trova d’accordo con l’imam e il gran muftì. Ma poi, in realtà, gli islamici non vogliono dialogare. L’hanno dichiarato apertamente: vogliono conquistarci. E distruggerci.
L’Islam buono e l’Islam cattivo? Una favola. Se fosse vero che i terroristi sono pochi fanatici marginali, non li avrebbero forse già messi a tacere? Non li avrebbero combattuti? Non li avrebbero almeno condannati con durezza? Invece no. Non sento dure condanne unite del mondo islamico contro gli orrori dei tagliagole. Non vedo mobilitazioni dei pellegrini della Mecca per fermare le mani dei loro confratelli. Non vedo fremiti di sdegno contro i massacri che vengono perpetrati contro i cristiani. Anzi: vedo silenzio. Quasi compiacimento. E, anzi, vedo fremiti di anti-cristianità che scuotono tutto il mondo arabo e arrivano perfino in Paesi che fino a ieri laici e nostri amici. A cominciare proprio dalla Turchia che sta scivolando sempre di più nell’Islam radicale, che non a caso sostiene sottobanco le milizie dell’Isis. E il cui presidente Erdogan ha appena riunito i 57 Paesi islamici per incitarli alla rivolta contro di noi: «L’Occidente ci sfrutta, vuole le nostre ricchezze - ha detto -. Fino a quando sopporteremo?».
Qualcuno ha cercato di spiegarmi che c’è pure una differenza tra il gesto di Benedetto XVI (che in moschea si fermò in raccoglimento ma non giunse le mani in preghiera) e quello di Francesco (che invece le ha unite, proprio come se stesse pregando). Se fosse vero, sarebbe un motivo in più per rimanere un po’ perplessi. Ma per rimanere perplesso a me basta, per la verità, vedere un Papa che si rivolge alla Mecca insieme con gli islamici proprio mentre molti islamici che si stanno rivolgendo alla Mecca hanno le mani sporche del sangue dei cristiani.
Mi pare che, dopo il famoso discorso Ratzinger a Ratisbona e la furiosa reazione che ne seguì da parte dei musulmani, i cattolici siano stati costretti a piegarsi. Noi facciamo gesti distensivi e loro moltiplicano i massacri. Noi costruiamo per loro moschee e loro distruggono le nostre chiese. Noi ci inchiniamo ai loro simboli nei nostri Paesi e loro non ci permettono di mostrare i nostri nei loro Paesi. Noi ascoltiamo i versetti del Corano con ammirazione e loro minacciano di declamarli dal Cupolone di San Pietro. Che vogliono trasformare all’incirca in un parcheggio dei loro cammelli.
Capisco l’ansia di Papa Francesco, che è un grande comunicatore, di costruire ponti con tutti: con gli islamici e con i non credenti (Eugenio Scalfari). Ma per costruire i ponti ci vogliono due cose. Primo: bisogna che dall’altra parte non ci sia chi ti vuol sgozzare o annientare, altrimenti è un autogol. Secondo: bisogna che i pilastri siano saldi, tutti e due. E il dubbio è proprio questo: il pilastro dell’Islam è saldo, quello dei non credenti pure. Ma il pilastro cattolico? È incerto. Barcollante. Sradicato. In effetti: non abbiamo radici. Le stiamo perdendo. L’Europa non ce le riconosce. Le chiese si svuotano. I preti invecchiano. I ragazzi non vanno più a catechismo. Dopo la cresima c’è la fuga. I valori del matrimonio e della vita sono messi costantemente in discussione. La famiglia tradizionale è massacrata. Come si può dialogare se non si hanno più valori da rappresentare? Come si possono aprire le porte agli altri, se non si è fortemente saldi dei propri principi? Se i propri valori sono stati attaccati, messi in vendita e liquidati?
In queste condizioni il ponte rischia di crollare. Non per il gesto del Papa, non per una preghiera rivolta alla Mecca, non per la Moschea Blu circondata da Paesi rosso sangue. Il ponte rischia di crollare perché lanciamo gittate in avanti senza assicurarci della nostra tenuta. Non perché loro sono violenti, ma perché noi siamo deboli. E perché anziché rafforzare la nostra debolezza, ci esponiamo alla loro forza. Al loro fanatismo. Alla loro violenza. Fino al giorno in cui sarà troppo tardi.
E ci accorgeremo che quello che ci ostiniamo a chiamare dialogo, in realtà è un loro monologo. O, peggio, una loro invasione. La conquista definitiva. E allora addio cattolici: rivolgersi alla Mecca non sarà più un gesto distensivo. Ma un comando del padrone islamico.

(Fonte: Mario Giordano, Libero, 30 novembre 2014)